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A Ciambra – Una storia mai raccontata

Uno dei pochi simboli ufficiali della cultura rom è O styago le romengo, in lingua romani la bandiera rom. È una ruota rossa che cammina tra il blu e il verde, tra il cielo e la terra. Molti di noi non ne conoscono il passato, ma in fondo ne ignorano anche il presente. Il termine “rom” viene usato per designare l’intera comunità nomade, e significa uomo (e marito). Oggi li chiamiamo “zingari”, mentre loro chiamano noi “gagè“, letteralmente “gli altri”. Sfuggenti e quasi invisibili i rom sono ormai stanziati in tutta Europa, ma in ogni luogo sono una minoranza etnica. In Italia solo il 3% è ancora nomade e più della metà possiede la cittadinanza italiana.

Bandiera rom

La Ciambra è un luogo realmente esistito, ed esistente ancora. Tuttavia, è un luogo drammaticamente diverso: la comunità rom di Gioia Tauro è la periferia di tutte le periferie; un complesso di case popolari sommerse dai rifiuti, del quale il comune non si occupa mai. E quindi A Ciambra, sotto questo riguardo, è un invito indiretto a riflettere e a occuparsene. Ma è innanzitutto un film che va guardato.

Va guardato come si guarda per la prima volta il dipinto di un pittore realista poco noto, un dipinto non molto attraente in quanto poco evocativo. In effetti, A Ciambra non vuole essere un film evocativo. Non vuole dire più di quel che mostra.  A uno sguardo poco attento sembra solo voler documentare, porre un riflettore ai margini, dar loro voce. Ma a uno sguardo più penetrante smette di essere soltanto l’immagine di un quartiere e diventa la rappresentazione di un intero mondo possibile. In questo senso un film è in grado di toccarci. Una situazione particolare e concreta diventa anche nostra, diventa universale, ma senza tradursi in idea, mostrandosi sempre in quanto prodotto di una storia.

A Ciambra non dice più di ciò che mostra perché non può farlo: rischierebbe di diventare fantasia, il risultato ideale di un’immaginazione e non l’immagine reale di un risultato. Si tratta infatti, in questo caso, di un risultato che non ha scelto l’autore, che non è stato costruito, ma piuttosto visto e colto così com’è.

Quello che si mostra in A Ciambra – la vita di Pio e della sua famiglia – porta con sé anche tutte le condizioni del suo prodursi: condizioni storiche, sociali e culturali. Il reale, lungi dall’essere solo il contingente, viene rappresentato dall’arte solo in quanto è l’esempio, ogni volta diverso, di una necessità; può destare in noi tristezza, rammarico, delusione o condivisione, ma lo può fare solo in quanto si svela come realtà possibile, possibile anche per noi.

Iolanda Amato e Pio Amato

Jonas Carpignano, che proprio per questo film (presentato al festival di Cannes nel 2017) si è aggiudicato il David di Donatello alla migliore regia, aveva già descritto in Mediterranea la storia realmente vissuta di Koudous Seihon, immigrato del Burkina Faso che nel film interpreta se stesso. In A Ciambra Carpignano sposta il suo obiettivo verso un altro angolo del mondo, la realtà della Ciambra. Non si sposta di molto: siamo ancora in Calabria, e anche qui non ci sono attori. Ognuno interpreta il proprio ruolo, ognuno veste la propria maschera.

Se è vero che la vita non è un film – perché la sua trama va al di là di qualsiasi immaginazione – è vero anche che in un film può darsi un’intera vita. È il caso della famiglia Amato, immagine cinematografica di un pezzo di popolo che in Calabria ha fermato il suo carro.

In molte interviste Carpignano racconta che il primo contatto con la famiglia Amato avvenne a seguito del furto della sua macchina contenente l’attrezzatura cinematografica, da utilizzare per le riprese di Mediterranea. “Vai dagli zingari” gli consigliarono gli amici. E così fu.

Da quel momento nacque il progetto di un film. Si trattava di una storia che per essere raccontata aveva bisogno di qualcuno che se ne interessasse. Certo, l’interesse e l’impegno di Carpignano non devono essere confusi con il tentativo di redimere la famiglia della Ciambra dai loro “peccati”: non vi sono giudizi e tanto meno intenti apologetici, né vi è la pretesa di trasformare le nostre opinioni o di addolcire le nostre sentenze. Credo, e in realtà Carpignano sembra esprimersi in questi termini, che questo film voglia al contrario bloccare qualsiasi sentenza lasciando spazio soltanto alle parole del soggetto cinematografico: la vita nella Ciambra. Qui sta la bellezza dei documentari e dei film biografici: c’è una spontaneità nei personaggi introvabile anche nella più eccellente delle interpretazioni, e che sorge solo dalla verità di una vita.

In A Ciambra tutti parlano in dialetto calabrese, anche i bambini, e quindi tutti sono parte del tessuto locale nel quale sono nati e cresciuti. La Ciambra è fatta a strati, come ogni quartiere, e anche il nucleo familiare ha i suoi strati, le sue gerarchie. L’individuo non ha mai un significato da solo, ma unicamente come parte essenziale del contesto dentro il quale viene ripreso.

Lo stesso Pio, che guarda al mondo con spavalderia, è condizionato da un mondo che non ha scelto, ma al quale fa di tutto per appartenere. Ogni passo che Pio intraprende è già aldilà della sua prospettiva perché è già decisione per tutti. Per questo A Ciambra è la storia di un destino, di una necessità e di un possibilità che non è ancora personale, ma è sovra-personale, collettiva. Passato, presente e futuro sono le linee tra le quali Pio vacilla, ingenuamente, portandosi dietro gli sguardi degli altri.

