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Nuovi Sguardi | Cristian Giroso e l’Amica Geniale – Essere attori a Napoli al giorno d’oggi

Cristian Giroso, attore nato e cresciuto nei laboratori teatrali delle periferie. Si è formato attraverso un grande studio dei classici teatrali, affrontando il palco come una sfida. Spettacolo dopo spettacolo, autore dopo autore. Dopo aver fondato una compagnia teatrale insieme ad altri amici, è approdato al cinema. Fresco di vittoria del Premio Ubu, interpreta prima O’ Cardillo nella serie Gomorra; e poi Antonio Cappuccio ne L’amica geniale. Porta sempre con sé la forza e la determinazione di chi ha sudato tanto, e l’amore di chi succhia la vita fino al midollo.

Cristian Giroso è un volto nuovo del cinema italiano, ma non ci sorprenderebbe vederlo approdare all’Olimpo del cinema mondiale. Merda merda merda!

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E allora, eccoci qua. Finite le riprese de L’Amica geniale sei tornato alla vita quotidiana e ti stai godendo questo periodo di meritato riposo. Ma tu, in questo momento, ti senti arricchito o impoverito? Cioè, ti senti con un’esperienza in più, che ti arricchisce, o con un personaggio in meno, che ti impoverisce?

Cristian Giroso: Dopo un’esperienza importante, come girare la seconda stagione de “L’Amica geniale” non posso che sentirmi arricchito. Anzi, stra-arricchito! Mentre per la prima stagione non sapevamo cosa aspettarci, anche perché c’era un gran fermento mediatico attorno alla serie e al libro, che ha spopolato in tutto il mondo; questa seconda serie doveva essere una conferma. Una conferma delle aspettative riposte nella prima stagione e anche nei personaggi. Tra l’altro in questa stagione il mio personaggio fa un percorso totalmente diverso dagli altri personaggi.

Che ruolo ricopri nella serie? E di che percorso si tratta?

[SPOILER ALERT]
Cristian Giroso: Nella serie sono Antonio Cappuccio, quello che poi diventerà il fidanzato di Elena. Vengo comunque da una famiglia difficile, mia madre è pazza e sono orfano di padre. Come nel romanzo, anche la serie vuole raccontare di questi ragazzi che si distaccano e prendono le distanze dalle proprie famiglie; si allontanano anche come reazione a un rifiuto del mondo dei propri genitori.

Salvo poi scoprire che i figli fondamentalmente sono gli specchi dei propri genitori. E quindi i personaggi scoprono di essere uguali a loro, se non peggio. Dal mio punto di vista, quando parto per fare il militare ci sarà un momento in cui, come mia madre, finirò per impazzire; e i segni saranno visibili non solo mentalmente, ma anche fisicamente. Infatti ho avuto anche dei momenti di cortocircuito tra realtà e finzione, in cui mi chiedevo: “ma foss’ asciuto pazz’ ‘overament?!”. [Ride]
[SPOILER ALERT]

Cristian Giroso

Come ad esempio… ? In che occasione ti sei sentito così? Alla luce di un coinvolgimento emotivo così forte e pervasivo, alla fine delle riprese, è stato particolarmente difficile per te tornare alla realtà?

Cristian Giroso: Ad esempio, proprio per questa seconda stagione, per simulare meglio questa pazzia, mi sono stati tagliati i capelli a mo’ di alopecia. Tutte le mattine, quando mi guardavo allo specchio, mi chiedevo: “Ma ije song’ ‘overament accussì?”. [Ride] O anche, alle volte stando con amici provavo il personaggio, e iniziavo ad assentarmi, a fissare il vuoto. E allora c’è un attimo di straniamento, ti chiedi se guardi il vuoto come prova o se davvero stai impazzendo. Diciamo che ho avuto momenti in cui sentivo una sorta di corto circuito tra realtà e finzione; anche perché per interpretare al meglio un personaggio così instabile, devi per forza perdere un pizzico di stabilità anche nel tuo quotidiano.

Infatti la prima cosa che ho fatto, una volta terminate le riprese, è stato tagliarmi i capelli per recuperare almeno un aspetto normale. Nonostante questo straniamento, non è stato difficile tornare alla realtà, anzi. Devi tornare subito alla realtà, altrimenti rischi poi di cadere nel personaggio, di non uscirne più. L’attore poi diventa schiavo di un’etichetta, legato sempre alla stessa immagine, incapace di andare avanti per affrontare sempre nuove sfide, attoriali e personali. È stato così quando ho girato “Gomorra” e sarà così anche con “L’Amica geniale”.

La cosa che mi ha colpito molto di questa serie è che, più che essere la storia di un singolo protagonista, è una storia corale. Di tanti personaggi accomunati da un rione, e di come lo sviluppo delle loro vite rifletta lo sviluppo di una città. Questo svolgersi della trama attraverso la costruzione di piccole storie, ricorda tanto la genesi del mito; dà l’idea di come la Storia con la “S” maiuscola non sia lontana e intoccabile, ma generata dalle vite di tante persone che si intrecciano. Non pensi che anche il tuo personaggio possa costituire una sorta di mito, o anche di parabola, che racconta un aspetto della storia di questa città?

