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Vikings – Kattegat e la fratria in conflitto

Verosimile, mitologica e drammatica: così si presenta la sesta e ultima stagione della serie Vikingscult di History creato da Michael Hirsch.

La narrazione dello show ha avuto un’evoluzione complessa, particolare e al tempo stesso diabolicamente chiara: stagione dopo stagione, il focus delle imprese degli eroi di Kattegat si è spostato dalla centralizzazione sulla figura di Ragnar, nietzschiano, machiavellico e quasi onnipotente, fino a suddividersi tra i figli del discendente di Odino.

Archiviata la filosofia di esplorazione, crescita e prosperità che faceva capo al desiderio di confrontarsi con civiltà diverse che animava il Re dei Vichinghi, ciò che passa in primo piano nella transizione dalla quinta alla sesta stagione sono i conflitti di potere e affetto che infiammano Bjorn, Ubbe, Hvitserk e Ivar.

Contemporaneamente, personaggi storici come Floki e Lagertha accompagnano la storia verso lidi fisici e simbolici nuovi, prendendosi cura delle nuove generazioni di Vichinghi, e villain ambiziosi come Oleg e Harald giungono per insidiare i focolari sicuri dei personaggi che ormai abbiamo appreso ad amare.

Come in uno schema narrativo caratterizzato dalla pluralità dei punti di vista dei personaggi in gioco, Vikings sfrutta al massimo il buon vecchio effetto nostalgia proprio a partire dai figli del grande leader Ragnar, morto ma mai del tutto sepolto.

La nostalgia del passato

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La posizione di protagonista principale, nei primi dieci episodi della sesta stagione, passa a Bjorn Ironside, il primogenito di Ragnar; per la prima volta, i fan di Vikings entrano in contatto con il lato fragile e umano di questo personaggio, che nelle stagioni precedenti era stato caratterizzato solo ed esclusivamente come un invincibile guerriero norreno.

Come in altre discendenze familiari analoghe, anche tra i figli di Ragnar il malessere implicito relativo alla perdita dell’onnipotente figura paterna serpeggia inesorabile: utilizzando le parole di Freud, i ricordi portati da Ivar, Bjorn, Ubbe e Hvitserk testimoniano il fatto che “i genitori rimangono giovani nei figli, ed è questo uno dei più preziosi vantaggi psicologici ch’essi ricavano da loro” (Freud S., 1913).

Tra i quattro, proprio per Bjorn tale eredità è un fardello più rilevante, in quanto sente direttamente le responsabilità amministrative e vitali legate al suo ruolo: egli si candida quasi naturalmente Re di tutti i norreni in virtù del forte prestigio acquisito nel corso delle innumerevoli battaglie da lui condotte e vinte.

Per fare un parallelismo con il Jon Snow di Game of Thrones, quello che ci troviamo di fronte è un uomo che ha permesso al ragazzo di morire, assumendo totalmente su di sé le responsabilità di tutto il popolo.

Re Olaf è un Virgilio che desidera accompagnarlo in questa transizione di ruoli fino al titolo di governatore di tutti i norreni, ma c’è un fattore che il vecchio saggio ha trascurato.

Le ambizioni di Harald travolgeranno la fierezza di Bjorn, ereditata direttamente dal padre Ragnar, poiché il primo riesce ad accattivarsi a tal punto le simpatie dei re norreni da surclassare il prestigio della discendenza di Odino, ormai soltanto nostalgica traccia di un passato glorioso.

Lagertha e la profezia

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Potrebbe sembrare strano, ma quella del Veggente è un’altra presenza che in questa stagione finale ritorna prepotentemente in primo piano. Tutti i fan di Vikings sono a conoscenza di quanto questa figura sia rilevante per gli eroi di Kattegat, che si rivolgono a lui tutte le volte che la disperazione minaccia di travolgerli.

Per Lagertha, la shieldmaiden più famosa di tutti i tempi, vale lo stesso principio: in un passato che ormai sembra lontano, il Veggente le predisse la morte per mano di uno dei suoi stessi figli.

Nel presente dello show, la madre dei Vichinghi è sempre gloriosamente idealizzata, ma allo stesso tempo le scorie di mille battaglie l’hanno irrimediabilmente consumata; per tale ragione, l’esilio volontario le sembra la soluzione ideale per continuare a vivere, crogiolandosi nei ricordi della vita contadina che condivideva con il suo amore Ragnar.

