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American Beauty – Sul Significato Esistenziale della Bellezza

American Beauty.

«Viene l’alba d’estate. Oh prima luce

sul letto del fratello. Nel silenzio

la ferma confusione: panni e sesso.

Quando viene l’estate lascia questo

malinconico ardore. Nel silenzio

raggiungi il mare placido di luce».

(Sandro Penna)

American Beauty è un pensiero che nasce dalla penna di Alan Ball e dall’immagine in movimento di Sam Mendes

È un film americano, che parla dell’America senza nominarla. Un paese devastato dagli stessi miti che avrebbero dovuto sorreggerla: la patria, la famiglia, il lavoro, l’amore; un paese che si è aperto in un enorme abbraccio di promesse di vita, ma che ha finito col partorire figli senza padri, padri senza figli e superfici bidimensionali, invisibili dall’alto perché senza profondità. Questo è il prezzo da pagare per aver sognato troppo a lungo: «America I’ve given you all and now I’m nothing» grida la splendida poesia di Allen Ginsberg.

Questo film è l’esaltazione di una bellezza più che estetica, perché profana, inaudita, immersa in ogni cosa; visibile soltanto alla fine della vita oppure ai confini della vita, quando essa ha smesso di disperdersi.

Una bellezza che ha il corpo puro e vergine di un’adolescente; l’ultima danza di un sacchetto di plastica, prima della bufera; lo sguardo rappacificato di un uomo che muore.

Lester Burnham è un uomo di mezza età, scrittore in un periodico pubblicitario; è un ordinario, che conduce la sua vita ordinaria in una delle ordinarie villette a schiera di non si sa quale città nordamericana (non ci viene detto, ma sappiamo dalla panoramica iniziale e finale che si tratta di Sacramento, in California) insieme al suo ordinario quadretto di famiglia: una moglie, Carolyn, una figlia adolescente, Jane; entrambe passivo-aggressive nei suoi confronti, non lo riconoscono né come autorità – Lester è infatti l’opposto del capofamiglia che detta le regole della casa – né come marito e padre. La moglie lo tratta letteralmente come uno zerbino, lo rifiuta sentimentalmente e sessualmente, lo ignora con risentita indifferenza, mentre Jane se ne vergogna.

American Beauty di Sam Mendes è un film sulla bellezza che salva: e quindi bellezza, che sei ovunque e ovunque tu sia, salvaci ancora
Lester Burnham, “American Beauty”

Nel giardinetto della famiglia Burnham crescono delle bellissime rose rosse che Carolyn cura con patetica tenacia, così come cura il suo aspetto – non la vediamo mai senza tacchi né con vestiti che non siano eleganti – e cerca disperatamente di portare a termine la vendita di una casa apparentemente distinta, ma in realtà modesta e decadente.

La sua ossessione è raggiungere il successo, come ogni donna che aspira a farsi da sé, e che ha già rifiutato l’esclusiva di madre e di moglie per potersi realizzare (menzogna venduta dal sistema liberale, secondo il quale lavorando con sacrificio tutti possono ascendere socialmente).

Un successo che tuttavia non arriva e che è invece rappresentato da Buddy Kane, suo futuro amante. Veri emblemi del potere come immagine e non come sostanza (esiste un potere che non sia immagine?), Barry e Carolyn sono vittime e carnefici dello stesso sistema. Ma lo sguardo di Carolyn è sregolato, frenetico, come la sua vita: deve essere usurante fare ogni giorno a pugni con la verità per una goccia di splendore.

American Beauty
Carolyn Burnham, “American Beauty”

Ma la bellezza, quella così assoluta da risultare insopportabile, non scende a compromessi e non vuole essere ricercata, ma colta come un’illuminazione, come un istante immortale che spezza la logica temporale di un desiderio, di un pensiero, di un bisogno. O si manifesta pienamente oppure non si manifesta affatto.

Arriviamo quindi a Ricky Fitts, diciottenne riservato e solitario, figlio di Frank, un colonnello pensionato del Corpo dei Marines, conformista e autoritario, con un odio viscerale verso gli omosessuali e marchiato dalla disciplina militare che impone al figlio. La famiglia Fitts si è trasferita da poco di fronte alla casa dei Burnham. Dalla sua finestra, Ricky filma l’intimità di Jane con una piccola videocamera: la trova bellissima. 

Conserva nella sua stanza centinaia di piccole videocassette, situazioni sottratte al tempo che marcia in avanti, riportandolo indietro.

Pare che i suoi occhi, riflessivi e attenti, abbiano aperto minuscole porte rimaste chiuse da sempre, e il suo incedere, calmo e assorto, sembra quello di un uomo che si è fatto angelo: un uomo che è ancora in Dio. Ricky ha bisogno di fermare la bellezza, di cristallizzarla in filmati per non dimenticarla; non sa lasciarla andare.