Cristian Giroso: La storia di una città, di un rione, ma soprattutto di una mentalità. Parliamo comunque degli anni sessanta, vissuti in comunità dalla mentalità un po’ ristretta. Per una questione proprio culturale, l’emancipazione e gli studi sono un vero e proprio miracolo. La normalità è vedere ragazzini abbandonare gli studi a quattordici anni, per cercarsi un lavoro e caricarsi sulle spalle una famiglia. Ricollegandomi a quello che hai detto, sembra che la Storia in generale e questa storia in particolare siano lontane dalla vita quotidiana dei nostri giorni. In realtà, invece, io ancora oggi vedo ragazzi e ragazze che abbandonano la scuola, per aiutare economicamente la propria famiglia; sia per motivi economici, anche perché totalmente privi di stimoli esterni, orfani di maestri e insegnanti che possano ispirarli.

Il mio personaggio può diventare mito, anche se è in secondo piano rispetto alle vere protagoniste: Elena e Lila. Nel corso della stagione diventerò il fidanzato di Elena, ma entrambi ci leghiamo perché costretti quasi dall’ambiente circostante; da una società che obbliga tutti, una volta compiuti diciotto anni, a sposarsi, creare una famiglia, trovare un lavoro e poi morire. Sarà poi Elena a portarlo allo sfinimento, facendogli capire in tutti i modi possibili e immaginabili che non lo ama, spingendolo a ribellarsi.

Lui si ribella, ma non più di tanto alla fine, anche perché secondo me è il personaggio più buono dell’intera serie, e non riesce a scrollarsi del tutto di dosso le sue responsabilità. Venendo da una famiglia estremamente povera, non può evitare di trovarsi lavoro come meccanico e poi partire per il servizio militare. Forse, se avesse avuto qualche possibilità in più, avrebbe continuato gli studi. Chissà.

Sembra quasi che non ti piaccia questa ribellione solo parziale di Antonio (Cappuccio, ndr). Se potessi, cambieresti qualcosa di questo personaggio?

Cristian Giroso: Non posso cambiare nulla, altrimenti, come si suol dire, non sarei al servizio della storia. Come attore, io devo interpretare Antonio nel miglior modo possibile. Per farlo, non devo ragionare come Cristian, ma come Antonio. E purtroppo, Antonio ha una famiglia problematica, senza figure genitoriali, perché il padre è morto e la madre è pazza. Pesa tutto sulle sue spalle, ed è proprio per questo che per forza dovrà fare determinate scelte. Al colmo della disperazione, come ultima spiaggia si troverà a elemosinare un lavoro ai Solara, famiglia che comanda nel rione. Cristian Giroso non lo avrebbe mai fatto, Antonio non ha molte altre alternative.

Vicende profondamente attuali, tra l’altro, che vediamo e viviamo tutti i giorni. L’evoluzione della città, poi, è un tema che ricorre anche in Gomorra, altra serie che ti ha visto protagonista. Sembra di vedere l’evoluzione di una stessa città, ma in due epoche diverse.

Cristian Giroso: La stessa città in due epoche diverse, ma legate dallo stesso filo conduttore: la violenza. Non sarà la violenza estrema, la guerra tra clan, che si vede in “Gomorra”, ma anche ne “L’amica geniale” ci sono forme di violenza. Una violenza domestica, meno appariscente, come quella che subisce Lila; nonostante le sue capacità e la sua voglia di studiare, per stare in casa ad aiutare la madre è costretta ad abbandonare la scuola. Viene così privata della possibilità di parlare, di esprimersi. E non è violenza questa? È normale che in una serie si voglia provare a vedere il buono o la morale di una storia, in “Gomorra” questa è totalmente assente. “Gomorra” ti mette di fronte alla realtà di personaggi che hanno scelto la strada della criminalità organizzata, con le ansie e il peso delle scelte sbagliate.

È un racconto del male ambientato a Scampia, ma che non è rinchiuso a Scampia, perché potrebbe svolgersi dovunque nel mondo. Ci sono comunque dei canoni da seguire, la storia è ispirata a fatti di cronaca molto romanzati, ma l’obiettivo non è quello di mitizzare i personaggi rappresentati quanto piuttosto quello di farti pensare in maniera diversa. Ci sono state anche delle critiche, ma credo che sia eccessivo dare troppe responsabilità a una serie TV; se chi guarda avesse delle basi solide alle spalle, delle guide a cui ispirarsi, la visione di serie come “Gomorra” non lo porterebbe sicuramente a fare determinate scelte. Diciamo che idealmente le due serie andrebbero guardate insieme. La visione di “Gomorra” dovrebbe spingere a prendere le distanze da determinate scelte, mentre invece “L’amica geniale” dovrebbe convincere a seguire sempre i propri sogni, anche andando in contrasto coi propri genitori.

Su “Gomorra” ne sono state dette davvero tante, ma per evitare una critica semplicistica e troppo didascalica, a me farebbe piacere sapere cosa ne pensi tu. Nella tua doppia veste di attore della serie, ma anche di abitante di Scampia, investito in prima persona dalle critiche che di volta in volta ruotano attorno al quartiere o all’immaginario Scampia.

Cristian Giroso: Figurati. In sei anni ne ho sentiti tanti dirmi che non guardavano “Gomorra” perché troppo cattivo, perché ci sono troppe male parole. Dal mio punto di vista, senza voler criticare, guardare programmi come quelli di Barbara D’Urso è molto più diseducativo. Perché se da un lato vedi contenuti reali, con le conseguenze del vivere da camorrista, dall’altro lato ti trovi di fronte a una realtà completamente vuota e fittizia, dove conta solo apparire. Contenuti e ragionamento sono assenti. Attribuire delle colpe esclusivamente a una serie TV credo sia riduttivo, perché le cause reali sono ben altre, anche a fronte di una spettacolarizzazione come questa.

