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La macchinazione – La storia di Pasolini, ucciso due volte

La macchinazione è un film del 2016 diretto da David Grieco, basato sulla vita del regista, giornalista e poeta Pier Paolo Pasolini. La pellicola narra le ultime vicende della vita di colui che viene universalmente riconosciuto come uno dei più grandi intellettuali della storia. L’obiettivo del film è spiegare le trame e gli intrecci che hanno portato al misterioso omicidio di Pier Paolo Pasolini, le cui dinamiche, nonostante i processi, restano ancora un grande mistero della storia del nostro Paese. Per comprendere La macchinazione, però, è necessario conoscere la storia di Pasolini e le implicazioni della sua ricaduta sociale.

Pier Paolo Pasolini, la vita

Pier Paolo Pasolini nasce il cinque marzo del 1922 a Bologna. Primogenito di Carlo Alberto Pasolini, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra elementare. Il lavoro del padre, che lo porterà a cambiare continuamente luogo, servirà a consolidare un eterno rapporto con la madre. L’esordio poetico arriva in giovanissima età: nel 1928 Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da illustrazioni. Durante l’adolescenza ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a Conegliano.

Negli anni del liceo dà vita, insieme ad alcuni suoi compagni, a un gruppo letterario per la discussione di poesie. Consegue il diploma e a soli diciassette anni si iscrive all’Università di Bologna, facoltà di lettere. Collabora a Il Setaccio, il periodico del GIL bolognese e in questo periodo scrive poesie in friulano e in italiano. I testi saranno raccolti in un primo volume, Poesie a Casarsa.

Il giovane poeta inizia a maturare in questi anni un’accesa conflittualità col mondo cattolico, considerato per certi versi fallace. L’uso del dialetto non è casuale nelle sue opere, rappresenta in qualche modo un tentativo di privare la Chiesa dell’egemonia culturale sulle masse. Pasolini tenterà per tutta la vita di portare anche a sinistra un approfondimento in senso dialettale della cultura.

La ribellione, gli studi

Allo scoppio della seconda guerra mondiale viene arruolato a Livorno, nel 1943. Coraggiosamente, l’8 settembre disobbedisce all’ordine di consegnare le armi ai tedeschi e fugge. Dopo vari spostamenti in Italia torna a Casarsa. A segnare la vita del giovane poeta in quegli anni è la morte dell’amato fratello Guido.

Egli rimane vittima, appena diciannovenne, nei fatti legati all’eccidio di Porzûs, tragico e controverso episodio della Resistenza Italiana in cui diciassette partigiani delle Brigate Osoppo furono trucidati dalle Brigate Garibaldi.

Pasolini: l'attualità di Teorema

Nonostante i tragici avvenimenti, nel 1945 Pasolini si laurea presso l’Università di Bologna e si stabilisce definitivamente in Friuli. Qui trova lavoro come insegnante in una scuola media di Valvassone, in provincia di Udine.

In questi anni comincia la sua militanza politica. Nel 1947 si avvicina al PCI, scrivendo per il settimanale del partito Lotta e lavoro. Diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa. È il periodo in cui Pasolini si impegna attivamente nella lotta politica. In questi anni si espone e denuncia il costituito potere democristiano. È l’inizio di un conflitto che non vedrà mai fine.

Nel 1949 viene inoltre espulso dal PCI “per indegnità morale e politica”, a seguito dei suoi presunti rapporti omosessuali.

La carriera artistica

Il successo arriva nel 1955, quando viene pubblicato da Garzanti il romanzo Ragazzi di vita, che ottiene un vasto successo. Tuttavia, il giudizio della cultura ufficiale della sinistra, e in particolare del PCI, è in gran parte negativo. Il libro viene definito immorale e non adeguato a un pubblico sensibile. La Presidenza del Consiglio promuove addirittura un’azione giudiziaria contro Pasolini e Livio Garzanti.

È un periodo di contrapposizioni molto aspre tra la sinistra e la DC. Pasolini, per la sua posizione di intellettuale comunista e anticlericale rappresenta un capro espiatorio ideale. Il processo tuttavia dà luogo all’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Il libro, per un anno tolto alle librerie, viene nuovamente venduto.

