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The Hateful Eight – La Violenza come cardine della Storia

Otto personaggi catapultati nella realtà di un minuscolo emporio, attirati dal fascino indomito della violenza e dalla sua forza contagiosa, si ritrovano a fare i conti l’uno con l’altro, l’uno contro l’altro, nella pellicola firmata Quentin Tarantino del 2015, The Hateful Eight.

La storia descritta si avvale di più narrazioni per prendere forma: solo se compenetrate, infatti, queste rivelano un quadro tinteggiato dalle pennellate dei racconti autobiografici di ognuno dei presenti, costruendo una sceneggiatura potente e violenta. La bufera che costringe i personaggi a trovare rifugio nell’emporio non fa che ricordare la stessa “bufera del progresso” di cui parla il filosofo Walter Benjamin, quando descrive le gesta dell’angelo della storia nelle sue Tesi sul concetto di storia.

Se la storia per Benjamin deve essere costruita, e non ricostruita, alla luce dell’angolo visivo del presente, l’unico che abbia senso per noi, evitando di guardare al futuro senza la comprensione del vivere attuale, allora l’indagine del maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) sembra tendere la mano a una attività che non empatizza col passato, ma che anzi ne distrugge le componenti per rimontarle sensatamente solo a posteriori. Una storia non cronologica, ma fatta di analogie, o di incongruenze rispetto alla sua apparente linearità, che non ingannano lo sguardo critico del personaggio centrale.

Minnie, ci dice Warren, non sarebbe mai andata a trovare la madre lasciando la conduzione del locale a un messicano, e il compagno Sweet Dave da quella poltrona non si sarebbe alzato per alcuna ragione; lo stufato poi sembra proprio quello di Minnie, che invece, stando a quanto raccontato dai presenti, si sarebbe allontanata giorni prima dall’emporio; i cappelli che tutti i personaggi sfoggiano sulle teste, inoltre, infrangono il codice imposto dalla proprietaria, la stessa che avrebbe portato affisso per anni alla parete dell’emporio il cartello che vietava l’accesso al luogo a cani e messicani, salvo poi accettare nel corso degli anni i cani…

La fiducia nel futuro e nella possibilità che certe cause non possano che sortire gli effetti desiderati viene infatti sfatata anche dalla piega che prendono i piani dei cospiranti nel film: l’arrivo sulla diligenza del maggiore Warren e del futuro sceriffo di Red Rock Chris Mannix (Walton Goggins), insieme al cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russel) e alla prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), ostacola infatti i piani di chi, lì presente, non dice chi dice di essere.

La concatenazione degli eventi messi in campo, dei quali si cerca insistentemente una diversa lettura, non solo testimonia la repulsione del maggiore Marquis Warren verso qualsiasi fiducia nella dimensione apparente dei fatti, ma è anche esempio di come la violenza non abbia bisogno d’altro che di modelli per essere scatenata; e di questo The Hateful Eight si fa portavoce.

Più volte, infatti, nel lungometraggio le azioni di un personaggio innescano una reazione a catena che si trasmette all’intero gruppo. La costante che attraversa questi momenti è un’esibizione di violenza feroce e omicida che non risparmia nessuno. Di fronte a ciò la lezione dell’antropologo e filosofo francese René Girard sembra illuminare la situazione.

Padre della teorizzazione sul mimetismo come cardine dell’agire umano, Girard individua nell’atto violento, nella vendetta in particolare, nient’altro che la replica di un torto, la copia di un’azione che ha minato il tanto desiderato riconoscimento che si spera gli altri ci conferiscano. Quando il rispetto non viene garantito la violenza pretende un risarcimento, e in quest’ottica l’imitazione si configura come una dinamica conflittuale, un gioco a somma zero, in cui uno guadagna proprio quello che anche l’altro desidera, e che quindi è destinato a perdere, come in guerra.