Altrimenti quanti film della storia del cinema dovrebbero essere accusati; vorrebbe dire che basta guardare “Scarface” per decidere di darsi al narcotraffico, alla cocaina, agli omicidi. Anche io un giorno potrei dare i numeri, pensare “ma a me che me ne fotte, tengo ‘e sorde, tengo ‘e femmene e facc’ ‘e muorte”. Il distinguo in questo caso è avere una base, per questo dico che per me non è questione relativa a un programma televisivo, ma si tratta di un vero e proprio problema culturale. 

Per fortuna, io ho avuto una famiglia alle spalle che ha saputo trasmettermi dei valori, che mi ha fatto sentire una vicinanza ogni volta che ho preso delle scelte. Questo è il motivo per cui pur vivendo nella Gomorra vera, quella reale dove i pali delle piazze di spaccio guadagnavano 500€ al giorno, non ho mai scelto la strada più facile. Ho sempre preferito fare il ragazzo delle consegne, guadagnare una miseria anche, pur di inseguire quello che è sempre stato il mio sogno: il teatro. Nonostante esempi negativi nella vita quotidiana, ma anche e soprattutto in televisione, dove viene rappresentato un mondo dedito alla competizione.

Ormai siamo circondati da una competitività sfrenata, immersi in una società dove contano solo i soldi, le marche dei vestiti che indossi, l’auto che guidi. Dove se non puoi permetterti un certo tenore di vita sei considerato meno di zero, e proprio questo senso di inferiorità costante ti può spingere poi a fare scelte di cui ti pentirai. Con questo non voglio giustificare la criminalità, ma vorrei solo sottolineare il fatto che io sono stato fortunato ad avere dei genitori presenti come i miei.

Cristian Giroso

Esperienza, la tua, che diventa ancor più importante a fronte di un approccio quasi etologico che si assume nei confronti delle periferie. Perché il rischio che si corre è di relegare la criminalità nei quartieri periferici, senza considerare debitamente il disagio che vive chi abita lì. Come se bastasse abitare nelle Scampie di tutto il mondo per diventare criminale, quando le motivazioni sono ben altre. E allora l’adiacenza tra chi sceglie di fare il pusher e chi, come te, sceglie di fare il fattorino pur di inseguire un sogno diventa davvero fondante, per quanto possa apparire illogica.

Cristian Giroso: Sei quasi un fesso capì, che hai la possibilità e scegli di non vendere droga. Sembra quasi un atto rivoluzionario, anche alla luce di quello che ci dicevamo prima. Tempo fa mi capitò di vedere un servizio in tv, in un programma che si presupponeva fosse d’inchiesta; intervistavano un gruppo di ragazzi tra i tredici e i quattordici anni che avevano l’abitudine di incontrarsi al Duomo a Milano.

Il giornalista chiedeva a tutti quanti soldi avevano speso per il loro abbigliamento, e si vedevano questi ragazzi con vestiti costosi, alcuni anche con orologi Rolex al polso. Questi ragazzi sono fortunati, perché hanno dietro genitori che possono permettersi questo tenore di vita, anche se non sono capaci di dare un esempio corretto ai loro figli. Ma mettiamoci nei panni dei loro coetanei che li guardano alla tv e che quei vestiti non possono permetterseli. Proviamo a immaginare cosa possa pensare chi resta abbagliato dalla televisione guardando ragazzi come lui fare quella vita; vivendo però in una famiglia che stenta ad arrivare a fine mese.

Per arrivare a quello non basta uno stipendio o qualche sacrificio, bisogna per forza scegliere la strada dei soldi facili, altrimenti nessun adolescente da famiglia operaia potrebbe permettersi un Rolex a quattordici anni. Per cui, il problema non è l’indirizzo di residenza, ma questo germe che ti entra dentro e che può condizionare le tue scelte, se alle spalle non riesci a costruire delle solide fondamenta su cui basare la tua vita. E proprio per essere un esempio positivo dentro e fuori dal set, per me interpretare ‘O Cardillo in “Gomorra” è stata una sfida molteplice.

Una sfida attoriale, in primo luogo, perché ho dovuto rielaborare in prima persona tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti che per anni ho visto in prima persona e subito sulla mia pelle. Infatti mai avrei immaginato di poter recitare in un ruolo simile, totalmente all’opposto rispetto a quello che sono io, a quelle che sono le mie aspirazioni e i miei sogni; chi mi conosce lo sa, io sono naturalmente portato per i ruoli comici e invece mi trovo solo a interpretare personaggi drammatici. Anche in nome di una sorta di sindrome del clown, che è sempre sorridente e fa ridere, ma che in realtà nasconde una tristezza e una solitudine fuori dal comune, ho usato i ruoli drammatici interpretati nelle serie TV per riscoprire una diversa sensibilità.

