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Tolo Tolo – Un film per tutti

Il presente testo non vuole essere una recensione né tanto meno una vera e propria analisi di Tolo Tolo. Più che altro si desidera offrire qualche spunto di riflessione generale rispetto alla miriade di fonti online su una situazione che, attualmente, ci coinvolge in larga misura. Il sottotitolo è provocatoriamente un’eco alla censura con cui viene etichettato un film che di per sé si rivolge a un pubblico esteso senza distinzione d’età. Eppure chi scrive, e con larga probabilità anche chi legge, sa bene che Luca Medici non desidera coccolare il pubblico né tanto meno distrarlo con un cinepanettone, bensì l’intenzione pare, al contrario, proprio quella di dare una scossa alle poltrone e risvegliare le coscienze.

Spolverando “l’internet” si può trovare, fra le numerose recensioni e feedback, una che potrebbe fare al caso nostro: «Tolo Tolo ha proprio altre ambizioni e valori produttivi che per la prima volta si vedono. In buona sostanza è ben confezionato e scritto con cura […] Già dall’introduzione e dall’inizio a sorpresa, si nota una regia diversa. Non stiamo parlando di chissà quali sofisticazioni, ma di un’attenzione sicuramente maggiore di prima a come la messa in scena (e in particolar modo il montaggio) possono aiutare le gag, fluidificare il racconto e sorprendere un po’. Sarebbe l’ABC della cura per lo spettatore, ma prima non c’era e ora invece sì». (G.Niola)

Numerosi altri critici, addetti ai lavori e alla stampa elogiano la maturazione intellettuale (e in un senso lato) politica di Checco Zalone, il quale non rinuncia alla maschera dell’italiano idiota, ma buono, che lo ha consacrato campione al botteghino nazionale e che lo sta elevando al rango di Sordi e della nuova frontiera della commedia all’italiana.

Il plot di Tolo Tolo è presto detto. Un imprenditore, Checco Zalone, fallisce miseramente nel tentativo di aprire un sushi bar nel cuore di Spinazzola, e per sottrarsi ai creditori e all’Agenzia delle entrate si autoesilia in un resort esclusivo nella costa nordafricana. Una malaugurata serie di coincidenze e un attacco armato costringono Checco e l’amico Oumar a risalire il Nord e, paradossalmente, a fare rotta di nuovo verso Lampedusa, sui barconi, fra tanti altri migranti clandestini.

Tolo Tolo 1

La riflessione pare piuttosto contemporanea. Anche se fino a Quo Vado Zalone non si è mai esposto oltre una certa misura nel prendere posizione con un pensiero politico definito, con questa ultima pellicola, da lui stesso firmata per la prima volta e co-sceneggiata con Paolo Virzì, Checco pare volere fare il grande salto.

Non si capisce ancora bene se la scorrettezza politica che lo contraddistingue fin dai tempi del cabaret, ora più che mai, sia da ascriversi a una forma di anarchia culturale o di protesta contro i fermenti estremisti che insorgono, con progressiva diffusione, nel nostro paese e anche fuori. In Tolo Tolo non si fa esclusione di colpi (alti e bassi) e non c’è traccia di romanticismo retorico, così come siamo abituati ad assistere. Tutto il film è disseminato di maschere e medaglie a doppia faccia.

L’amore per la giovane e bella Idjaba, materna di natura e agguerrita come un killer, è solo una chimera e un’illusione metacinematografica o, per meglio dire, un espediente narrativo per muovere l’azione; Oumar, raffinato e cinefilo, rappresenta l’alleato ideale narrativo, ma alla prima occasione pensa al proprio tornaconto (e alla sua pelle); il famosissimo inviato di guerra francese, puro e avventuroso, si porterebbe a letto la bella Idjaba solo per ottenere un’intervista e soddisfare i fan a casa. Checco Zalone addirittura scambierebbe una vita per una crema idratante.

Ma tutti quanti questi personaggi, per quanto abietti e fuori da ogni consolatoria previsione possano apparire, sono solo attori di una grande sciarada. E forse eccola, la grande lezione sotto sotto shakespeariana: siamo tutti vittime e carnefici illusi di un girotondo drammatico. O forse tragicomico. Ecco, dunque, come forse si spiegherebbe la scelta di inscenare un naufragio con un pezzo musical, così grottesco, da una parte, ma anche trascendente, dall’altra.

Tolo Tolo - Homer Simpson

Sotto un’analisi accorta, senza spazio alcuno per la retorica, non è ben chiaro che gioco faccia Checco, e, difatti la stampa etichetta l’autore ora di cerchiobottismo ora di cattocomunismo, con la stessa indelebilità e definizione delle tracce sulla sabbia. Sta di fatto però che Checco Zalone è ormai un fenomeno definibile “culturale”, perfettamente inseribile dentro l’antologia cinematografica e dello spettacolo dell’ultima decade, e forse anche della prossima.