La nuova, vecchia vita che sceglie non la porta tuttavia lontana dalla violenza che sperava di abbandonare: un imprevisto attacco da parte dei banditi seguaci di Ivar la costringerà a impugnare nuovamente la spada per difendersi, e per l’ennesima volta il sangue degli assalitori è il segno dell’inconfutabile leggenda di Lagertha.

Ciononostante, come in un surreale, incomprensibile incubo, la vittoria della regina di Kattegat coinciderà con la sua dipartita: tornando ferita a Kattegat durante una piovosa notte, s’imbatte nella follia di Hvitserk, devastato dai funghi e dalle umiliazioni ricevute da Ivar.

La profezia del Veggente si concretizza nel momento in cui Hvitserk sovrappone la figura di Lagertha strisciante ad una mostruosa proiezione di Ivar, e inizia ad affondare ripetutamente il proprio pugnale nel corpo della madre di Bjorn.

Ivar, Oleg e il tradimento

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Se da un lato la tragica poesia della fine di Lagertha si consuma con la vita che abbandona una delle figure più forti dello show, dall’altro il divergente percorso di Ivar prosegue, allontanando sempre di più l’ultimo figlio di Ragnar dalle proprie origini.

Dopo la sconfitta maturata a Kattegat per mano di Bjorn e Ubbe, il machiavellico Senzossa fugge in Oriente e s’imbatte a Kiev, dove il principe Oleg governa brutalmente il cristiano popolo dei Rus, feroci guerrieri che intendono invadere la Norvegia.

Vikings è sempre stato caratterizzato da intrighi e tradimenti (basti pensare a Ecbert), ma nel caso di Ivar contattiamo la natura più meschina dell’inganno: alleandosi con Oleg per un semplice desiderio di vendetta, il giovane rinnega ogni tradizione ereditata da Ragnar e da Kattegat.

“L’uomo è traditore. La parola non è più forte della vita”. Il padre dice al figlio: “Ti ho tradito come tutti siamo stati traditi nella natura traditrice della vita creata da Dio. (Hillman, 1999)

Il percorso parallelo di Hvitserk e Ivar ci porta a confrontarli su due orizzonti diversi ma complementari: il primo è l’incarnazione del dipinto di Goya (1797), perché i mostri che vede sono generati dal sonno della sua coscienza; il secondo, diversamente ma non troppo, è eversivo in quanto già costitutivamente portato a prendere decisioni irrazionali.

Al tramonto della prima parte dell’ultima stagione di Vikings, dunque, ci troviamo di fronte uno scenario frastagliato e apparentemente incomprensibile rispetto alle premesse fondate dalla narrazione fantasy.

Nel presente, il glorioso valore nostalgico di Ragnar, Floki, Rollo e Lagertha sembra contare poco rispetto alle contingenti ambizioni dei protagonisti, che si confrontano sul terreno del potere a tutti i costi piuttosto che quello del religioso rispetto dei rispettivi desideri

La sensazione che questi episodi lasciano sono quelli della concretizzazione di un’affermazione freudiana del 1915:

“L’uomo delle origini aveva un atteggiamento molto strano nei confronti della morte: da un lato la prendeva sul serio, dall’altro negava la morte annullandone il significato […] Concepì l’idea di una vita ulteriore dopo la morte apparente […]

A quest’ultimo traguardo gli uomini civili sono diventati insensibili […] Gli spiriti dei nemici abbattuti altro non sono che l’espressione della sua cattiva coscienza per il sangue sparso; al fondo di questa superstizione sta un fondo di sensibilità morale che in noi uomini civili è andata perduta” (Freud S., 1915).

Il messaggio assiologico che trapela è negativo: in precedenza, pur attaccandosi e odiandosi, gli uomini (in questo caso i protagonisti di Vikings) si rispettavano in maniera superstiziosa; nel presente, essi hanno perso tale finezza morale e sono più superficialmente orientati al potere materiale, piuttosto che a quello spirituale.

Bibliografia

Freud S., Totem e tabù, 1913.

Freud S., Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, 1915.

Goya F., Il sonno della ragione genera mostri, 1797-1799.

Hillman J., Puer Aeternus, 1999.

Leggi anche: Vikings – Mito, storia e attualità

Gianluca Colella
Ho 25 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa della Settima. Un po' la Forza di Star Wars.

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