Un passato

Un uomo accarezza un cavallo grigio. Così si apre la prima scena di A Ciambra, e se ci fermassimo qui penseremmo di avere di fronte un film diverso, ambientato qualche anno fa, in un luogo distante da noi. Il nonno di Pio rappresenta un’altra età, un altro percorso di vita. Era nato sopra un carro, proprio quel carro che in una scena del film sta per essere bruciato, insieme ai fili di rame rubati, per accendere un fuoco. L’immagine del nonno ci riporta al passato della famiglia Amato, alle origini di una cultura e di una condotta di vita che oggi, a Gioia Tauro, non esiste più.

Che cosa è rimasto di quella vita sciolta da qualsiasi costrizione, dispersa tra le praterie, di quelle storie senza terra, di quei volti che non appartenevano a niente e a nessuno? È rimasto un carro e un uomo. A Pio appaiono entrambi, come in un sogno, in mezzo a una strada di notte. Unico episodio magico e visionario in un orizzonte tragicamente reale.

Pio, io sono nato su quel carro.
Pio, vieni qua…
Una volta vivevamo sulla strada. Sulla strada!
Eravamo liberi, senza padroni.
Eravamo liberi, non dovevamo niente a nessuno.
Eravamo liberi sulla strada.
E adesso siamo qua.
Ricordati…siamo noi, contro il mondo.

È proprio la consapevolezza di una forte contrapposizione con il mondo a essere cambiata: il nonno pensa a un passato che per lui è l’opposto del presente. Prima “eravamo liberi”, ma lo eravamo “sulla strada”. Il carro dove era nato ha smesso ormai di camminare, e la sua intera famiglia, i suoi figli, nipoti, bisnipoti, adesso stanno “qua” nella Ciambra, contro il mondo più che mai, ma non per questo liberi. Nelle parole del nonno, rappresentante ancestrale di un popolo, vi è anche l’intenzione inconscia di un rimprovero. 

Un presente

Dov’è finito il cielo? La famiglia Amato non guarda più al cielo, ma è completamente invischiata nelle cose del mondo, in un rapporto di dipendenza dalla ‘ndrangheta di Gioia Tauro, vero apice della malavita e del malaffare di cui la Ciambra è una piccola appendice.

Iolanda, dopo l’arresto del figlio Cosimo e del marito, lascerà tacitamente nelle mani del piccolo Pio il peso senza misura di un ruolo da mantenere: Pio il il ladro di macchine, Pio il ladro di valigie, Pio che ha paura dei treni perché “vanno troppo veloce”, Pio l’amico della comunità africana, Pio che alla fine piange.

L’amicizia con Ayiva è l’emblema di un percorso solidale – anche nel male – che può esistere solo nella condivisione di un presente ansioso e incerto, sordo ai richiami della società e comprensibile soltanto da chi si è trovato a scegliere tra pochissime alternative. Ayiva (interpretato da Koudous Seihon, protagonista in Mediterranea) vive a Gioia Tauro in mezzo a due mondi, quello della comunità africana e quello della Ciambra. Due mondi che non comunicano esplicitamente, ma che partecipano degli stessi bisogni e anche della stessa miseria. Solo che Ayiva ha già visto più avanti di Pio. 

Vede già che Pio, ancora lontano dall’essere un uomo, è solo un bambino. Anche il fratello maggiore Cosimo vede in Pio un bambino che gioca a fare l’uomo, e rifiuta la sua presenza invadente nel modo in cui un padre rifiuta l’impavido, ma acerbo incedere di un figlio che si sente già pronto. Pio si sente pronto, e alterna i furti ai giochi, esce dalla Ciambra per pochi metri, poi fa ritorno, sempre. Non c’è realtà al di fuori della Ciambra. Fuori ci sono stazioni e treni che portano lontano, c’è Reggio Calabria…dove Pio ha sentito che si rubano le macchine.

Un futuro

Il presente di Pio è isolato, ma A Ciambra mostra un finale aperto. Il finale si apre al futuro e Pio ne è ancora il protagonista. Un futuro che ha le fattezze di un destino. Pio porta con sé tutti gli elementi che lo ritraggono come un uomo. Ma ogni scelta difficile ha la sua buona dose di esitazione, e anche in Pio, forse, è presente l’ombra di una possibilità diversa, nuova.

Carpignano ci mette davanti un’opera che squarcia e distrugge i confini della finzione per allinearsi con i parametri del mondo e della vita, parametri poco definiti, e come tali costantemente in movimento. Pio sembra scegliere, tra le due dimensioni nelle quali vive (dei bambini e degli adulti), quella a lui più vicina. Si tratta forse di quella più sua.

Ma questo non lo sapremo mai con certezza.

A Ciambra non può davvero essere un’opera conclusa, perché la vita di Pio non si è ancora conclusa. Tuttavia, ci lascia un’immagine completa ed esaustiva, nonostante la sua finitezza. Un pezzo di realtà isolata che si ferma per essere ripresa dagli occhi di un bambino. Una storia mai raccontata, che è stata raccontata.

Che cosa avremmo fatto se fossimo stati Pio?

Leggi anche: Riso Amaro – Il Neoralismo diventa popolare

Sara Provenzano
"La semplice poesia forse discende, distratta come cala al viaggiatore, entro l'arida folla di un convoglio, la mano sulla spalla di un ragazzo" - Sandro Penna

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