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OSCAR 2020 e il ritorno degli Autori

Dopo la digestione di una delle cerimonie più attese dell’anno, è giusto prendersi una pausa di riflessione. Non si può ignorare certamente il profondo impatto e le implicazioni a livello culturale e politico della vittoria smisurata di Parasite. Le considerazioni sono molteplici e vanno prese con debita distanza per avere una visione d’insieme più nitida di cosa hanno rappresentato gli Oscar nel 2020.

parasite oscar

Innanzitutto, rispetto ai film degli anni precedenti, è impossibile non fare caso a un rientro in massa degli autori, e di nomi di rilievo fra le candidature. Si pensi soltanto che per i migliori film hanno concorso nomi come Joon-ho, Mendes, Scorsese, Baumbach, Tarantino, Waititi, Phillips, Gerwig. Va anche detto che in questa presentazione ci si ferma solo alle firme degli artisti, quando invece sarebbe forse più opportuno riconoscere il valore dei produttori, che, rispetto al trend degli ultimi anni, si manifestano progressivamente sempre più audaci e aperti all’attualità… A questa osservazione va aggiunto, infine, che non siamo di fronte a nessuna prima penna, zero spazio viene concesso agli emergenti e il pubblico, come non succedeva da tempo, paga il biglietto con la rassicurante sensazione di vedere film di artisti il cui nome basta come garanzia di qualità.

E, a buona ragione, si trova una certa concordanza fra i commenti della stampa mondiale e l’opinione pubblica nel constatare come l’Academy, a sorpresa, abbia saputo rivoluzionarsi e aprirsi al cinema internazionale. Bong Joon-ho, che ha già portato in USA e nel globo successi di critica e di mercato come Snowpiercer e (il contestatissimo) Okja, rimane difatti incredulo ed entusiasta nel trovarsi le mani piene di statuette (ben quattro, le più importanti in assoluto). Sì, perché in 91 anni non erano mai stati conferiti gli Oscar a “miglior film” e “miglior film straniero” in lingua straniera alla stessa pellicola. Solo Bertolucci si avvicinò al record nel 1988, aggiudicandosi tuttavia solo il miglior film, dacché la produzione era americana.

Il ringraziamento del regista sudcoreano all’autore che l’ha ispirato nei suoi studi, Scorsese in persona, riapre dunque le porte a una serie di considerazioni da farsi su quest’anno. Secondo un’analisi ancora più approfondita, è come se tutti i film nominati agli Oscar, comunichino fra loro attraverso un filo semantico di portata ora culturale, ma anche fortemente politica e sociale, attraverso la ricostruzione della Storia con una narrazione di finzione tornata allo scopo ancestrale di trasmettere un messaggio pedagogico e culturale.

1917 di sam mendes
1917

È indubbio come gli ultimi dieci anni siano da vedere, e anche da accettare, come figli di una crisi economica che ha lasciato dietro di sé un diffuso e profondo sentimento di insicurezza e di instabilità dai connotati, via via, sempre più estremi, ora sul piano politico ora sociale e, di riflesso, culturale. La concatenazione degli elementi della crisi sociale, politica e ambientale, a cui assistiamo quotidianamente, si articola e si ingarbuglia nell’ultimo decennio ancora di più all’interno di ulteriori fenomeni sempre più incontrollati, al cui primo posto vanno collocati i mezzi di comunicazione e informazione digitali, in cui il concetto stesso di identità individuale si confonde sempre più con il bisogno umano di affermarsi e imporre il proprio pensiero.

Se dunque si può parlare, oggi, di una sorta di nuova “anarchia”, ovvero quella che si identifica con la legittimazione deviata del diritto più straordinario dell’uomo, la libertà di espressione, ecco come l’industria dello spettacolo sembra affondare il suo pensiero e rivendicare una presa di posizione nel confronto con un fenomeno globale dal sapore regressivo, in cui analfabetismo di ritorno, sensazionalismo, estremismo nazionalista compaiono con tratti sempre più netti, e non solamente più “abbozzati”.

E nel cinema, tutto questo prende forma nella ricostruzione della Storia e nel bisogno urgente di ricordare. Nel prisma dei film di maggior rilievo tornano infatti agli Oscar, come non accadeva dai tempi della New Hollywood, pellicole che parlano in coro di temi prettamente antropocentrici, come la separazione (Marriage Story) e la riunione (Piccole Donne), l’angoscia della morte (1917), la deumanizzazione (The Joker), i lati più bui delle strutture e delle caste sociali (Parasite), l’insoddisfazione (Once Upon a time…in Hollywood), la cecità e la solitudine (The Irishman), il pregiudizio e la Memoria (Jo Jo Rabit).

