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Kubrick, o come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba

Nel 1964, durante gli anni nei quali la guerra fredda non era mai stata così calda, Stanley Kubrick realizza Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Era l’epoca della crisi dei missili di Cuba, e il conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica era sempre più vicino al punto di esplodere, tramutandosi nella terza guerra mondiale e nella prima guerra nucleare. Le pagine del libro della civiltà umana si facevano sempre meno, e la parola “fine” non si stagliava più all’orizzonte, ma si rivelò essere paurosamente vicino.

Se l’apocalisse nel corso dei tempi aveva assunto sembianze sempre più romanzesche, in questo periodo storico divenne una possibilità tremendamente tangibile, un pensiero che ogni cittadino avrebbe dovuto affrontare una volta sveglio la mattina. Mai era stato così reale come in quei giorni il fatto che un errore o un’incomprensione da entrambe le parti avrebbe potuto causare lo scoppio della guerra.

Alla fine degli anni ’50, Stanley Kubrick divenne profondamente preoccupato riguardo la possibilità di una guerra nucleare. Quando la creazione artistica di Lolita (1962) terminò, il dilemma sul nucleare fu l’unica cosa che il regista ebbe in testa. Kubrick ne divenne ossessionato, divenendo un esperto in materia e immergendosi nella vasta letteratura sull’argomento. Il dottor Stranamore, per quanto assurdo e paradossale possa sembrare, è di un’accuratezza disarmante; anni più tardi, infatti, l’idea per cui l’esercito avrebbe utilizzato le armi nucleari senza consultare il Presidente, recepita come fasulla e infondata quando il film uscì nelle sale, si rivelò essere spaventosamente veritiera.

Presidente Muffley: Pensavo di essere il solo a poter ordinare l’uso di armi nucleari

Turgidson: Esatto, signore. Lei è l’unica persona autorizzata a farlo, e anche se odio dare giudizi prima di aver esaminato tutti i fatti, sembrerebbe che il generale Ripper abbia oltrepassato la sua autorità.

La possibilità di rapportarsi costantemente con la morte, consapevole che in ogni momento nell’alto dei palazzi qualcuno potesse, per qualsivoglia ragione, causare la terza guerra mondiale, avrebbe condizionato la vita di chiunque. Così fu per Stanley Kubrick che, secondo le parole della figlia, a casa non parlava d’altro; e non avrebbe potuto fare altrimenti, poiché un’idea, l’idea della bomba, è come il più resistente dei parassiti, e quando si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla.

In questo modo, ogni momento della sua vita, Kubrick si rapportava con la possibilità della propria fine e, soprattutto, con quella di tutto e di tutti. Divenendo consapevole della propria finitezza, il regista si rese conto che l’unico modo per redimersi da questo paradossale e angosciante pensiero non poteva che essere quello di narrarlo, di renderlo reale, e quindi filmarlo.

“Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato” ( Stanley Kubrick)

Il film, infatti, realizza la possibilità che la bomba effettivamente esploda, divenendo la manifestazione di tutti i pensieri e le idee che vagavano nella geniale mente di Kubrick.

Realizzando Il dottor Stranamore, una commedia nera assolutamente irriverente all’apice della guerra fredda, Kubrick riuscì a emanciparsi dalla propria ossessione realizzandola, narrando l’accadere della catastrofe, ed esplicando tale dinamica nel titolo, Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. In questo modo, direbbe Jean-Paul Sartre, il regista riuscì a trasformare la contingenza in passione, tramutando un fatto assolutamente non necessario, ma anzi con potenziali conseguenze catastrofiche, in una storia, in un film, in ciò che più realizza l’essenza del regista Stanley Kubrick.

Questa risposta all’accadere del mondo sarebbe stata apprezzata anche da un altro filosofo più vicino al regista americano: Friedrich Nietzsche. Il pensatore tedesco, infatti, presente nella sua assenza in film come 2001: Odissea nello spazio – la cui colonna sonora è denominata Così parlò Zarathustra – e Arancia meccanica, qui approverebbe l’atteggiamento esistenziale di Stanley Kubrick. Con Il dottor Stranamore, il regista cavalca le onde del destino e decide di amare tale fato, di concepirlo come una fortuna, per quanto assurdo e catastrofico in realtà sia. È il “così fu, così volle che fosse”, l’amor fati di nietzschiana memoria, che permise a Kubrick di realizzarsi e realizzare la propria volontà. In questo modo, l’assurdo, l’ingiustificabile e il gratuito smarriscono il loro animo tragico, abbandonano la propria natura angosciosa, e si rivelano come una dimensione da ricercare, da scegliere e desiderare.

Il titolo del film, infatti, ne è la massima esplicitazione e manifestazione: Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. Il titolo parla di lui, di Kubrick che dopo anni di ossessioni e angosce, nel 1964 imparò a non preoccuparsi più della bomba, a non concepirla più come una tragedia, a non maledire il “così fu”, ma imparò ad assumerla, ad amarla, a volerla pur non avendola voluta, a trasformare tale contingenza in passione.

“Fu a questo punto che decisi di trattare la storia come una commedia-incubo. Seguendo questo approccio, trovai che non interferiva mai con la presentazione di argomenti ben elaborati. Mentre eliminavo le incongruenze, mi sembrò meno stilizzata e più realistica di qualsiasi cosiddetta seria o realistica trattazione, che di fatto è più stilizzata rispetto alla vita stessa, per via della meticolosa esclusione delle banalità, dell’assurdo e delle incongruenze. Nel contesto dell’imminente distruzione del mondo, l’ipocrisia, le incomprensioni, la lascivia, la paranoia, l’ambizione, gli eufemismi, il patriottismo, l’eroismo ed anche la ragionevolezza possono evocare un’orribile risata.“ Stanley Kubrick

Leggi anche: Il Dr. Stranamore – Kubrick, la Bomba, la Perversione

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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