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How I met your mother e i tre stadi dell’esistenza di Kierkegaard

Cosa accomuna i tre protagonisti maschili di How I met your mother e i tre stereotipi (Don Giovanni, il marito e Abramo) presi da Kierkegaard come esempio nel spiegare la sua teoria degli stadi evolutivi?

Ognuno di noi affronta il quotidiano con uno spirito e un’attitudine diversa: c’è chi si reputa razionale e pondera ogni scelta con massima cura e applicazione e c’è chi vive giorno per giorno senza fare piani per il futuro. C’è chi pensa in grande e chi si accontenta di poco, chi investe tutto nella carriera e chi nella famiglia. C’è poi chi si lamenta, chi si arrende facilmente e chi prende la vita come un gioco, c’è chi non accetta l’eventualità di sbagliare e chi dei suoi sbagli ha ormai perso il conto.

Filosofia e sitcom

Søren Kierkegaard (1813-1855), filoso danese e padre dell’esistenzialismo, teorizzò l’esistenza di tre stadi evolutivi mutualmente escludibili, nei quali l’essere umano poteva trovarsi. Tali modelli di esistenza sembrano essere incarnati alla perfezione dai tre protagonisti maschili della celebre sitcom statunitense How I met your mother (2005-2014). Barney, Ted e Marshall, tre personaggi dalla natura e dalla personalità a dir poco antitetica, diventano allora le personificazioni rispettivamente dello stadio estetico, etico e religioso.

Iniziamo dal primo. Due parole: nuovo e leggendario; questo è ciò a cui anela l’esteta. Egli rigetta qualsiasi principio etico-morale che possa distoglierlo o deviarlo dalla sua inesauribile ricerca del piacere. Belle donne, vestiti eleganti ed eventi mondani; non vi ricorda qualcuno? Chi se non l’eccentrico Barney Stinson? Perennemente in giacca e cravatta, con un ottimo bicchiere di whisky in una mano e un grosso sigaro cubano nell’altra, amante degli strip club e degli addii al celibato, il Don Giovanni della sitcom è sempre alla ricerca di una nuova trovata per conquistare qualche ragazza al MacLaren’s Pub o per cacciare se stesso e i suoi amici in situazioni al limite del bizzarro. “Sarà leggen… non ti muovere … dario!” e “Nuovo è sempre meglio” sono i suoi unici mantra. Barney non si lega a nessuna donna perché, come direbbe Kierkegaard, non vuole poter scegliere.

C’è poi chi invece una scelta l’ha fatta: Ted. Inguaribile romantico e instancabile sognatore, ricerca la donna perfetta, una donna che ascolti i suoi noiosi profluvi di architettura, che suoni il basso in una band e che ami Guerre Stellari; egli cerca, in modo quasi ossessivo, una donna da sposare e con cui costruire una famiglia. Ted è per antonomasia l’uomo che insegue i suoi sogni, l’amico leale e corretto che noi tutti vorremmo (più volte durante la serie lo vediamo sacrificarsi per i suoi amici) e il marito perfetto. Dunque, egli ha effettivamente fatto un passo avanti rispetto a Barney: ha scelto. Ha scelto Robin dal primo istante in cui l’ha vista, ha scelto Marshall e Lily come sua seconda famiglia e ha scelto di credere nel vero amore senza arrendersi mai.

L’ultimo, infine, è uno stadio che potremmo definire di “approdo”: si tratta dello stadio religioso. L’uomo che decide di rinunciare a ogni logica, di abbandonare la ragione in favore del paradosso della fede, proprio come Abramo nella Genesi, che pone fine all’angoscia e al pentimento propri degli stadi precedenti. E così come Abramo, anche Marshall ha un unico credo: l’amore per Lily. Ted e Marshall sono amici di vecchia data e condividono la stessa visione della vita; tuttavia, mentre il primo si interroga, pretende spiegazioni e rappresenta l’uomo in continua ricerca, Marshall si è fermato. Si è fermato al college quando una ragazza bassetta dai capelli neri gli chiese di aiutarlo a sistemare lo stereo in camera sua. Si è fermato al momento in cui ha conosciuto Lily; da allora ha smesso di cercare e di dubitare, da allora si è semplicemente affidato, senza chiedersi se fosse giusto o sbagliato. Persino nei momenti più duri le è rimasto fedele; quando Lily sembra averlo abbandonato per San Francisco, durante le litigate sul trasferimento in Italia, così come dopo la morte del padre, egli non ha mai messo in discussione il fatto di aver già trovato tutto ciò di cui aveva bisogno. Lily è faro e bussola, è luce e acqua, ombrello giallo e corno blu per Marshall.

Ma questi personaggi sono statici o si evolvono nel tempo? In realtà rispondere risulta più complesso del previsto. Di certo, anche qualora volessimo parlare di dinamismo, questo sarebbe diverso dal succedersi dei tre stadi evolutivi teorizzati da Kierkegaard.

Marshall sembra non cambiare mai: questo non significa che il suo carattere non si modifichi nel corso della serie, tuttavia egli non verrà mai percepito come qualcosa di separato da Lily. La loro armonica simbiosi, paradossalmente spontanea e genuina, sarà colonna portante del personaggio fino alla fine.

Per Barney, invece, il discorso è diverso: per quanto vogliamo illuderci che le relazioni più sincere con Robin, Nora e Quinn gli permettano di progredire e di raggiungere perlomeno uno stadio etico, la precoce fine del matrimonio con Robin sembra porre un freno ai traguardi ottenuti e, in men che non si dica, far sprofondare qualsiasi speranza di cambiamento possibile. Tuttavia, a ben guardare, sarà solo l’inaspettata nascita della figlia a dare un decisivo punto di svolta alla sua monotona e ingessata percezione della vita. Sebbene assolutamente incapace di portare avanti una relazione stabile e duratura con una donna, egli si scoprirà essere un padre presente e premuroso, cosa che potremmo senz’altro interpretare come un effettivo cambiamento in positivo, verso uno stadio più maturo e completo come quello etico.

Che dire infine di Ted? Riuscirà o meno a porre fine alle sue incertezze e a raggiungere uno stadio attiguo a quello dell’amico Marshall? Probabilmente rispondere a questa domanda sarebbe come eliminare dalla mente l’esistenza dei due finali alternativi proposti dai produttori della serie. Tornare da Robin col corno blu in mano è un passo indietro tragicamente affrettato in cui lo vediamo incappare o un universale e più che comprensibile dichiarazione di umana fragilità? Probabilmente ognuno di noi tiene segreta la risposta dentro di sé, ed è giusto che rimanga tale.

Leggi anche: How I Met Your Mother – Anatra o coniglio? Ombrello giallo o corno blu?

Giulia Montanari
«Chi disse: "Preferisco avere fortuna che talento", percepì l'essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.»

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