Ho scoperto lati del mio carattere che non conoscevo con ‘O Cardillo, ma soprattutto con Antonio Cappuccio. Grazie alla direzione di Saverio (Costanzo, ndr), sono riuscito non solo a impersonare Antonio, ma a farlo vivere attraverso i sentimenti. Perché questo è un personaggio che deve partirti per forza dal cuore, non puoi solo pensarlo, ma devi davvero sentirlo, nelle sue difficoltà, nei suoi problemi, nelle sue fragilità; è stato quasi un percorso psicologico, una ricerca di motivi che spingessero un ragazzo a una così estrema disperazione.

E poi, tornando anche alla domanda, interpretare ‘O Cardillo è stata una sfida anche personale, perché sempre più persone, non appena venivano a sapere dove abitavo, subito mi dicevano “e allora perciò sei così bravo, ti viene naturale fare il camorrista se sei nato a Scampia”. Come se io quello facessi nella finzione, ma anche nella vita. [Ride] Ed è difficile spiegare tutto il lavoro che c’è dietro, lo studio, il fatto che io prima di fare l’attore abbia studiato all’accademia, eccetera eccetera. Il lavoro che bisognerebbe fare, quindi, è innanzitutto culturale, per sradicare un modo di pensare che bada solo all’apparenza e si sofferma solo sulla superficie delle cose.

Conoscendoti devo ammettere che è sorprendente questa tua capacità di interpretare ruoli drammatici, che poco si adattano alla tua fisionomia caratteriale. In questi ruoli ti sei trovato per caso, o è stata una scelta deliberata? Credi di voler interpretare anche ruoli comici in futuro?

Cristian Giroso: Diciamo che, in entrambi i casi, mi sono trovato per caso a fare il provino. Per “Gomorra”, capitai ai casting perché accompagnavo dei ragazzini che facevano con me laboratorio di teatro. Inizialmente, i personaggi dovevano essere adolescenti che arrivavano massimo ai vent’anni, io invece ne avevo circa 25; quando poi gli autori cambiarono idea in corso d’opera, alzando l’età dei personaggi, decisero di provinare anche me e di includermi nel cast. Stessa cosa che tra l’altro è successa a Salvatore Esposito, diventato uno straordinario Genny Savastano grazie a questo invecchiamento.

Situazione simile per quanto riguarda “L’amica geniale”. Mi trovo a fare il provino e gli autori cercavano un ragazzo di circa vent’anni per impersonare Antonio; io ne ho trenta, ma conservo ancora un aspetto molto giovanile e così, per vedere anche che complicità si instaurasse con l’attrice che interpreta Elena, mi fanno provare la scena del bacio. Ed è stata proprio l’empatia che sono riuscito a instaurare con lei che mi ha poi fatto passare i casting, anche se non ti nascondo le difficoltà nel baciare una ragazza che ha davvero 14 anni. Potrei quasi essere suo padre e mi ritrovo a fare il fidanzato, diciamo “ca me sento nu poco nu pedofilo quando ci penso” [Ride]. Quindi diciamo che sto iniziando già a sperimentare dei lati comici in Antonio, in alcune scene, pur mantenendo la drammaticità del complesso del personaggio.

Sentendoti parlare, direi che non traspare molta stima nei confronti del mezzo televisivo. E questo nonostante tu abbia partecipato alla realizzazione di grandi prodotti TV, come le due serie di cui abbiamo parlato. Secondo te, sarebbe preferibile abbattere completamente la televisione; distruggerla come dicono alcuni, favorendo altri mezzi espressivi come teatro e cinema. Oppure, invece, credi sia preferibile fomentare la realizzazione di più programmi di qualità, al fine di far esplodere la contraddizione all’interno della tv tra diffusione del sapere e propaganda; riconoscendole anche un ruolo all’interno della formazione dell’opinione pubblica?

Cristian Giroso: Spesso, quando faccio laboratori di teatro, dico ai ragazzi di “spegnere la televisione”, ma non lo faccio per intendere che debbano distruggerla. Distruggere la TV è un ragionamento molto utopistico, e poi vorrebbe dire anche cancellare tutti i programmi buoni che effettivamente esistono, solo che vengono messi a orari impossibili. Il problema sono proprio le fasce orarie; perché non puoi pretendere che un adolescente, o una qualsiasi fascia a cui questi programmi sono destinati, faccia la nottata davanti la tv oppure la mattina decida di non andare a scuola o a lavoro. Mentre invece a pranzo e cena, dove più o meno tutti si raccolgono a tavola con la televisione accesa, ci sono solo programmi dozzinali, per non dire proprio di merda.

Allora bisognerebbe, secondo me, creare programmi con un linguaggio diverso; più adatto alle fasce di giovani, ma soprattutto che sia disponibile agli orari giusti. È vero, le piattaforme e le app permettono di recuperare puntate vecchie di programmi già visti, ma chi si prenderebbe la briga di rivedere qualcosa di già accaduto? Ad oggi siamo sempre di fretta, sempre proiettati al domani, bombardati da qualcosa di sempre nuovo. E a chi verrebbe mai in mente di fermarsi a rivedere il passato, senza guardare qualcosa di nuovo alla tv?

Che poi, nonostante le esperienze, i tour teatrali e il resto, vivi ancora qui a Scampia. Dove da anni porti avanti un laboratorio teatrale che si chiama “Arrevuoto”; un laboratorio in cui hai prima partecipato come attore e dove ora, invece, insegni.