Non a caso l’emporio di Minnie viene diviso in due fronti bellici distinti, che assumono le sembianze di eserciti nemici pronti all’assalto. Il pericolo maggiore si nasconde in chi è più vicino al nostro mondo, che in The Hateful Eight è racchiuso nel luogo claustrofobico dell’emporio, e nel timore che ciò che apparentemente si mostra diverso da noi si riveli invece esserci molto simile porta a discriminare sulla base di sciocchezze e stereotipi, come quella sul colore della pelle del maggiore Warren.

Per Girard la violenza si configura come una malvagia essenza che si scatena di fronte allo spettacolo della violenza stessa, e che richiama le origini della cultura dell’uomo, il quale può assicurarsi una dimensione pacifica solo a spese di un terzo, mediante il sacrificio di una vittima, scelta dalla comunità come capro espiatorio. Nel caso di The Hateful Eight a essere designata come vittima sacrificale è Daisy Domergue, carnefice a sua volta e per questo perseguibile penalmente, ma nei confronti della quale la comunità di criminali riunita nell’emporio, paradossalmente, prova un disprezzo brutale. Il cacciatore di taglie che la tiene sotto sequestro, John Ruth, infatti, desidera portarla sulla forca per farne un simbolo e un deterrente contro qualsiasi violazione della giustizia.

La giustizia sembra essere il nono personaggio della trama, la sua importanza è ribadita con frequenza, in particolare dalla voce di colui che si definisce il boia, Oswaldo Mobray (Tim Roth). L’assenza di passione è la vera essenza della giustizia, che può sentenziare sugli sbagli dell’uomo solo non tenendo conto di quelle emozioni umane, troppo umane, che ne attraversano il percorso. Una dinamica sociale può sopravvivere solo rinnovando l’atto originario di linciaggio, oscurando la sfera dei sentimenti, della compassione, per garantire alla comunità quello scarico della violenza che le è necessario per sopravvivere come tale.

I personaggi che resistono più a lungo sono quelli che non si fidano degli altri, che hanno uno sguardo critico sulla realtà dei fatti, non così limpida come descriverebbe la legge di causa-effetto. Ed è proprio ricercando le cause degli eventi che il futuro sceriffo Mannix e il maggiore Warren si rendono conto delle incoerenze mascherate dal velo della menzogna. Quella patina bianca che copre le cose col suo manto fresco di ghiaccio viene infatti sporcata del sangue dei conflitti e delle lotte intestine.

Il contrasto che attraversa le storie, la Storia, è nel film anche cromatico: l’abbacinante candore della neve dipinta dallo scenario del Wyoming viene incrinato dalle macchie scure dei personaggi che si stagliano sui suoi orizzonti. E il freddo dell’ambiente esterno si scontra con la dimensione, che sembra di un calore accogliente, dell’emporio. Non a caso tutti rimangono vestiti, se non coloro che vengono disarmati, privati della loro carica aggressiva, e per questo incapaci di affermarsi, nudi e inermi essi subiscono il disordine delle cose.

La violenza è così radicata alle basi del vivere sociale, e ostacolarne gli esiti non è altro che un nuovo tentativo di scontro, di conflitto, per quanto necessario. L’appello alla giustizia, seppur doloroso, può essere l’unico mezzo per assicurare un apparente ordine a ciò che sembra mancare di principi, all’esubero di spietatezza che sembra contraddistinguere la vendetta, che invece risponde alla legge ben precisa dell’imitazione di un gesto precedentemente compiuto nei nostri confronti.

Ancora una volta la ricerca di regole sembra sfiorare l’obiettivo, e le violenze che la storia ospita sembrano infrangere qualsiasi previsione, ma la capacità di operare lucidamente, con gli scrupoli del caso, su un mondo dilaniato dimostrano la possibilità umana di salvarsi, nonostante tutto.

Leggi anche: Quentin Tarantino e i Meta-Personaggi

Sofia Politi
Ho rimpianto per ogni parola che sfreccia casuale -Chandra Livia Candiani

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