Infatti, a contraltare di un abbondante ventennio segnato dalla massiccia predilezione per i film pop corn, il cinepanettone alla Boldi – De Sica o Ficarra e Picone, la moda per il linguaggio trash e una sorta di analfabetismo (letterale e culturale) di ritorno – ecco che spunta fuori un uomo, o per meglio dire, una maschera non ben identificata e identificabile, ma dotata di una carica esplosiva pregna di contenuti ora sociali ora politici.

Si potrebbero elencare a non finire i personaggi della letteratura – e non solo – ai quali Checco pare attingere, a cominciare dall’Arlecchino, vittima cosmica di scarsa lungimiranza, inguaribile innamorato senza speranza, che paga sempre pegno e azzerbinato a tempo pieno ai poteri “forti”, alter-ego, insomma, del modello cittadino italiano, medio e mediocre.

Luca Medici pare così coincidere con l’idea, o meglio dire, il modello archetipico e letterario per eccellenza dell’inetto, l’erede volgare dei costumi e della cultura popolare, così universale da poter trovare un alias perfetto, sotto uno sguardo più lontano e “internazionale”, in una serie di altri personaggi oltreoceano, dotati delle stesse peculiarità, degli analoghi vizi e delle simili virtù.

Fronte alta, testa pelata, sguardo perso nel vuoto, né santo né vittima… Come si può non pensare immediatamente a Homer Simpson? Homer, fra tutti i possibili personaggi dell’immaginario collettivo, è forse proprio il più adatto, perché rispetto ai Looney Toones, Tex Avery, Hanna & Barbera, Checco pare sempre correre sul filo del politically scorrect, ma evita di fare dei suoi personaggi degli irrecuperabili anti-eroi. E, infatti, concede sempre loro l’opportunità di un (agro)dolce riscatto, per quanto l’happy ending si riveli sempre sudato e “sfigato”.

Laddove infatti diverse altre figure comico-storiche, come Fantozzi, Gallo Cedrone, Aldo Giovanni e Giacomo, i già citati Ficarra e Picone, Ciccio e Ingrassia, ma anche più antichi come Pinocchio e Pulcinella, in una qualche maniera si ribellano al sistema e sembrano fornire al fruitore più una lezione morale e pedagogica, Checco Zalone sembra fare più volentieri un discorso educativo poco individuale, bensì prettamente nazionale.

Mentre, infatti, una buona fetta della comicità italiana preferisce prendersi gioco dei vizi dell’uomo e sembra più che altro, indirettamente, focalizzarsi sull’ontologia umana, Zalone slitta su altri lidi e si rivolge al pubblico alla stessa maniera con cui Matt Groening e Sasha Baron Cohen si prendono gioco della dabbenaggine e della mentalità capitalista americana. Linguaggio quasi dialettale, pigrizia bambinesca, pulsioni prepuberali, narcisismo e dipendenza digitale, velleitarismo intellettuale, meschinità e bugie bianche… sono tutti tratti che Checco Zalone sembra tenere in maggior considerazione nella scrittura dei suoi personaggi e delle sue storie.

Se in un primo momento, il suo prototipo si fermava a ridicolizzare il cantante di karaoke “tipico pugliese”, ora la maschera si arricchisce, documenta e interiorizza gli italiani senza distinzione di regione, prevenuti, corrotti, rozzi, ladri, esaltati, idioti e illetterati, facilmente seducibili con slogan e sensazionalismo. Ed ecco come alla crisi del lavoro di Quo Vado, e di uno Stato che non si sa più prendere cura dei suoi “figli”, si aggiunge una crisi umana e di identità, che ripiomba nella nostalgia ideologica di un secolo fa, e che cerca di nascondersi dietro il motivetto consolatorio degli “italiani brava gente”.

E questi “nuovi” italiani, repressi, stanchi, demotivati, calpestati, umiliati e, in qualche misura, “abbandonati”, che preferiscono aiutare gli “altri, ma a casa loro” paiono tutti insieme per Checco la ragion di forza con cui innescare Tolo Tolo e giustificare l’ “attacco di fascismo”, sentimento in cui, nessuno escluso, non può più nel 2020 non riconoscersi, da un personaggio fittizio come il Joker al cittadino medio, quello vero.

Ma, a dispetto della Commedia Italiana che ci insegna come, di per sé, l’uomo, in quanto essere umano, in fondo non cambi, Checco sembra optare per una soluzione redentrice, molto affine al messaggio cattolico e dickensiano. Con una nota a margine che pone la nostra attenzione sul filo radente del dubbio.

L’epilogo canoro, per metà cartoon-live action alla Mary Poppins e per l’altra uno Zecchino D’Oro che si interroga, nel testo della canzone, se i bimbi neri siano nati in Africa per errore di una cicogna strabica sedotta da un corvo nero, la dice assai lunga, su quanto non sia possibile in certi momenti storici schierarsi con un pensiero, un po’ per “paraculismo”, forse, un po’ perché dopo una visione di tutte le prospettive della realtà è impossibile davvero sentenziare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Tolo Tolo e Sasha Baron Cohen

Leggi anche- L’Importanza di Essere Checco Zalone

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