Home Cinebattiamo The Lighthouse – Esistenza e mitologia tra Prometeo e Platone

The Lighthouse – Esistenza e mitologia tra Prometeo e Platone

Un’isola sperduta lungo le coste del New England si presta alla messa in scena di un confronto che oscilla tra mitologia e surrealismo, esplorando il saliscendi della natura umana, dal desiderio logorante alla vertiginosa follia. The Lighthouse (2019) è una tela sulla quale ogni parola viene dipinta con cura, in modo che possa graffiare l’anima di coloro che hanno il coraggio di scrutarne il fragile significato, di udirne il lontano sussurro.

Willem Dafoe e Robert Pattinson – entrambi sublimi – sono rispettivamente il guardiano del faro Thomas Wake e Ephraim Winslow, apprendista giunto sull’isola con un contratto di lavoro della durata di quattro settimane. La premessa certamente non offre allo spettatore gli strumenti per intuire la direzione che prenderà la trama.

Piuttosto che con l’intuizione dunque, sembrerebbe esserci un’affinità con la reminiscenza aristotelica: un processo che, idealmente, subirebbe il protagonista e, per osmosi, lo spettatore. Man mano che la narrazione si infittisce, la nostra empatia verso il protagonista si carica della sensazione di aver già vissuto quella storia. Non ci è dato distinguere, tuttavia, la sottile linea che separa sogno lucido, conoscenza assopita e autosuggestione.

Nella pellicola, opera seconda di Robert Eggers, l’imbrunire accompagna puntualmente la quotidianità spezzata dei due naufraghi dell’esistenza. Il giorno appartiene al tuttofare Winslow, che si muove con leggiadra pesantezza tra i compiti che deve portare a termine prima che giunga il buio. La notte è invece la dimora del vecchio guardiano del faro Wake, intento a occuparsi del compito-madre del mestiere: proteggere il fascio di luce emanato dal faro.

In The Lighthouse si mescolano follia, verità e ossessione. Il quadro in bianco e nero che ne viene fuori è uno sguardo sulla natura umana.
The Lighthouse

La cena è il punto in cui si intersecano queste due esistenze quasi-parallele, un ristoro dalla solitudine che si trasforma frequentemente, attraverso serrati dialoghi, nella necessità di un ritorno a tale solitudine. L’esistenza separata evita un conflitto sempre sull’orlo di incendiarsi, ma allo stesso tempo, costringe al desiderio di cercarlo, al fine di alleggerire quel senso di vuoto che i protagonisti di The Lighthouse si trascinano dietro.

Si nota sin da subito che la luce è l’elemento chiave dell’intero film. Non solo la luce del faro, che Wake custodisce gelosamente, ma anche quella del soffice riflesso lunare che accompagna le allucinazioni di Winslow, unitamente alla luce della lanterna, che durante la cena illumina i dialoghi dei protagonisti. Quell’ammasso di grevi parole, senza il bagliore della lanterna, sprofonderebbe negli abissi delle loro menti.

Indossando gli occhiali del filosofo Platone, al nostro sguardo Winslow assumerebbe subito il ruolo della condizione umana, una forma di meta-antropomorfizzazione. La luce del faro sarebbe invero l’idea della luce, su un piano ontologico inarrivabile per il protagonista – anche a causa del divieto tassativo di Wake. Al povero tuttofare non resta che goderne dal basso verso l’alto oppure accontentarsi della luce grigia del giorno, dei riflessi lunari o della lanterna della discordia. Si tratta tuttavia di mere copie di quella luce così vera.

In The Lighthouse si mescolano follia, verità e ossessione. Il quadro in bianco e nero che ne viene fuori è uno sguardo sulla natura umana.
La scena finale di The Lighthouse

Le ombre proiettate sul muro della caverna platonica non sono sufficienti a saziare l’intelletto di Ephraim Winslow, logorato giorno dopo giorno da quell’idea così vicina, ma così lontana. La bramosia della luce-verità accompagna il tuttofare lungo la discesa nella follia, scandita da suoni cupi e densi e da inquadrature claustrofobiche, chiaro riferimento alle tipiche atmosfere hitchcockiane.

Seppur non abbia un fine altruistico come Prometeo, anche il protagonista di The Lighthouse commetterà ogni sorta di inganno o misfatto al fine di raggiungere quel fuoco artificiale. Il nobile intento del titano appartenente alla mitologia greca, invece, era quello di rubare il fuoco divino agli Dei per donarlo all’umanità. Quel fuoco simbolo di vita e progresso, ricordo di una condizione esistenziale senza limiti a gravarne il peso.

Winslow sente la propria lucidità schiacciarsi sotto la forza di gravità, a tal punto che persino lo spettatore non riesce a districarsi da quel groviglio di allucinazioni, paranoia e ossessioni. Far luce sulla verità è ormai tutto ciò che gli interessa, a costo di calpestare ogni ostacolo morale. Dopo aver illuminato le proprie colpe ed essersi alleggerito dei propri peccati, ora è un suo diritto possedere la luce del faro, goderne totalmente.

In The Lighthouse si mescolano follia, verità e ossessione. Il quadro in bianco e nero che ne viene fuori è uno sguardo sulla natura umana.
The Lighthouse

Giunto in cima al faro ecco l’amara realtà. Perdersi dentro quella luce paradisiaca è esattamente come scrutare nel più nero e infernale abisso: in ogni caso viene rivelata la sofferenza a cui è costretta l’umanità. Non si sfugge al dolore dell’esistenza, né dentro né fuori i confini di questa. Ephraim Winslow verrà sopraffatto da quel bagliore accecante, dentro al quale si perderà anche il suo cieco desiderio di verità. Un vaso di Pandora che non scatena il male nel mondo, ma semplicemente rende visibile quello già presente nella natura umana.

L’antieroe tragico di The Lighthouse condividerà con Prometeo anche la drammatica fine, immortalato da una meravigliosa fotografia – così come quella dell’intera pellicola. Nella scena sulla quale si spegne la luce e si chiude la pellicola, il corpo quasi senza vita di Winslow viene martoriato da un gabbiano che avidamente si ciba delle sue viscere. Esattamente come l’eroe greco era stato incatenato nudo sopra la più alta vetta da Zeus e costretto a offrire il proprio fegato a un’aquila che, giorno dopo giorno, se ne cibava senza saziarsene mai.

Oh, quali forme proteiformi nuotano dalle menti umane e si sciolgono nel caldo bottino di Prometeo, occhi roventi con orrore e peccati divini si gettano negli abissi a Davy Jones.

Gli altri occhi ancora ciechi, eppure in essi si vede ogni grazia divina e sono inviati all’Isola dei beati marinai, dove nessun uomo soffre di brama o fatica, ma è antico, mutevole e inalterabile, così come colei che avvolge il globo.

Questa è la verità. Verrai punito!”

Nelle parole che il guardiano del faro Wake rivolge a Winslow, cariche di un vero e proprio presagio, si nasconde l’eterno inferno a cui è costretto l’uomo. Bramare la verità, cercarla con ogni sforzo, salvo poi rendersi conto che, seppur questa avvolga il mondo, muta nella forma e nella sostanza. Si rende impossibile dunque la conoscenza della verità, la più grande illusione dell’umanità.

In The Lighthouse si mescolano follia, verità e ossessione. Il quadro in bianco e nero che ne viene fuori è uno sguardo sulla natura umana.
The Lighthouse

Leggi anche: Albert Camus – Il mito di Sisifo e BoJack

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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