Hotel Chevalier, il cortometraggio di Wes Anderson.

Inizialmente pensato come un cortometraggio indipendente, Hotel Chevalier (2007) è stato scritto e diretto dall’inconfondibile mano di Wes Anderson, regista dalle geometrie perfette e dalle tinte color pastello. Attraverso la ricercatezza delle scene e lo scarno uso del dialogo, ci viene letteralmente dipinto l’incontro tra due amanti in una lussuosa stanza di un hotel parigino.

Abituati alle storie al limite del fiabesco del regista statunitense, quali Grand Budapest Hotel o Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ai romantici personaggi dai sentimenti controversi emblematizzati da I Tenenbaume al classico dolceamaro lieto fine, ci si chiede se approderà ai medesimi risultati anche nel girare il cortometraggio.

Lo stile unico della regia di Anderson permane, ormai consolidato e, considerando la bellezza e la potenza espressiva di alcune scene-chiave (la reception dell’hotel, il cameriere che entra con il buffet in camera e la vista di Parigi dal balcone della stanza), viene forse addirittura potenziato.

Sorprendente è tuttavia notare come, in meno di 13 minuti, il regista riesca a condensare in maniera sublime i caratteri e le emozioni dei due protagonisti: parliamo di Jack Withman (interpretato da Jason Schwartzman) e della sua ex-fidanzata (Natalie Portman). Prima dell’inizio delle riprese, Anderson si rese conto che il protagonista del cortometraggio mostrava sempre più somiglianze con uno dei personaggi di uno sceneggiato ancora in via di scrittura: è così che Hotel Chevalier divenne il prequel de Il treno per Darjeeling.

“But where do you go to, my lovely
when you’re alone in your bed?
Tell me the thoughts that surround you
I want to look inside your head, yes, I do”

Così recita il ritornello di Where Do You Go To My Lovely (1969) di Peter Sarstedt che, cantando con una dolcezza senza tempo, accompagna l’incontro tra i due amanti sulla soglia della camera d’hotel, immersi nella splendida vista degli storici edifici di Parigi all’ora del tramonto. I dialoghi sono scarni, spesso privi di senso o tratti a loro volta da famose citazioni (“Se ora scopiamo domani mi sentirò una merda!” – “A me sta bene” proviene dal libro Finalmente libere. 45 (e più) donne raccontano come si sopravvive ai 45 (e più) anni). Possiamo, tuttavia, trarre numerosi indizi dai piccoli gesti che i due personaggi si scambiano durante il poco tempo rimasto loro da passare insieme.

A primo impatto la loro relazione appare frivola e insulsa, dopotutto il cortometraggio mette in scena due ex amanti che si trovano quasi clandestinamente in una stanza di un hotel a fare l’amore. Tuttavia, piccole accortezze svelano la vera natura dei personaggi: Jack sembra ancora profondamente innamorato della ragazza; alla notizia del suo imminente arrivo si preoccupa di farle trovare la stanza perfettamente in ordine, si mette in giacca e camicia e le prepara persino un bagno caldo.

Guardando il sequel di Hotel Chevalier, si avrà modo di toccarne con mano la fragilità e di scoprirne gradualmente l’emotività, per certi versi puerile, collegata ai numerosi disagi familiari a cui lui e i fratelli hanno assistito durante l’adolescenza. La scena finale in cui Jack tira fuori uno stuzzicadenti e lo offre alla ragazza che lo ha lasciato, e che talvolta sembra quasi giocare con i suoi sentimenti, ne è l’emblema più eclatante.

Della ragazza, invece, ci viene detto veramente poco: non sappiamo quale sia il suo nome, con chi parli al telefono prima di entrare nella stanza e soprattutto a cosa siano dovuti tutti quei lividi che ne tappezzano il corpo. A molte di queste domande lo stesso Wes Anderson preferì non rispondere, motivando il fatto che dovesse essere lo spettatore a trarne l’interpretazione che trovava più confacente.

Per quanto questa visione possa apparire semplicistica, la bella ragazza dallo stuzzicadenti in bocca sembra essere, più che confusa, annoiata, e le poche ore proibite di svago con l’ex fidanzato sorseggiando Bloody Mary sembrano metterla al riparo da una noia opprimente che non riesce a sopportare. Quanto delle sue parole è vero? Quanto è dettato dall’angoscia di rimanere sola ad affrontare i momenti di vuoto della vita? Certamente avere qualcuno al proprio fianco rende questi vuoti un po’ meno profondi, ma come diceva Will Smith in Sette Anime: “C’è un tempo giusto per andarsene dalla vita di una persona anche quando non si ha un posto in cui andare”.

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