Home Nella Storia del Cinema La Dolce(mente) (amara) vita di Fellini

La Dolce(mente) (amara) vita di Fellini

La morte dell’Io, degli ideali e della personalità

Lo scheletro del film è costituito da una serie di incontri che Marcello, un giornalista in crisi morale e spirituale (con il sogno nel cassetto di diventare scrittore) interpretato magistralmente da Marcello Mastroianni, ha con vari personaggi, ambienti, e fatti di cronaca. Egli è immerso nella “dolce vita” romana, speranzoso di regalarsi ogni notte illusori sprazzi di felicità, tra feste, avvenenti attrici, amanti, prostitute e locali notturni. Però La dolce vita (1960), ahimè, è solo in parte la storia di Marcello, come del resto annuncia il titolo stesso. Vuole piuttosto essere la storia di quella vita «dolce», cioè quel clima frivolo nel quale Marcello viene sempre più a trovarsi immerso, a mano a mano che si affievoliscono in lui le nobili aspirazioni con le quali era partito dalla città nativa. 

La sua “dolce vita” è costellata di piaceri effimeri, che lo sta lentamente soffocando, opprimendo, e i richiami che provengono dalle varie situazioni, lo trovano sempre più insoddisfatto del presente, ma anche sempre più debole a reagire. Marcello appare visibilmente disorientato, sembra annaspare nel tentativo vano di una ricerca profonda del proprio Io più remoto ed intimo, per ritrovare quei valori perduti, quegli ideali sinceri, che non riconosce più nella realtà che lo circonda.

Quell’agognato desiderio di ritrovare se stesso, di scoprire dove risiede davvero la sua felicità, è ciò che sembra motivarlo nel ricercare conferme nei personaggi che lo  circondano, a cominciare dalle numerose figure femminili, come Sylvia, o come Emma. Un tema quello femminile, che chiaramente ha sempre affascinato Fellini, il quale,  pur non avendolo reso palesemente fulcro del suo racconto, in questo caso, al contrario di quanto accade in film come 8 1\2, lascia comunque intuire quanto sia fondamentale ed essenziale il riflesso del malessere del protagonista nei rapporti ch’egli intrattiene con le donne che gli sono accanto.

Un film affascinante anche per i suoi contrasti, i silenzi di scene più introspettive ed intime si alternano ai fragori della città, il buio delle notti, a luci di albe amabili, allo stesso modo le gaiezze di una notte trascorsa in un locale notturno in compagnia di seducenti e ammiccanti ballerine, si contrappone al triste rimpianto per Marcello, di non aver mai davvero conosciuto il padre, un sentimento poeticamente espresso da alcune note di tromba ricche di malinconia a fare da colonna sonora alla sequenza. Un momento di svolta nella storia, sarà costituito dal suicidio di un caro amico del giornalista, che raccoglieva in sé tutte le sue più profonde aspirazioni e rappresenterà per il protagonista l’allegoria della morte di tutti gli ideali in cui egli credeva.

Forse la purezza che Marcello cercava è racchiusa in quella mano che gli viene protesa dalla giovane fanciulla, nella scena finale, nel chiarore dell’aurora sulla spiaggia, forse troppo tardi perché egli possa davvero riconoscerla ed afferrarla. Un capolavoro inizialmente contestato, ma che fungerà da spartiacque nella storia del cinema italiano; il film si separa definitivamente dalla tradizione del neorealismo per raccontare un’Italia nuova, che si allontana da valori antichi per far spazio ai sogni, alle illusioni e alle speranze di una “dolce vita”.

Marcello è il protagonista del film, ma non dei singoli episodi. Ognuno di questi (per la precisione sette), ha una propria fisionomia, con protagonisti veri, fra i quali Marcello si direbbe entri come ospite. Ci troviamo dunque di fronte a una struttura cinematografica insolita. Fin dalla fase di preparazione, Fellini parlava del suo film come di un affresco, e questo è forse il termine più esatto per definire il tipo di struttura de La dolce vita. Tale struttura, per analogia (sotto il profilo della composizione, non del contenuto), fa pensare alle grandi composizioni pittoriche rinascimentali (si pensi per esempio a «La scuola d’Atene» di Raffaello) dove attorno a un personaggio centrale si muovono gruppi ed azioni svariate. Quel personaggio (come Marcello nel film), entra nella vita di quei gruppi e ne anima le azioni per il solo fatto della sua presenza; senza di esso infatti i gruppi non avrebbero ragione di esistere (nel senso di esercitare azioni). 

Una simile struttura nella storia del cinema è assolutamente nuova, ed essa rende il film di straordinario interesse, oltre che darle un’ampiezza di respiro eccezionalmente vasta.  Si può definire opera d’arte un piccolo ritratto o una miniatura, come anche un’imponente concezione pittorica; anzi, molto spesso un piccolo ritratto può essere un capolavoro, perché in piccole dimensioni sono racchiuse grandi idee e grandi particolari, mentre una grande parete può non esserlo affatto, perché grande e quindi dispersiva. Il mondo dell’arte è talmente vasto e soggettivo, che ogni fruitore lo recepisce in modo diverso, ma con questo film è innegabile come questa grande composizione, suddivisa in piccoli ritratti (ovvero gli episodi), racchiuda una vastità d’ingegno che non tutti i poeti e gli artisti posseggono, ma che tutti gli spettatori comprendono. 

Leggi anche Amarcord – Il Realismo di Fellini 

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