Cristian Giroso: Vivo ancora qui perché mi sento molto legato al mio quartiere. Anche se non ti nascondo che il mio sogno è quello di andare a vivere al centro storico, senza distaccarmi però da qui. Credo che Scampia sia un quartiere pieno di risorse e di fantasia. Nonostante le etichette, per strada ci sono centinaia di ragazzi che, giorno dopo giorno, devono inventarsi un modo per giocare e stare insieme; perché qui non hanno abbastanza soldi per permettersi un videogioco o altro. Per questo e per altri motivi, il progetto “Arrevuoto” è approdato a Scampia; per salvare i ragazzi non solo dalla strada e da scelte sbagliate, ma per allontanarli proprio da un modo di vedere l’esistenza. Nel mio caso, ad esempio, mi è servito per aprirmi la mente a 360 gradi, per darmi proprio un’altra visione del teatro.

Vengo da una famiglia che ha creato una compagnia teatrale amatoriale, quindi sin da quando ero piccolo, per me teatro voleva dire prendere un copione, impararlo a memoria e metterlo in scena. Poi, è proprio il caso di dirlo, gli incontri mi hanno cambiato la vita, ho conosciuto Marco Martinelli e il teatro delle albe di Ravenna. Frequentando la sua non-scuola di teatro, dove idealmente non ci sono regole, questo è quasi l’abc del teatro, ho cambiato totalmente prospettiva su di me e sul mondo in generale.

Il lavoro che portiamo avanti in questo laboratorio, fondamentalmente, è quello di prendere dei testi classici come Molière, Aristofane o anche De Jarry, e riportarli al giorno d’oggi; il risultato, alla fine, è vedere come a distanza di decenni, secoli o, addirittura, millenni, quello che gli autori hanno scritto sia ancora profondamente attuale. Riconoscersi in personaggi così antichi e così idealmente distanti, per i ragazzi è quasi una rivelazione. Mette a nudo anche delle potenzialità che tu non credevi neanche di avere e, per questo, ti porta a riscoprirti e a interpretare il mondo, finalmente, con la forza della tua immaginazione ed espressione.

Nella mia esperienza, ad esempio, quando ho iniziato con il laboratorio aspiravo a essere un comico televisivo; il mio linguaggio, il mio atteggiamento, erano molto influenzati dalla televisione che in quel periodo era quasi la mia migliore amica. In tutti i momenti della giornata, bastava premere un tasto per accenderla e stava lì a farti compagnia, più facile che scendere per vedersi con amici o andare al cinema. Ora che ho scoperto che c’è anche altro, voglio conoscere a fondo le cose; non mi fermo più alla superficie, alla risata per la battuta scontata, ma far ridere e allo stesso tempo ragionare lo spettatore. Sono partito come attore, tra tante virgolette, fino ad arrivare a guida teatrale; per me lavorare coi ragazzi è un arricchimento continuo, la scoperta insieme sempre di qualcosa di nuovo.

Per un attore questo processo di scoperta è fondamentale. Leggendo il copione per intero, un attore sa già perfettamente come andrà a finire la storia, ma recitando non deve lasciar trasparire questo, deve comportarsi come se non sapesse quello che succederà subito dopo; nei laboratori succede proprio questo, per loro tutto quello che accade è una novità, come dei bambini scoprono man mano meraviglie del teatro che tu, con tutto lo studio alle spalle dovresti già conoscere. E invece, grazie alle loro reazioni e alla loro freschezza, è come se scoprissi tutto di nuovo come la prima volta.

Una sfida importante, questa che vi assumete, quella di trattare temi anche solitamente snobbati dai ragazzi perché troppo seri. E invece, voi non vi fate spaventare dalla sfida, anzi la rilanciate. Con testi anche impegnati, o lontani dal gusto generale.

Cristian Giroso: Una sfida innanzitutto perché non dobbiamo essere solo degli insegnanti, dobbiamo essere delle guide. Si tratta di un lavoro non solo teatrale; alla fine del progetto mettiamo in scena uno spettacolo, con ragazzi che non sono attori, ma più che il risultato finale conta il percorso. Dobbiamo dare dei riferimenti ai ragazzi, aiutarli a cambiare prospettiva su un mondo che loro vedono tutto nero, già a tredici o quattordici anni. Ragazzi che non nutrono più speranze nella scuola o nell’istruzione, perché vedono che laurearsi non ti porta ugualmente ad avere un lavoro dignitoso; allora tocca a noi fargli trovare uno spiraglio di luce, e parlare di argomenti che casomai a scuola non si riesce ad affrontare perché non si ha l’attenzione giusta. Come capitato con l’ultimo testo che abbiamo portato sul palco, che è “Tutti contro tutti” di Alfred Adamov.

Un testo che, nonostante sia dell’inizio del ‘900, è molto attuale, alla luce anche di quello che si vede e si sente sui media. Trattando di temi pesanti quali l’omofobia e il razzismo, in una maniera quasi giocosa, siamo riusciti a far cambiare punto di vista sulla realtà a tanti. Ragazzi che guardando solo la televisione, anche senza avere una base razzista, si abbandonavano a gesti e comportamenti sbagliatissimi; fomentati da una dialettica a senso unico, dove il diverso, l’extracomunitario, viene additato come causa di tutti i mali.

Pur non essendo razzisti, ci si sente autorizzati ad insultare e a odiare chi ha la pelle del colore diverso o ha diversi gusti sessuali. Con questo spettacolo abbiamo voluto mettere tutti di fronte a una domanda: perché dovrei odiare questa persona? Portandoli da soli a un’apertura diversa.