Marriage Story di Noah Baumbach
Marriage Story

Nulla si può obiettare dunque alla sceneggiatura originale di Bong Joon-ho e Han Jin-won: creativi, salaci e provocatori, dall’inizio alla fine. Con una nota a margine al lavoro di Tarantino che tiene testa alta al suo collega, quasi come non succedeva più dai tempi di Pulp Fiction e Jackie Brown, con un pensiero di amore e nostalgia verso un tempo di rigenerazione culturale, e uno stile inedito che distilla la sua scrittura con pause, silenzi e descrizioni che si raccontano, a tratti forse più con le immagini che con le parole, con la riproposta romantica del cinema come fonte di nutrimento.

Once upon a time in America (di S.leone)

In questa riflessione, anche la vittoria attribuita alla sceneggiatura non originale di Taika Waititi è assolutamente legittima, il quale “soffia” il primo posto a Zaillian (The Irishman), complice l’idea intrepida di mettere in scena un Hitler come miglior amico immaginario di un bambino tedesco durante la Guerra e la trasparente lezione pedagogica terribilmente attuale contro i pregiudizi e gli estremismi ignoranti in una chiave di lettura per ragazzi.

Anche la quadrupla vittoria attribuita a Bong Joon-ho è per qualità scenica, artistica, intellettuale e narrativa del tutto dovuta, ma rimane comunque una punta di retrogusto amaro sotto tanto, forse troppo, entusiasmo per un autore – da non dimenticare – i cui natali (come nel caso dei messicani Cuaròn e Del Toro all’indomani di un un governo eletto su un programma di emarginazione e confini), potrebbero essere già di per sé sufficienti ad attribuirsi a una forma di rivendicazione simbolica e politica. Quindi, come spesso capita agli Academies da tanti anni, la vittoria non parrebbe esclusivamente attribuibile al merito artistico e di contenuto dell’opera.

Amarezza si può provare in questo senso, se si pensa anche agli altri candidati in gioco. E se l’Oscar ancora una volta non viene concesso a una regista, con profonda delusione per chi lotta per la ribalta femminile, (ma qui apriremmo un vaso di Pandora che è meglio lasciar chiuso), allora non si può fare a meno di notare che, al di là dell’illusione per cui andrebbero premiate maggiormente le opere più innovative e “scomode”, quelle in grado di scuotere le coscienze e ritrarre l’attualità, Joker era probabilmente un altro film meritevole di vincere.

Tuttavia, forse, il senso di smarrimento umano collettivo, un anti-eroe che rappresenta l’umanità di questa ultima decade, il ritratto grottesco dell’uomo (in senso universale) che fa i conti tutti i giorni con il senso di frustrazione verso un mondo che lo rigurgita e lo tradisce, sono elementi nella loro organicità troppo pesti e angosciosi da accettare; se poi si considera il fatto che Joker non è fatto per commuovere, anzi, sembra scritto apposta per suscitare l’immedesimazione e, come in Arancia Meccanica, spinge l’essere umano, nella realtà “trumpiana”, verso il ricorso alla violenza concreta come arma di riscatto.

Seppure lo stesso utilizzo della violenza selvaggia sia il motore portante anche di Parasite e della riflessione sulle strutture sociali e la (in-)dignità umana, tuttavia è indubbio capire cosa il pubblico preferirà fra i due film. Mentre il Joker di Phillips, innovativo, fuori dai canoni e molto audace, non lascia scampo a nessuno e ripropone il mito dell’eroe tragico di quarant’anni fa (Taxi driver in prima fila) senza via d’uscita, Parasite si rifugia dentro il dramma intimo e la commedia nera surreale, quella che solletica sì la riflessione e diverte, ma non pugnala lo spettatore nelle viscere senza pietà. E gli Oscar, ancora una volta, per quanto si manifestino sensibili ai “problemi del mondo”, forse non si sbilanciano troppo e votano per una scelta politicamente sicura.

Infatti sarà solo il tempo a decretare quale dei due film meriterà di essere più ricordato dell’altro.

joker di Todd Phillips
Joker

Leggi anche: Scene da Oscar 2020: Parasite

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