L’impegno sociale nelle arti

Il successo letterario non termina qui. Pasolini mostra la sua vicinanza alla causa del proletariato attivo anche in testi come Le ceneri di Gramsci e Una vita violenta. La lotta al Capitalismo e al teorizzato “fascismo dei consumi” è intrinseca in ogni sua fatica. Le opere vengono apprezzate soprattutto da critici italiani di fama quali: Giuseppe Ungaretti, Italo Calvino, Alberto Moravia.

Anche il cinema assume un ruolo essenziale, benché assai sofferto e conflittuale nella vita artistica di Pasolini. Il cinema pasoliniano è un misto di esperienze multisensoriali e multisemiotiche.

È dissacrante, provocatorio, ma allo stesso tempo poetico. Un esempio lampante è l’opera Uccellacci e uccellini (1966). Qui, in chiave satirica vengono messi in discussione i facili ottimismi suscitati dal boom economico. Vengono evidenziate le piccole e grandi miserie della società e della cultura italiana contemporanea.

Gli ultimi anni di vita, la macchinazione dietro la morte

Le premesse di cui sopra ci permettono ora di andare ancora più a fondo nella cultura pasoliniana. La comprensione del suo amore per lo studio evolutivo (o involutivo) della politica e della società lo portano ad addentrarsi nei meandri del giornalismo di inchiesta.

Nel film di Grieco, Pasolini sta ultimando la lavorazione di Salò o Le 120 giornate di Sodoma. Ma soprattutto è concentrato nella stesura di Petrolio, romanzo di inchiesta. Egli ha intenzione di denunciare attraverso l’opera l’allora presidente dell’azienda Montedison e fondatore della loggia massonica P2, Eugenio Cefis.

Pasolini lo identifica come il mandante dell’omicidio di Enrico Mattei, suo predecessore nell’azienda già citata. Quanto indicato nel film trova un reale riscontro nella realtà, il poeta friulano stava realmente studiando il caso.

Infatti nell’opera Petrolio egli ipotizza, basandosi su varie fonti, che Cefis alias Troya avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo legato al petrolio e alle trame internazionali e che Mattei potesse in qualche modo ledere i suoi interessi.

A suffragio di questa tesi esiste un libro-inchiesta quasi introvabile firmato da un certo Giorgio Steimetz (pseudonimo di Corrado Ragozzino), e le confidenziali indicazioni dello stesso autore che non esita a incontrare Pasolini.

Macchinazione, morte e le vicende giudiziarie

La mattina del due novembre 1975, a Ostia, in un campo incolto in via dell’idroscalo, una donna, Maria Teresa Lollobrigida, scopre il cadavere di un uomo. È il corpo di Pier Paolo Pasolini.

Nella notte i carabinieri fermano un giovane, Giuseppe Pelosi, alla guida di una Giulietta che risulterà di proprietà proprio di Pasolini. Il ragazzo, interrogato dai carabinieri, e di fronte all’evidenza dei fatti, confessa l’omicidio. Racconta di aver ucciso lo scrittore per difendersi da un tentativo di stupro.

Tuttavia il processo che ne segue porta alla luce retroscena inquietanti. Si sospetta (dalle ferite riportate sul corpo) il concorso di altri nell’omicidio ma purtroppo non si arriverà mai ad accertare con chiarezza la dinamica dell’assassinio. La versione ufficiale e le sentenze dei processi, ad oggi, vedono Piero Pelosi condannato e unico colpevole per la morte di Pasolini.

Affinità e divergenze con il finale de La macchinazione

La pellicola offre invece una visione più chiara e che per certi versi completa le indagini condotte nel ’75. Pasolini viene portato a Ostia con l’inganno, e lì viene ucciso brutalmente da esponenti della malavita organizzata delle borgate romane.

Ciò che si percepisce nel corso della narrazione infatti è proprio l’ostilità mostrata dai piani alti della politica nei confronti delle indagini di Pasolini. Egli attraverso la sua opera d’inchiesta tenta di smascherare le forze deviate di governo e i meccanismi che le legano alla loggia massonica P2. Su tutti, riteneva esponenti della Democrazia Cristiana responsabili di parte del periodo stragista.

Ad oggi purtroppo non possiamo scientificamente determinare la verità. Di certo, però, la storia narrata trova riscontro nelle parole di uno degli ultimi lavori di Pasolini, il celebre monologo Io so, pubblicato sul Corriere della sera nel ’74. Il monologo appare oggi come un riecheggiante testamento, da proteggere e conservare.

Leggi anche: Il Traditore – La vera storia di Buscetta, boss dei due mondi

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