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Albert Camus – Il mito di Sisifo e BoJack

«Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giuochi: prima bisogna rispondere.»

Con queste parole inizia Il mito di Sisifo del (non) filosofo Albert Camus, ponendosi la più urgente delle domande. Immaginiamo ora di scrivere con la penna di Camus una nuova storia, quella de Il mito di Sisifo e BoJack, nel quale lo scrittore esistenzialista narra le vite degli eroi assurdi: Sisifo e BoJack.

«Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso

 La vita aveva condannato BoJack a far riemergere il proprio passato, quel macigno che pensava di avere finalmente abbandonato, dal quale dipendeva ogni suo fallimento.

Così come fu Sisifo: condannato a portare il peso di una pietra; così fu BoJack: condannato a portare il peso di sé stesso.

Sisifo

Alla fine della prima parte dell’ultima stagione, BoJack, sulle scorte di un’insostenibile sobrietà, aveva riconosciuto l’angosciante necessità di dover cambiare, decidendo così di lasciare tutto il passato alle spalle e ricominciare. Tuttavia, parafrasando Shakespeare, noi possiamo chiudere con il macigno, ma è il macigno a non chiudere con noi.
Per quanto il “nuovo BoJack” si ritenga un cavallo estremamente diverso da quello passato, l’imprevedibile virtù dell’autosabotaggio rimane una caratteristica distintiva del protagonista. Il “vecchio BoJack”, infatti, e quindi tutte le conseguenze delle azioni di quell’equino alcolizzato, rappresenta l’immenso macigno che Sisifo è condannato a portare sopra una montagna, e l’immagine che BoJack è costretto vestire.

«Se si crede a Omero, Sisifo era il più saggio e il più prudente dei mortali; ma, secondo un’altra tradizione, tuttavia, egli era incline al mestiere del brigante. Io non vedo in questo una contraddizione.»

 Se si crede a Raphael Bob-Waksberg, BoJack era l’attore-cavallo più famoso di Hollywoo; ma, secondo un’altra tradizione, tuttavia, egli era incline a un mare di alcool e droghe. Io non vedo in questa una contraddizione.

Albert Camus non vede contraddizioni in questo dualismo tra Sisifo e BoJack, poiché nota nei due una dimensione umana, fin troppo umana, che rivela l’irrazionalità della ragione e l’assurdo come principio motore dell’esistere. Secondo il filosofo francese, infatti, il reale accade così come accade senza un principio ordinatore prestabilito, rivelando l’innocenza della contingenza e concependo la gratuità come fonte di ogni perché.

Albert Camus

«Si è già capito che Sisifo è l’eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Il disprezzo per gli dei, l’odio contro la morte e la passione per la vita, gli hanno procurato l’indicibile supplizio, in cui l’essere si adopra per nulla condurre a termine.»

Si è già capito che BoJack è l’eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Il disprezzo per sé stesso, l’odio contro il suo passato e la passione per diventare una persona “migliore”, gli hanno procurato l’indicibile supplizio, in cui l’essere si adopra per nulla condurre a termine.

Come il macigno di Sisifo torna costantemente a terra, così il “vecchio BoJack” è sempre pronto a far cadere ancora il “nuovo BoJack”, a farlo annegare insieme a sé. A ogni passo che compie il cavallo sobrio, come quello verso la passione scoperta per l’insegnamento, è sempre in agguato l’altro cavallo alcolizzato con una delle sue infinite stronzate commesse negli anni passati pronta a divenire tangibile realtà. BoJack, infatti, tenta con tutto sé stesso di essere una persona migliore, ma ecco che i fantasmi di Sarah Lynn, Charlotte, Penny e di molti altri sono pronti a precipitare giù da una montagna, proprio come un macigno, e scaraventarsi contro il povero cavallo.
L’ennesimo fallimento, infatti, accompagnato dal ritorno breve ma intenso di alcool e droghe, porterà il protagonista a decidere di farla finita.