Nondimeno, la bellezza non sta lì o qui, inerme e immobile come una cosa, essa è attraverso la cosa, fugge alla cosa e fa ritorno in un’altra, come in una dialettica della quale è inafferrabile la sintesi. Se una fotografia o una pellicola non possono sostituirla, almeno sono in grado di riprodurla senza modificarla, come accadrebbe se invece la immaginassimo, la ricordassimo soltanto.

American Beauty
Ricky e Jane, “American Beauty”

American Beauty: Nella vita, la morte

Paradossale che vita e morte, prospettive antitetiche per il senso comune, siano in realtà così connesse in ciascuna singola cosa. Ricky sembra essere affezionato alla morte come se essa fosse più bella della vita.

Ricky: «Una volta ho visto una barbona che moriva di freddo. era sdraiata sul marciapiede, sembrava molto triste. Quella barbona ce l’ho su videocassetta. Era straordinaria. Quando vedi una cosa del genere è come se Dio ti guardasse fisso, solo per un secondo, e se stai attento puoi ricambiare lo sguardo».

Jane: «E che cosa vedi?».

Ricky: «Bellezza».

La vita è fatta di “piccole morti”, abbandoni più o meno rumorosi, delusioni, abitudini senza vivacità; è solo che noi non riusciamo a percepirla, la morte. Essa viene posta lontano dai nostri sguardi, e sembra indicare luoghi inaccessibili, senza luce. Ma non c’è luce che non sia gioco di ombre. Non c’è contraddizione tra gli opposti: c’è poesia. L’irrazionalità reale non sta nel fotografare una morte, ma nel fotografare una vita, rinchiudendola a piccole dosi in una caverna che ne proietta solo la copia sbiadita.

Esteriormente affaccendate, le vite dei personaggi di American Beauty sono nel profondo dormienti, immerse in un sogno, narcotizzate. Incapaci di dare conto a loro stessi della commedia entro la quale si dimenano, delle copertine luccicanti che li proteggono dalla mancanza di significato (Lester definisce il suo matrimonio uno: «spot su quanto siamo normali») e dalla quotidiana morte alla quale partecipano. Il signor Burnham sarà il primo a intraprendere il percorso di catarsi: una purificazione vitale, una rivoluzione anti-puritana, che parte dai sensi e dal corpo. 

American Beauty
Lester e Angela, “American Beauty”

La sessualità attraversa non solo il risveglio di Lester, ma è il fenomeno materiale intorno al quale ruotano le repressioni personali di altri personaggi, innanzitutto di Angela Hayes, Lolita vanitosa e lasciva, che si scoprirà essere fragile e ancora vergine. Frank Fitts, simbolo dell’uomo americano patriottico, disciplinato ed eterosessuale, si svela un omosessuale inespresso, incapace di essere se stesso, segretamente attratto da Lester. E infine Carolyn, povera Carolyn… tristemente avvinghiata alle braccia di Barry, povera piccola donna in un mondo di cose.

Il processo catartico, liberatorio, si identifica con quella morte, nella vita, che permette di fare un salto dentro la bellezza.

Non importa chi o che cosa ci permetta di vivere (e non più soltanto di sopravvivere), l’importante è che ci salvi dal declino. Ma non tutti, in American Beauty, riescono a risalire dalla discesa. Non tutti i personaggi riescono a riconciliare il crollo della bellezza americana con la scoperta di una nuova bellezza: Carolyn e Frank piangono profondamente, in una notte di pioggia, quasi amici, legati da un filo che possiamo solo immaginare.

American Beauty: Nella morte, la vita

Così come nella vita può nascondersi, poliedrica, la morte, anche la morte – possibilità più propria dell’uomo – può essere risoluzione e difesa della vita, quella piena di bellezza. La pioggia, che si porta via con sé la sporcizia in superficie, è metafora della cancellazione di ogni apparenza, di ogni scadente messa in scena. L’ideologia di una vita conformista, iperattiva, ma in fondo così passiva, scivola via, in tutta la sua assenza di significato. E di fronte a Lester, proprio appena muore, rimangono le immagini più semplici.

Lester: «Ho sempre saputo che ti passa davanti agli occhi tutta la vita nell’istante prima di morire. Prima di tutto, quell’istante non è affatto un istante: si allunga, per sempre, come un oceano di tempo. […] Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo».

“American Beauty”

«A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…il mio cuore sta per franare», dice Ricky a Jane. «E poi – risponde Lester – mi ricordo di rilassarmi, e smetto di cercare di tenermela stretta», tutta questa bellezza che non è stata chiesta, e che ci salva gratuitamente, come una grazia. E quindi bellezza, che sei ovunque e ovunque tu sia, salvaci ancora.

Lester: «Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete».

Leggi anche: American Beauty – Because The Beatles

Sara Provenzano
"La semplice poesia forse discende, distratta come cala al viaggiatore, entro l'arida folla di un convoglio, la mano sulla spalla di un ragazzo" - Sandro Penna

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