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Toro Scatenato – La vera storia di Jake LaMotta, il Toro del Bronx

Nelle sue numerose pellicole Martin Scorsese ha sempre cercato di mantenere un legame con la realtà, raccontando quasi sempre le vicende e i fatti di personaggi esistiti realmente. Tra i tanti forse ce n’è uno la cui vera storia merita di essere raccontata. Stiamo parlando di Jake LaMotta, la cui vita è stata magistralmente affrescata nel film Toro Scatenato del 1980. La pellicola è una delle più importanti nate dalla collaborazione tra il regista e l’attore Robert De Niro. E questa si ispira all’autobiografia del pugile italoamericano, Raging Bull: My Story.

Jake LaMotta, il Bronx e l’infanzia

Jake LaMotta nasce a New York il 10 luglio 1922, nel quartiere del Bronx. Per questo motivo, durante la sua carriera, venne soprannominato il Toro del Bronx. Figlio di un italiano emigrato da Messina e di un’americana di origine ebrea, fin da piccolo fu costretto dal padre ad esibirsi in incontri con gli altri bambini del quartiere per raggranellare qualche dollaro dai passanti.

In un’intervista, LaMotta raccontò che a nove anni un gruppetto di coetanei era solito prenderlo di mira, talvolta picchiandolo e che, per difendersi fu costretto a portare con sé un punteruolo.

Portavo con me quell’arnese e lo tiravo fuori tutte le volte che il gruppo di ragazzi cercava di aggredirmi, spaventandoli, finché un giorno lo scordai a casa e fui costretto ad usare i pugni. La paura aveva liberato questa dote, e non ebbi più bisogno di nessun punteruolo”.

Gli inizi della carriera e il successo mondiale

Evitò il secondo conflitto mondiale per un problema alle orecchie ma già a 19 anni era entrato tra i professionisti della boxe iniziando un percorso che avrà il suo apice il 16 giugno 1949 a Detroit, giorno della vittoria nel titolo mondiale dei pesi medi contro il francese Marcel Cerdan.

Piccolo, tarchiato, si fece subito notare per lo straordinario spirito combattivo, la grande capacità di assorbire e deflettere i colpi degli avversari, di aggredire senza lasciare tregua e per sottoporre gli avversari a veri e propri mitragliamenti. Queste caratteristiche ne fecero uno dei pesi medi più straordinari di sempre.

Dopo aver vinto il titolo LaMotta lo difese in due occasioni, contro Tiberio Mitri e in seguito con Laurent Dauthuille, battendoli entrambi. Fu il rivale per eccellenza di uno dei più grandi pugili di ogni tempo: l’afroamericano Sugar Ray Robinson, con il quale combatté la bellezza di sei incontri, tutti di incredibile violenza ed intensità.

In particolare viene ricordato quello del 14 febbraio 1951 ribattezzato “il massacro di San Valentino”: il match fu violentissimo e molto combattuto ma nelle ultime riprese Robinson salì in cattedra e costrinse Jake La Motta a subire una delle punizioni più terrificanti mai inflitte sul ring. Nonostante i colpi e le ferite, l’italo-americano semplicemente rifiutò di arrendersi o di crollare al tappeto. Il massacro finì solo quando l’arbitro si decise ad interrompere l’impari lotta, ma La Motta era ancora in piedi.

Il ritiro dalla Boxe, gli anni difficili e la morte

Dopo la sfida con Robinson del 1951 il Toro del Bronx non si riprese più. Diede poi l’addio definitivo alla boxe nel 1954.LaMotta finì la carriera con un record di 106 incontri, con 83 vittorie (di cui 30 per ko), 19 sconfitte e 4 pareggi.

Dopo il ritiro nel 1960 Jake LaMotta scioccò il mondo dello sport americano testimoniando l’influenza della malavita negli incontri di boxe professionistici. Di fronte alla sottocommissione del Senato americano ammise di aver volontariamente perso il suo incontro contro Billy Fox nel 1947 su pressioni della Mafia in cambio della possibilità di essere nominato sfidante ufficiale di Cerdan per il titolo mondiale.