Per Camus la questione del suicidio assume una rilevanza pregnante, innanzitutto divenendo matrice di riflessione filosofiche, e poi perché, nel corso delle sei stagioni, il nostro amato cavallo ha tentato di porre fine alla propria vita in ben due occasioni. Se una volta, nel finale della terza stagione, BoJack ha scelto di riprendere le redini della sua esistenza, decidendo all’ultimo di meritare un’altra opportunità, resa manifesta dalla libertà propria dei cavalli in corsa nel deserto; quest’ultima volta, il famoso cavallo attore ha scelto di scrivere la parola “fine” al racconto di BoJack Horseman, di andare a nuotare nella superficie profonda di quella piscina da sempre richiamata nella sigla, e di non tornare. Tuttavia, l’Assurdo di cui parla Camus sembra aver condannato BoJack a un’ultima possibilità.

«In quanto a quello di cui si tratta, vi si vede lo sforzo di un corpo teso nel sollevare l’enorme pietra, farla rotolare e aiutarla a salire una china cento volte ricominciata. Al termine estremo di questo sforzo, la meta è raggiunta. Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità.»

 In quanto a quello di cui si tratta, vi si vede lo sforzo di un corpo teso nell’allontanare l’enorme pietra, gettare quei ricordi e abbandonare quel BoJack cento volte rincontrato. Al termine estremo di questo sforzo, la meta è raggiunta. BoJack guarda, allora, il proprio passato e lo vede precipitare verso sé, in quella superficie profonda, da cui bisognerà risalire con esso verso la sommità.

Trasportare una pietra sopra una montagna e riconoscere di essere la causa di ogni proprio fallimento rappresenta uno sforzo immane. Vivere consapevoli dell’assurdità che caratterizza l’esistenza rappresenta uno sforzo immane. Sta ora scegliere se questo sforzo valga effettivamente la pena di essere compiuto. Ci sono diverse modalità per evadere questo problema, è infatti possibile distrarsi e, in malafede, come Mr. Peanutbutter, eludere la domanda iniziale camusiana.

“L’universo è solo un vuoto crudele e indifferente, la chiave per la felicità non è trovare un significato, ma tenersi occupati con stronzate varie fino a quando è il momento di tirare le cuoia” – Mr. Peanutbutter

Negata la distrazione e acquisendo la portata filosofico ed esistenziale della questione, tuttavia, diviene necessario schierarsi. Questo possibile dualismo è rappresentato da due figure del passato e del sogno della penultima puntata di BoJack: Herb e Secretariat. L’amico sceneggiatore, infatti, è colui che fu molto vicino al suicidio, ma che poi decise di essere sé stesso, abbracciare l’assurdo e togliersi la maschera dirigendosi verso la via dell’autenticità; l’atleta idolo del piccolo BoJack, invece, si suicidò perché gli furono proibite le corse: l’unico pezzo di mondo nel quale si sentiva veramente vivo. Nel corso dell’episodio BoJack sembra parteggiare per Herb, rinnegando il suicidio e tentando disperatamente di svegliarsi.

Quindi, BoJack nega la dimensione della distrazione, che ha assunto per moltissimi anni attraverso sesso, alcool e droga, dubita, giungendo a rifiutare la soluzione del suicidio, e sceglie quindi di cavalcare l’assurdo.

«I due ridiscendono al piano. È a questo punto che Sisifo e BoJack mi interessano. Vedo quell’uomo e quel cavallo ridiscendere con passo pesante, ma uguale, verso il tormento, del quale non conosceranno la fine. Quest’ora, che è come un respiro, e che ricorre con la stessa sicurezza della sciagura, quest’ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale lasciano la cima e si immergono a poco a poco nelle spelonche degli dei e nelle acque del loro passato, loro sono superiori al proprio destino. È più forti del loro macigno.»

Gli eroi assurdi Sisifo e BoJack sono pronti a ricominciare tutto da capo, consapevoli dell’assoluta futilità delle proprie azioni, discendono la montagna, solo per doverla risalire.
Se questo mito è tragico, è perché il suo eroe è cosciente dell’assurdo.
BoJack si rende conto che non riuscirà mai ad abbandonare quel cavallo alcolizzato, cinico e depresso che gli si è mostrato allo specchio dopo tanti anni, non potrà negare ciò che è stato, pur non essendo più il cavallo di Horsin’ Around. In questo modo, BoJack accetta che i drammi della sua vita siano solo drammi, senza renderlo una persona speciale, ma un eroe assurdo che, consapevole dell’assenza di una ragione nel mondo, può nitrire liberamente.
Tuttavia, come sostiene Camus, la coscienza dell’assurdo è un punto di partenza e non d’arrivo, l’inizio della salita e non la fuga.
Diane, infatti, rivela nel primo episodio della prima stagione la soluzione che BoJack imparerà ad assumere nel corso di sei stagioni.

