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Il cavallo di Torino – L’infinito silenzio di Dio

Il cavallo di Torino parte da un presupposto molto semplice: un giorno, Nietzsche vide un uomo maltrattare un cavallo in una piazza di Torino. Sopraffatto dal dolore, si getterà al collo dell’animale per proteggerlo e dopo questo episodio inizierà la sua lenta discesa verso la follia. Cos’è successo al cavallo, dopo quel giorno?
Dopo l’episodio che gli ha dato “notorietà”, è scomparso. Lo ritroviamo ad accompagnare il suo cocchiere con passo sicuro verso casa, nella sperduta campagna ungherese, e ne seguiremo le peripezie quotidiane per i 6 giorni successivi.
Il vento è l’unico commento a un silenzio altrimenti tombale, inframezzato solo da comunissimi “è pronto”.

Monotonia della resistenza

Parafrasando il titolo del romanzo di László Krasznahorkaianche co-autore dello script insieme al regista Béla Tarr, è in quei silenzi che percepiamo, in primo luogo, l’assenza di un fine, alto o basso che sia. La povertà non è l’elogio francescano che prevede la ricompensa divina, ma è solo un rituale vuoto, intriso di monotonia e ricompensato da una porzione di patate sbucciate con le mani e da un pozzo con poca acqua.
L’uomo, la donna, l’animale, non c’è nessuna distinzione. La comunione di intenti è la resistenza, la non-attesa della Parola. Così passano, con solo un’impercettibile differenza, i sei giorni del racconto in cui Dio, però, non lavora per il Creato, ma riposa indefinitamente dietro al velo del libero arbitrio.

Il cavallo di Torino

Dio è morto?

Sono gli arrivi nella landa desolata a turbare l’equilibrio. Il viandante, infatti, porta con sé la notizia della distruzione della città vicina. Ma questa non è solo fisica, anzi, è soprattutto morale. È la parte buona degli uomini ad aver perso. Questi rari e virtuosi esemplari si sono estinti, volontariamente o obbligatoriamente. La loro esistenza è non-esistenza e, se essi non esistono, nemmeno Dio esiste. Non è morto, non è mai nato del tutto. Le sue molteplici incarnazioni cedono il passo alla morte di ogni moralità e per questa nessuno prova vergogna o rimorso. Male è bene, Bene è nullo.
Ecco la prova del possibile cambiamento sulla Terra: l’ascesa dell’Inferno nel piccolo rituale del quotidiano. Si potrà tornare indietro?
Il vento non dà risposta. Nella sua indifferenza, partecipa solo della distruzione.

Il cavallo di Torino

Rassegnazione

Ci provano degli zingari a dare una svolta. Chiedono alla figlia di andare via con loro, ma lei rifiuta. Legge dei versi di un libro donatole da loro. Una sorta di anti-Bibbia di cui pochi versi stentati spengono l’interesse della giovane. È il padre a decidere: non rimarranno lì. Devono partire. Preparare le poche cose necessarie, prendere il cavallo e andare via.
Ci provano, ma la costante dell’immutabilità vince e i tre sventurati tornano indietro.
Il cavallo di Torino decide di esiliarsi smettendo di mangiare. Il buio della sua stalla diventa la dimora del suo stato d’animo. Le percosse subite sono solo un ricordo nel cuore dell’ormai folle Nietzsche, e non competono con l’abnegazione di sé.

Il Cavallo di Torino

Oscurità

Il sesto giorno, Egli fece vincere l’ombra. Nel suo infinito silenzio, Dio lascia che il Sole si spenga e con esso, la speranza degli uomini. Le lampade a olio seguono lo stesso percorso. Il padre mangia ora delle patate crude mentre la figlia si siede a osservare l’oscurità, decidendo poi di imitarla nella rassegnazione. Non si sente nemmeno più il vento sulla terra degli uomini, perché di questo, in fondo, ci parla Il Cavallo di Torino: di silenzi infiniti e di uomini, prima ancora che di Dio. Poiché Egli, in questo grande disegno, è da biasimare come coloro che sono a sua immagine e somiglianza.

Nessuno lo ha ucciso, se non è mai esistito.

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