Home Settimane a Tema Il Cinema Orientale - L'Animo tra Poesia e Violenza Il Finale di Memories of a Murder- La disarmante normalità del Male

Il Finale di Memories of a Murder- La disarmante normalità del Male

Immaginate di trovarvi comodamente seduti in una sala di un cinema. A fine pellicola, vi rendete improvvisamente conto che chiunque in quella sala, persino l’uomo accanto a voi, può essere un omicida seriale. Sembra una scena tratta dal più classico dei libri gialli, una di quelle che descriverebbe persino Agatha Christie. Eppure, è ciò che hanno realmente provato gli spettatori sudcoreani di Memories of a Murder.

Intenso thriller firmato dal regista Bong Joon-ho (quest’anno vincitore di ben quattro premi Oscar per l’eccezionale Parasite ), Memories of a Murder è ispirato all’agghiacciante storia vera del primo serial killer sudcoreano conosciuto. Attivo tra il 1986 e il 1999, l’assassino violentò e uccise molte giovani donne: la sua identità rimase sconosciuta fino al 2019.

Joon-ho decide di concentrare la narrazione sulle lunghe indagini portate avanti dalla polizia di Hwaseong, colta completamente impreparata dagli eventi. Il regista ci mostra, infatti, un corpo investigativo trascurato e disorganizzato, ma soprattutto molto incline a utilizzare la violenza, se non forme di vera e propria tortura, nei confronti dei sospettati. In particolare si sofferma sulla figura del detective Park Du-Man (interpretato da Song Kang-ho, attore feticcio di Joon-ho), un uomo semplice e dalla vita ordinaria, il quale però si vanta di possedere un particolare istinto che gli permette di riconoscere un assassino semplicemente guardandolo negli occhi.

Gli investigatori seguono le piste più disparate, utilizzando metodi ben lungi dall’essere ortodossi, ma senza successo. Ogni sospettato interrogato, ogni indizio trovato si rivelano essere un gigantesco buco nell’acqua. Chiarissima e pungente la critica che Bong Joon-ho muove verso la polizia sudcoreana, delineandone un ritratto grottesco, molto lontano dall’immagine eroica e infallibile solitamente rappresentata dalla cinematografia americana. Qui i poliziotti sono inclini a perdere il controllo, adottando metodi di indagine a dir poco discutibili (Du-Man arriva persino a rivolgersi a una maga) e commettendo costanti e grossolani errori.

Non sorprende dunque che, alla fine della storia, il caso venga dichiarato irrisolto.

Se Memories of a Murder si fosse concluso in questo modo, lo spettatore non avrebbe assistito ad altro che un ottimo thriller, ben scritto e diretto. Il regista decide invece di concludere la pellicola con una sequenza semplice e meravigliosa al tempo stesso.

Nel 2003, Park Du-Man ha lasciato il suo lavoro da investigatore: ora è un piccolo imprenditore e un padre di famiglia. Una mattina si trova per caso a passare in mezzo ai campi dove aveva rinvenuto il primo cadavere quasi vent’anni prima. I ricordi cominciano a riaffiorare. Du-Man non è mai riuscito a dimenticare quel difficile caso, così non può fare a meno di fermarsi a guardare dentro il canale di scolo.

Improvvisamente viene raggiunto da una bambina, che gli dice che un altro uomo pochi giorni prima era venuto a scrutare lo stesso luogo. La bambina aveva chiesto all’uomo cosa stesse guardando e questo aveva risposto che lì, tanti anni prima, aveva fatto qualcosa. Intuendo che si tratti dell’assassino, Park Du-Man le chiede che aspetto avesse. “Normale”, lo definisce inaspettatamente la bambina. Du-Man rimane molto colpito da quella parola. Il suo sguardo si rivolge alla telecamera.

Così si conclude Memories of a Murder: un finale talmente perfetto da racchiudere l’essenza dell’intera pellicola. 

Nel suo lavoro Park Du-Man si era per anni vantato di saper riconoscere un assassino guardandolo in faccia. Come se un omicida avesse un tratto distintivo, una luce negli occhi in grado di distinguerlo dalle altre persone. Quante volte sentiamo pronunciare frasi come “ha proprio la faccia da delinquente”, “gli si legge la cattiveria negli occhi” ?

Si tratta di meccanismi di difesa che adottiamo per non ammettere un’amara e inquietante verità: il Male si nasconde proprio nell’ordinario, all’interno della cosiddetta “normalità” dietro cui amiamo tanto nasconderci. Non esistono visi deformati, sguardi malefici che ci possano aiutare a identificarlo. In quel brevissimo dialogo con la bambina, Du-Man realizza proprio questo. Per anni lui e i suoi colleghi si sono accaniti su individui all’apparenza “sospetti”, come un ritardato mentale o un pervertito, concentrandosi più sulla loro apparenza piuttosto che sul loro reale coinvolgimento nel delitto. Questo problema è certamente esasperato all’interno della storia, un crudo ritratto della drammatica condizione sociale in Corea del Sud, eppure si tratta di un tipo di ragionamento comune a tutti gli esseri umani. Considerare indizi, o ancora peggio prove, proprie impressioni o pregiudizi, che vanno così drammaticamente a sostituire il reale accertamento di un fatto.

Compresa questa dolorosa verità. l’ex investigatore guarda fisso la telecamera. Più precisamente, lo spettatore; ancora più precisamente, l’assassino.

Memories of a Murder uscì nelle sale nel 2003, ovvero sedici anni prima della risoluzione del caso. Con questo colpo di genio, Bong Joon-ho si rivolge direttamente al serial killer, protagonista invisibile del suo film, che probabilmente si trovò ad assistere a una delle proiezioni. Una rottura di quarta parete che va al di là di un semplice esercizio stilistico, ma anzi in grado di uscire dalla finzione ed entrare prepotentemente nella drammatica realtà. Al di là dello schermo, si trova colui che ha davvero brutalmente tolto la vita a quelle donne, colui che ha realmente inflitto un così atroce dolore.

Quell’intenso sguardo finale non è altro che la nostra amara presa di coscienza: per quanto ciò ci possa spaventare, chiunque in mezzo a noi può essere o potrà diventare un omicida.

Leggi anche: Bong Joon-Ho: La Rivincita degli Umili contro le Istituzioni

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