Cristian Giroso

Dopo “Arrevuoto” insieme ad altri attori hai dato vita alla compagnia “Punta Corsara”, che ha anche vinto il Premio Ubu 2012 come miglior nuovo attore Under 30. Qual è lo spirito che vi ha spinti nel creare questa nuova esperienza? E quali credi che siano i vostri tratti distintivi?

Cristian Giroso: Sempre tramite Marco Martinelli, diventiamo candidati e poi vincitori di una borsa di studio per formazione teatrale al teatro Mercadante di Napoli. A differenza di tanti altri progetti che, come questo, vengono finanziati con fondi europei, siamo riusciti a non far scemare il tutto non appena fossero venuti meno i fondi. Grazie anche alla guida di Emanuele (Valente, ndr) e Marina (Dammacco, ndr) che inizialmente si sono sobbarcati un enorme onere organizzativo ed economico, siamo riusciti a tramutare l’esperienza della formazione teatrale in una vera e propria compagnia, prima, e associazione culturale, dopo. Compagnia tra l’altro, tra le più giovani e attive d’Italia, con un repertorio molto vario e numerosi laboratori portati avanti a Napoli, Milano, Ravenna, San Marino.

Lo spirito che ci ha spinti a credere in questo esperimento, all’inizio, è stato innanzitutto la grande passione che ci muove dentro e fuori dal palco; passione e tanto amore per quello che facciamo. Poi anche una ricerca della qualità in teatro, la voglia di trasmettere qualcosa oltre a far divertire.

Il nostro genere è quello della commedia nera, con l’obiettivo principale di narrare delle vicende tragiche in maniera comica; secondo la nostra poetica, lo spettatore deve ridere fino a sbellicarsi, ma rendendosi conto della tragicità della situazione. Per cui, se il quattordicenne Cristian Giroso si fosse accontentato di far ridere con una freddura, il presente Cristian Giroso avrebbe voluto andare oltre; oltre alla risata vuole lasciare lo spettatore con un pensiero, con un quesito irrisolto che gli faccia aprire la mente di fronte a determinati problemi.

Qual è, nel vostro repertorio, lo spettacolo che più di tutti ti è rimasto dentro?

Cristian Giroso: Sicuramente la nostra riscrittura di “Amleto” di Shakespeare. Quando riuscimmo a ottenere un lavoro su commissione dal teatro Franco Parenti di Milano, scegliemmo quasi subito di procedere con una riscrittura di “Amleto”, solo che non avevamo ben chiaro il modo. Poi Emanuele (Valente, ndr), insieme a Mirko (Calemme, ndr) e Gianni (Vastarella, ndr) ebbero la grandissima idea di portarlo ai giorni nostri, nel contesto di una famiglia tipicamente napoletana.

E quindi il protagonista, che si chiama Amleto, fa parte di una famiglia di mercatari napoletani. La famiglia è composta dal protagonista, da sua madre e suo padre, dalla fidanzata e da uno zio col cugino; quando il padre muore in un incidente automobilistico alla guida di una Duna, Amleto riesce a reperire una copia dell’opera di Shakespeare e, leggendola, si immedesima così tanto nel protagonista suo omonimo da convincersi che suo zio è artefice della morte del padre.

E quindi in questa famiglia, in cui morto il padre si suppone che il figlio debba prendere le redini della situazione, strozzata dai debiti di un camorrista usuraio, Amleto decide di non voler più lavorare. Anzi, vuole andare in Danimarca. E allora la famiglia, pur di non farlo partire, decide di recitare il dramma attorno a lui sperando che così riesca a rinsavire. Quindi la sua fidanzata diventa Ofelia, suo zio diventa Claudio e sua madre diventa Gertrude. Solo che arrivato alla resa dei conti, messo sotto pressione dai parenti che vogliono che lui torni in sé per tornare a lavorare e ripagare il debito, decide di uccidere lo strozzino. Lui viene rinchiuso in manicomio e la famiglia è costretta a scappar via.

Detta così, la vicenda è evidente essere drammatica, tragica, ma quando lo abbiamo rappresentato, la gente si sbellicava dalle risate. Oltre a dimostrare che una vicenda come quella di Amleto può ancora essere attuale e trattare temi della nostra quotidianità, questo spettacolo mi è piaciuto molto anche per lo sforzo immaginativo che si chiedeva al pubblico. I pali ad esempio, al soldo di Don Gennaro lo strozzino, non c’erano, ma si sentivano; lo stesso boss non è impersonato da nessun attore, ma la sua presenza è palpabile, si avverte dentro la storia. Attraverso queste scelte di trama e anche attraverso una scenografia molto essenziale, noi vogliamo proprio costringere lo spettatore a immaginare quello che non vede, a uscire dalla sua area di sicurezza e fare un passo oltre il bordo del palco, per diventare in qualche modo personaggio.

E poi, infine, questo spettacolo mi è rimasto particolarmente dentro per la sfida che ha comportato per me; io ero zio Salvatore e per invecchiarmi mi sono dovuto trasformare, ingrassando oltre dieci chili e facendomi crescere barba e capelli lunghissimi. Questa opera rappresenta davvero un pezzo di storia personale e professionale unico, che ha segnato noi e ha segnato il nostro percorso.

