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Intervista a Fabrizio Guida – Verso il mondo, verso l’altro, verso se stessi

 Fabrizio Guida è un amico, un attento viandante del mondo, che d’un tratto ricompare,  pronto a nuove storie, a nuovi sguardi. Fabrizio Guida, il cui curriculum è variegato, amplio, colto, non stupisce solo per quello, ma per la sua verve creativa, nella perpetua dialettica del disordine.

Il viaggio è, forse, un luogo indefinito da inseguire. La fotografia è, forse, la definizione eterna di un singolo spazio. Tu navighi tanto in queste due realtà: come pensi che si connettano l’una con l’altra?

 

I cliché non sempre dicono il vero, come ad esempio che “il viaggio risiede nel percorso” e non nella meta. C’è sicuramente una crescita e un cambiamento interiore non indifferente nel percorso di viaggio che, a livello umano risulta un luogo indefinito da (in)seguire ogni giorno, perché ogni giorno è diverso, diverso come il luogo in cui ti trovi. Ma raggiungere una determinata meta, un luogo ben preciso e collocato nello spazio tempo, magari un luogo di difficile accesso come poteva essere l’ultimo scoglio nel punto più a sud della Nuova Zelanda, dove sarebbe bastato un passo in più per cadere in mare, quel mare che separava me e quello scoglio dal polo sud, è un’emozione forte che ti fa sentire vivo come non mai e ti fa dire “ce l’ho fatta, ci sono arrivato”; oppure “questa roccia è qui da milioni di anni e da milioni di anni subisce tutte le intemperie del mare e del vento, ha visto i primi esploratori arrivare e le guerre delle antiche tribù maori”. Tutto questo ti fa sentire parte di un mondo più grande, ti fa sentire parte del tempo e della storia, rimanendo però sempre sotto lo stesso cielo e le stesse stelle. Di eterno nel viaggio rimangono le connessioni, le emozioni e le energie e tutto quello che la nostra mente e la nostra anima decide di lasciare andare e di far risiedere nel luogo in cui sei, ma anche tutto quello che improvvisamente diventa parte di te senza che tu nemmeno te ne accorga, fino a quando un bel giorno ti svegli e le senti. Senti tutto. Sei consapevole. Ma prima che questo avvenga, tu, tutto quello che puoi fare di razionale è scattare una foto e fermare per l’eternità quel momento.

 

Trovi che ci sia qualcosa che al cinema sfugge e che la fotografia invece ritrae?

 

Sicuramente il cinema e la fotografia sono due arti estremamente legate tra di loro, quello che accomuna la cinepresa alla macchina fotografica è la comunicazione, la semplicità, ciò che le differenzia invece e la realizzazione delle figure sulla carta. Quello che importa è la storia, il messaggio, il sentimento, il legame. Sì il legame, perché scattare una foto può sembrare un semplice gesto tecnico, ma al 99,99% si tratta di stabilire quel legame che ti permette di arrivare all’altro…e a volte, attraverso esso, c’è la possibilità che anche l’altro possa sentire qualcosa. Per arrivare alle persone, credo sia necessaria una combinazione tra semplicità grafica e forza dello spirito e dell’anima.

Ecco forse questo manca al cinema, un po’ di semplicità grafica nei film dove anche se è richiesta, si potrebbero sfruttare meno le tecnologie e stravolgere meno anche la fantascienza o il fantasy, che pur se lo richiedono, l’essersi quasi trasformati in “videogame” lo trovo eccessivo, una dispersione d’arte.

Penso che questo passo potrebbe portare alla conseguenza di avere più forza nello spirito e nell’anima dell’opera stessa.

 

Per naufragare nel mondo con la tua libertà, mi immagino che tu abbia davvero un rapporto particolare con lo spazio-tempo. Come lo definiresti?

 

Credo che lo definirei “prospettico”.

La sensazione di trovarsi in un posto remoto, o pericoloso, senza nessuno nel raggio di km o con fiumi di gente che ti circondano, su un vulcano o al centro del pacifico su una barchetta di un pescatore fijano, in un antico raduno hippie tra le valli delle montagne neozelandesi o in un villaggio nella giunga sulle sponde del Mekong al confine tra Laos e Cambogia, è fantastica, strabiliante. Ti fa sentire allo stesso tempo perso, ma sempre parte di questo mondo, ti fa volare ma poi sentire la terra sotto i tuoi piedi, e cavolo se la senti quella terra che rispira.

Perché prospettico? Perché tutte queste sensazioni sono soggettive, ma comuni a tutte le persone a seconda non del luogo dove si trovano, ma dal luogo da dove vengono. La prospettiva cambia in base a chi sei, da dove vieni, dov’è casa tua, perché hai una casa? Io mi sono risposto sì, per questo io sono riuscito a sentire il fascino di essere dall’altro lato del mondo. Perché per me era l’altro, era la mia “fine del mondo”.

 

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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