Il pugile dopo aver raggiunto i vertici della Boxe subì una rovinosa caduta, accompagnata da notevoli problemi con la famiglia e gli amici. Finì in galera, ebbe problemi con l’alcool, si sposò ben sei volte, litigò con il fratello, perse due figli in circostanze drammatiche, fece l’attore, il cabarettista e il barista.

Nel 2017, LaMotta dopo aver combattuto anche le complicazioni di una polmonite, si dovette arrendere alla malattia che ormai lo tormentava da alcuni anni.

La nascita della pellicola

Il progetto di Toro scatenato fu presentato a Martin Scorsese dal suo amico e collaboratore Robert De Niro. L’attore aveva scoperto il libro di memorie di LaMotta e voleva a tutti i costi avere la parte da protagonista. Il copione originale, ottenuto dal libro, fu scritto da un altro collaboratore e amico di Scorsese, Mardik Martin. Questo aveva già partecipato alla stesura del copione di Mean Streets. Il copione si ispirava largamente allo stile drammatico tipico del film Rashomon, che presentava molti e diversi punti di vista. Paul Schrader, già collaboratore di Scorsese per Taxi Driver, optò invece per un altro approccio più chiaro e diretto.

Inizialmente i produttori esecutivi furono esitanti sui finanziamenti dello stesso, poiché temevano una stroncatura da parte della critica per l’eccessiva violenza, verbale e non. Sia Scorsese che De Niro erano però intenzionati a fare il meglio possibile.

Scorsese non attraversava un buon periodo per vari motivi. Il primo erano i problemi d’asma, per il quale fu sostituito come regista in alcune scene da suo padre, Charles Scorsese. A ciò si aggiungeva l’uscita dal “tunnel” della dipendenza da cocaina. Anche a livello artistico il momento era terribile visto il fallimento, su ogni fronte (pubblico, critica e spese), del musical New York, New York. Lo stesso Scorsese era convinto che Toro Scatenato sarebbe stato molto probabilmente il suo ultimo film.

jake lamotta

Toro Scatenato: il sudore, la fatica e il successo

Jake La Motta allenò personalmente per mesi De Niro, fino a quando non si sentì di garantire che il giovane attore non fosse abbastanza rodato per poter passare per un pugile professionista. De Niro poi, per interpretare il La Motta obeso e sperduto post ritiro, passò interi mesi nei migliori ristoranti di Parigi per mettere su peso.

Toro scatenato, nei primi giorni di uscita, ricevette pareri contrastanti. Alcuni critici ne denunciarono la violenza e la “difficoltà” del personaggio di LaMotta, altri invece ne lodarono il sapiente montaggio e la regia.

A livello generale però la critica spese grandi lodi per il film, lodi che compensavano lo scarso successo di botteghino fatto registrare. Comunque il riscatto di Toro scatenato arrivò verso la fine degli anni ottanta, quando, oltre ad aver consolidato la sua reputazione come classico del cinema moderno, il film fu spesso votato dai critici come il migliore del decennio, e come uno dei migliori film americani di sempre.

L’interpretazione di Robert De Niro inoltre è unanimemente considerata una delle più intense della storia del cinema e fu premiata con l’Oscar al migliore attore. Il ruolo del fratello-manager di Jake, Joey, è di Joe Pesci e per questa interpretazione, l’attore fu candidato all’Oscar al miglior attore non protagonista. Nel 1990 il film è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Nel 1998 l’American Film Institute l’ha inserito nella classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi. Inoltre, lo stesso istituto l’ha inserito al primo posto nella categoria sportivo. Insomma, quello che doveva essere l’ultimo film di Scorsese è diventato una delle sue opere più importanti.

 

Non solo Jake LaMotta, leggi anche: Tonya – La vera storia della turbolenta pattinatrice Tonya Harding

Alessandro Cataldi
Mi chiamo Alessandro Cataldi, ho 21 anni, vivo a Petritoli, un piccolo paesino nella provincia di Fermo. Frequento il primo anno della facoltà di Fisioterapia presso l'Università di Ancona. Musica, Cinema e Letteratura sono tre mie grandi passioni di straordinaria importanza senza le quali sarei perso.

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