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Black and white – Il cinema contemporaneo che sceglie il non colore

Ad oggi, dopo circa ottant’anni dall’avvento del colore nel cinema, ci sono moltissimi cineasti che si sono serviti, e tuttora si servono, del bianco e nero. Per gran parte del pubblico, le pellicole black and white risultano vecchie e noiose, per altri, fortunatamente, queste pellicole destano sorpresa, curiosità, ma soprattutto omaggiano uno stile che rimanda ad altri tempi. Il bianco e nero non è meglio o peggio del colore, ma ha tutta un’altra estetica, che ogni autore ha piegato a suo gusto.

L’ idea che si tratti di una tecnica datata è conseguenza del fatto che per il cinema e la fotografia il bianco e nero è stata l’unica soluzione possibile fino alla conquista del colore nel 1935. L’avvento del colore, è stato per il cinema, l’avverarsi di una realtà davvero verosimile, e dunque più appetibile per l’esigente spettatore di allora, attratto spesso proprio dall’aderenza al reale, prima ancora che dalla fantasia della storia narrata.

Allora, perché nell’era del digitale, dove tutto è realizzabile, si sceglie ancora il black and white? Probabilmente perché il non colore è sinonimo di memoria, di eleganza, di stile e di echi retrò. O forse perché il classicismo di questa tecnica rimanda ad uno stereotipo di bellezza pura ed incontaminata. Questa  scelta artistica, che riflette le impressioni e le espressioni di un regista, con il trionfo di una scala di grigi, è un’eredità del passato, che arriva a noi come un bellissimo regalo per farci emozionare come una volta, ma con le tecnologie odierne.

Il black and white oggi

Evadere dal colore dà un senso di libertà ritrovata. È come riassaporare quel mood pascoliano, qualcosa di nuovo, fresco e innocente ma anche d’antico. Fa parte della magia che accomuna Roma (2018) di Alfonso Cuaròn e Cold War (2018) di Pawel Pawlikowski, entrambi vincitori di molti premi ed in corsa nella appena passata cerimonia degli oscar.

L’ultimo lavoro di Pawlikowski è essenzialmente un trattato sulla potenza e sull’impossibilità dell’amore, inteso come comunione spirituale e fusione passionale, un’autentica “guerra fredda” tra ragione e pulsioni, tra individualità e desiderio di perdersi, tra fuga e bisogno di unire, di annullare le differenze.

Girato in un meraviglioso bianco e nero, più luminoso e profondo del colore, Cold war ci porta nella Polonia comunista del 1949, dove i due protagonisti, Wiktor e Zula, tra una dissolvenza in nero e un’altra, tra un tipo di musica e un altro, si perdono e si rincontrano più volte. Due temperamenti opposti: esuberante lei, riservato lui. Idee politiche contrastanti, eppure destinati ad appartenersi. Un amore impossibile, che sfocia nel tragico, perché è questo l’unico modo per unirsi.

Ed è proprio in questa tragicità, che la scala bicromatica assume un senso sublime. Tragicità data da questo amore Shakespeariano e dal periodo storico che raffigura, perché i colori in quella epoca – afferma il regista – erano verdi scuri, marroni e grigi.  Il bianco e nero negli anni della Guerra fredda, sembra quasi suggerire che questi amori complessi non possano trovare spazio nella contemporaneità, ma basta lo sguardo di lei, che mentre si esibisce sul palco all’improvviso nota la presenza di lui, inaspettato tra il pubblico, per farci immedesimare in un sentimento sempre attuale ed autentico.

Ed ecco che il film diventa di un bianco e nero pieno di “colore”, pieno di sfumature, e riusciamo a percepire il film nella sua globalità, perdendoci in tutte quelle sfumature di un grigio che danno vita a delle immagini perfette. I giochi di luce ottenuti, che ci fanno apprezzare la bellezza di ogni singolo fotogramma, difficilmente si sarebbero ottenuti con una scala di colori policromatici.

Cuaron invece ci porta a Città del Messico e ci racconta non la storia di una serva, ma di una donna, con i suoi bisogni. Il film è un susseguirsi di una memoria che ha una sua specifica narrazione, fatta non necessariamente di eventi importanti, ma di quel che per qualche motivo ci è rimasto dentro, vivendo la quotidianità.

Roma è un film lento, delicato, a tratti rassegnato, soave. In questo, sembra quasi rispecchiare il carattere della protagonista, Cleo, che a dispetto della sua giovane età, si ritrova già a vivere una vita monotona e priva di particolari guizzi. Le sue giornate sono scandite dalle abitudini e dai riti quotidiani della famiglia presso cui è occupata. Questo è il ricordo della vita nel quartiere messicano dove è cresciuto il regista, e da qui la scelta del bianco e nero.

Cuarón ha spiegato di aver scelto di girare in bianco e nero perché è un film di ricordi, cercando però di ottenere un bianco e nero contemporaneo, che non fosse vintage e nostalgico e che non sembrasse quello di un film degli anni Cinquanta e Sessanta. È in effetti tra le cose più apprezzate del film e i critici l’hanno definito «luminoso e radiante».

Un film ambientato negli anni Settanta ma profondamente contemporaneo. Un bianco e nero nitido, non granuloso, l’opposto di quello di una volta. Quell’abbraccio in riva all’oceano è la chiave intima e visiva del film, che mostra un continuo confronto tra passato e presente, irradiato da una luce naturale che fa apprezzare l’immagine in tutta la sua bellezza.

Cold War e Roma sono ambedue rievocazioni d’epoca, dove il bianco e nero ci mostra una storia di altri tempi. Ma non è tutto. Il bianco e nero di Cold WarRoma è stilizzazione. Il bianco e nero aiuta a spalmare l’attenzione dello spettatore su tutto ciò che vede: la nostra realtà è a colori, perciò messi di fronte a quest’effetto “onirico” ci sentiamo dispersi e andiamo alla ricerca di punti di riferimento, rimbalziamo tra gli ambienti, i corpi e i visi, senza poter facilmente ignorare alcuni a dispetto di altri. L’enfasi di una bidimensionalità dell’immagine è una delle armi più potenti del bianco e nero. Pawlikowski la potenzia con un’immagine quadrata, Cuaron privilegia le immagini in grandangolo.

Zula e Wiktor sono amanti senza nazionalità, Cleo è ospite in un mondo che non le appartiene mai: è questo il distacco che il black and white aiuta a raccontare, indipendentemente dai decenni trascorsi dagli anni narrati.

Una mancanza di colore che conferma l’attualità del passato, che continuerà sempre a riproporsi, che ci viene lasciato in eredità per riportarci indietro a quei valori di altri tempi, che ormai sono andati perduti.

Leggi anche: La Luce come metafora visiva

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