Prima mi parlavi anche dell’importanza di avere degli esempi che ti guidino e ti facciano vedere il mondo da una diversa prospettiva. Quali sono gli esempi che nella tua vita personale e professionale più ti hanno influenzato e indirizzato?

Cristian Giroso: Per me ci sono state varie persone che mi hanno guidato nel mio percorso. In primis Marco Martinelli ed Emanuele Valente, è grazie a loro se ho cambiato totalmente modo di vedere il mestiere dell’attore. Hanno avuto il merito di prendere un ragazzino scalmanato e senza regole, e indirizzarlo verso un’arte che ha bisogno di rispetto e di canoni. Senza loro come guida, per me il comico era quello di Zelig o di Made in Sud; senza voler screditare il lavoro di nessuno, però credo che essere riconosciuti per il proprio lavoro faccia sicuramente piacere, ma rappresenta anche una grande responsabilità. Se avessi fatto “Gomorra” senza aver ricevuto la scuola di Marco ed Emanuele sicuramente ci avrei marciato, avrei fatto serate in discoteca e avrei accettato tutte quelle proposte varie che mi sono state fatte.

Invece io ora vedo il mio lavoro come una cosa seria, non solo una marchettata per fare soldi. Quando per strada mi riconoscono e mi dicono “ma tu hè fatt’ ‘o cardillo!”, mi fa immenso piacere, ma allo stesso tempo poi sta a me far capire e dimostrare tutto il lavoro che c’è dietro, tutta la fatica di fare l’attore. È fondamentale per un attore non essere etichettato dietro un solo personaggio, ma soprattutto è fondamentale dimostrare il carico di lavoro e studio che ogni personaggio richiede. Quando faccio i laboratori a teatro, i ragazzi si dimenticano che sono Cardillo e iniziano a conoscere Cristian Giroso; a conoscere un modo diverso di fare teatro e cinema. Devo proprio al mio percorso formativo la capacità di rimanere coi piedi per terra; senza pensare ai soldi e al successo, ma solo a diventare un attore migliore.

Poi ovviamente, gli incontri coi maestri e i grandi artisti ti forma, ma se proprio dovessi citare un altro esempio fondamentale sarebbe quello dei miei genitori. I miei genitori hanno fondato una compagnia di teatro amatoriale; per loro lo studio era leggere il copione e guardare videocassette di spettacoli di Eduardo, per capire intonazioni e gesti. Da piccolo quindi, ho visto più commedie dei De Filippo e di Scarpetta che cartoni animati, sono cresciuto così; devo a loro questa cultura del teatro tradizionale che ad oggi si sta perdendo poco a poco. E poi, è straordinario osservarli lavorare allo spettacolo nei ritagli di tempo dal lavoro, con pazienza e umiltà, senza montarsi mai la testa; osservandoli e seguendo il loro esempio ho sempre saputo di voler fare l’attore.

Quindi non c’è mai stato un momento in cui hai raggiunto una diversa consapevolezza delle tue aspirazioni attoriali?

Cristian Giroso: Una vera e propria consapevolezza non si raggiunge mai, anche perché quello dell’attore è un mestiere in continua evoluzione, tra studio ed esperienze sempre nuove, confronto con personaggi e autori sempre diversi. Un passaggio fondamentale è stato sicuramente quando alla fine della formazione di tre anni al Mercadante, dovevamo decidere come continuare con l’esperienza di Punta Corsara. Ci siamo trovati senza soldi a dover decidere del nostro futuro come compagnia, e abbiamo scelto tutti insieme di investire da soli in noi stessi. Anche perché questo è un lavoro che si fa sul campo, spettacolo dopo spettacolo, personaggio dopo personaggio, non si può aspettare la provvidenza divina che ci regali la parte importante; bisogna dimostrare sul palco il proprio valore dando sempre il meglio.

Quello credo che sia stato un rito di passaggio, perché mi ci sono buttato anima e corpo; la mattina lavoravo vendendo contratti telefonici porta a porta e la sera facevo le consegne, mentre il pomeriggio studiavo per Punta Corsara, e tutto per racimolare i soldi da investire nei nostri spettacoli. Avevo una giornata totalmente piena, tutto per portare avanti un progetto; nella vita ci vogliono anche i soldi per campare, senza smettere di inseguire i propri sogni.

Il vostro credo sia un esempio da seguire, perché bisogna sempre avere la forza di credere in sé stessi. Anche l’idea di dedicarsi al lavoro materiale, pur di avere le risorse per investire nei propri sogni, è quanto mai necessaria di questi tempi. Se hai qualcosa da dire, trovare il palcoscenico giusto per far emergere un messaggio è quasi un dovere. Credo poi che la vostra esperienza sia sintomatica di un movimento che sta nascendo a Napoli. Un movimento attoriale, ma non solo; artistico in generale, che trova in te, ma anche in altri come Vincenzo Nemolato, o come Ralph P, dei grandi testimoni. Esempi di ragazzi che dal nulla, anche facendo mille lavori pur di avere delle risorse economiche, solo con la forza della propria passione e dei propri sogni sono riusciti da zero a costruire qualcosa, a tracciare un solco.