Sei il solo responsabile della tua felicità.” Diane

«Se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia. Immagino ancora Sisifo e BoJack che ritornano verso il loro macigno e, all’inizio, il dolore è in loro. Quando le immagini della terra sono troppo attaccate al ricordo, quando il richiamo della felicità si fa troppo incalzante, capita che nasca nel loro cuore la tristezza: è la vittoria della pietra, è la pietra stessa. L’immenso cordoglio è troppo pesante da portare.»

BoJack, non fidandosi di sé stesso, rivela a Todd di aver paura di non farcela, di cadere nel solito tranello organizzato dal cavallo ubriacone e ritornare a bere appena uscito di galera. Talvolta il macigno è troppo pesante, talvolta il passato è troppo presente e talvolta BoJack ritornerà a bere, a compiere le stronzate di sempre. Perché? Beh, perché è BoJack.
Todd, tuttavia, sa che se il suo amico dovesse ricominciare a bere l’unica mossa sarebbe ritornare di nuovo sobrio; così come se una pietra cadesse da una montagna sarebbe necessario riportarla in cima.

«Tutta la silenziosa gioia di Sisifo e BoJack sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa loro.»

I due eroi, essendo consapevoli di sé e riconoscendo come il senso risieda proprio nella sua insensatezza, divengono totalmente liberi di fronte alla propria vita. Accettando il macigno, Sisifo compie la risalita con un solco lungo il viso, come una specie di sorriso; accettando sé stesso, BoJack comprenderà come non esista una versione “vecchia” o “nuova” di Sé, ma dovrà imparare ad assumersi nella propria totalità, in questo eterno ritorno di amore e odio verso sé stesso.

BoJack: Ho rovinato tutto. È troppo tardi per me, non è vero?
Diane: Beh, non è mai troppo tardi. Non è mai troppo tardi per essere la persona che vorresti essere. Devi scegliere la vita che desideri!

«Non vi è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte. Se gli assurdi Sisifo e BoJack dicono di sì, il loro sforzo non avrà più tregua. Se vi è destino personale, non esiste fato superiore. (…) Per il resto, loro sanno di essere il padrone dei propri giorni. (…) i due ritornano verso la propria vita, nuovo Sisifo e nuovo BoJack che ritornano al loro macigno.»

I due eroi assurdi tornano al proprio macigno e, con una prospettiva radicalmente diversa, incominciano la salita esistenziale. L’assurdo permane, il loro percorso rimane uguale, ma al contempo infinite altre vie sembrano esservi aperte.
Per quanto ciò possa essere complicato, la soluzione viene gettata sul muso del protagonista nelle sembianze di un babbuino che rappresenta l’eroe greco di Camus, alla fine della seconda stagione, quando BoJack decide di correre e salire la collina, proprio come fu per Sisifo la montagna.

BoJack e “Sisifo”

«Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.»

 Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma BoJack mostra una possibile via, che comprende sé stesso e solleva macigni. Questo universo, ormai senza direzione, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quel passato, ogni stronzata di quello stupido pezzo di merda, formano, da soli, BoJack stesso. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un cavallo. Bisogna immaginare BoJack felice.

BoJack accetta così sé stesso, il proprio passato e le sue insostenibili contraddizioni. L’importante, infatti, non sembra essere guarire, ma vivere con i propri mali, poiché è attraverso essi che siamo ciò che siamo.

BoJack: La vita fa schifo e poi muori, giusto?
Diane: A volte. A volte la vita fa schifo e poi continui a vivere.

Bisogna immaginare BoJack che, una volta uscito di prigione, continui a realizzarsi nel mondo dell’arte, che possa dirigere un film oppure insegnare a un college.

Bisogna immaginare BoJack a un pranzo con Diane, Princess Carolyn, Mr. Peanutbutter, Todd e Hollyhock. Perché, come BoJack sa bene, in questo terrificante mondo, ci restano solo i legami che creiamo.

Bisogna immaginare BoJack felice.

Leggi anche: Dialogo Immaginario tra BoJack Horseman e Jean-Paul Sartre

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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