Cristian Giroso: Pur facendo altri lavori, per me l’obiettivo finale era sempre lo stesso. Senza nulla togliere a chi lavora nei pub, ma se io facevo quel genere di lavori era solo per permettermi di diventare attore; non ho mai pensato di avere un futuro nella ristorazione. Anzi, anche quel lavoro per me è stato formativo, perché l’attore si nutre di osservazione. Appuntando atteggiamenti, modi di parlare o anche tic facciali; sicuramente non farai un personaggio coi tic oggi, ma chi sa in futuro, e avere una base reale da cui partire sicuramente ti aiuterà. Veramente tutto può essere formativo e fornirti un bagaglio da cui partire per poi perfezionarti, stare chiuso in casa non ti porterà mai a niente. 

Come me anche Raffaele (Ralph P, ndr), che è sempre stato così, certo e convinto del suo obiettivo finale nonostante i mille lavori che ha fatto. Ralph P è sempre stato fedele al percorso che aveva scelto di intraprendere, oltre a investire ogni euro guadagnato in strumenti e modi diversi per creare musica, ha sempre fatto di tutto per stare continuamente in mezzo all’arte, con un’inesauribile curiosità. Perché è vero, il caso e la fortuna giocano sempre un ruolo, ma il destino te lo crei tu con il percorso che fai, solo volendolo.

Cristian Giroso

Molto importante quello che stai dicendo, proprio per far capire ai tanti tutto il lavoro che c’è dietro la professione artistica. Perché troppo spesso, nell’immaginario collettivo, l’attore è uno che si mette davanti a una telecamera e abbozza qualcosa. A te capita spesso di trovarti di fronte a questo tipo di atteggiamenti?

Cristian Giroso: Sai cosa mi succede spesso? Di incontrare amici e conoscenti per strada che mi chiedono: “me vuò’ fa fà ‘na cosa pur’ ‘a mme? Voglie fa pur’ ije l’attore, tengo pure ‘a facc’ ‘a cattiv!”. Ovviamente, io non mi metto a spiegare a tutti il mio percorso; i sacrifici e lo studio e la fatica che ci devi mettere prima di diventare attore. Però mi trovo di fronte a sempre più persone che pretendono di avere tutto e subito; a meno che tu non sia un talento sovrannaturale, e anche lì non sempre basta. Io non posso andare da un avvocato o da un macellaio, e dirgli: “vuoi farmelo fare pure a me?”. Entrambi si sono fatti un mazzo tanto, tra anni di studio e lavoro, prima di poter esercitare la professione.

La stessa cosa vale nella musica e nel cinema. Questo è un lavoro quasi artigianale, bisogna perfezionarsi poco per volta, provando e riprovando, ma soprattutto sbagliando e prendendo batoste. Quando mi fanno questa domanda, io di solito gli dico di venire ad “Arrevuoto”. Proprio per iniziare a rendersi conto di cosa vuol dire stare su un palco e per capire se gli piace o meno, perché non deve piacere per forza a tutti. Non lo si può fare solo per il successo, anche perché in fondo cos’è il successo? Come diceva Carmelo Bene, successo è il participio passato del verbo succedere, è solo un verbo. Quindi, fare l’attore solo per il successo non vuol dire niente; farlo per raccontare qualcosa, per dare vita a dei personaggi, allora diventa una professione col suo carico di studio e lavoro. Che poi nessuno si immagina cosa succede realmente su un set cinematografico.

Fammi un esempio recente, una scena che hai girato.

Cristian Giroso: Quando reciti sei accerchiato da centinaia di persone. Tra comparse, reparti, trucco e parrucco, tecnici, elettricisti, cameramen e quant’altro, ti trovi in una situazione che, senza un minimo di formazione, non puoi mai affrontare. Qualsiasi cosa ti può distrarre, anche la più insignificante, è tutta una questione di concentrazione, di attenzione e di studio del personaggio. Ultimamente mi è capitata una cosa simile durante le riprese de “L’Amica geniale”.

Dovevo girare questa scena in piano sequenza in cui ci siamo io ed Elena. Io devo raccontare cosa mi è successo durante il servizio militare e come sono impazzito e durante la scena io vedo le mie mani che mi parlano. Considera che sul set c’erano decine di comparse, che non fanno questo di mestiere, e quindi tu sei circondato da chiacchiere di ogni genere, sulla spesa o sui figli e i mariti; da un vociare continuo e devi comunque mantenere la concentrazione su quello che devi fare e dire.

Non è proprio semplicissimo, ma non tutti lo capiscono. E quindi, il fatto che ti possono riconoscere mentre sei in viaggio in Brasile con la tua ragazza ovviamente fa piacere, ma non perché vuol dire che finalmente sei famoso. Questo riconoscimento serve a dare un senso, un valore a tutti i sacrifici fatti nel tempo; alle nottate passate a fare le consegne pur di fomentare il mio sogno.

Ultima domanda facile facile, cosa ti aspetti dal futuro?

Cristian Giroso: Sicuramente continuare con questo sogno che sta diventando realtà. Sento l’esigenza di continuare a lavorare e studiare per perfezionarmi ancora di più; in modo tale da poter fare questo lavoro non più solo in ambito italiano, ma arrivare anche in America. Ora ho bisogno di un mio periodo di studio, di accettare solo progetti che mi piacciono e mi spronano. Rifiutando anche qualche proposta se non mi è affine. Dipende tutto da me. Anche se, prima di questo, penso di dovermi godere un po’ di meritato riposo.

Leggi anche: Elisa Zanotto – la responsabilità dell’essere i nuovi attori

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