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Intervista a Daniele Vicari- Questo film non si doveva fare

Allo scorso Biografilm mi capita di incontrare il regista Daniele Vicari, famoso per il controverso Diaz- Don’t Clean Up This Blood, film ispirato ai fatti del G8 di Genova e vincitore ex aequo del premio del pubblico al festival di Berlino nel 2013. Con una profonda conoscenza dell’arte cinematografica e del mestiere del regista, Daniele Vicari ci ha rivelato la difficile lavorazione di Diaz e quanto sia stato difficile approcciarsi a un tema così controverso.

Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di Regista?

Non mi andava di andare a lavorare in fabbrica, quindi ho cercato di fare di tutto per non andarci e in questo tentativo maldestro di non andare a lavorare in fabbrica (ero un perito tecnico) mi sono iscritto alla facoltà di lettere, perché nei miei corsi di studi non avevo mai studiato né letteratura né arte. Lì ho scoperto il cinema, ma non avevo desiderio semplicemente di vedere i film, ma anche di entrarci dentro. Allora ho fatto di tutto per farla diventare una mia attività.

Come regista di film e documentari, qual è il tuo rapporto con gli attori?

Ti dico quello che di solito dico agli allievi della scuola Gian Maria Volontè: per me il termine direzione dell’attore è poco convincente. Faccio fatica come regista a immaginare di dirigere una persona, perché si presuppone un rapporto di forza, un vantaggio della regia. Credo invece che l’attore e il regista facciano un percorso insieme. Quindi è piuttosto un processo di condivisione, perché l’attore porta nel film quell’elemento imprescindibile nella narrazione cinematografica, ovvero il racconto dell’umano. L’attore si fa carico di questa mia esigenza, perché è lui/ lei che porta nel film la forza della gioia o della disperazione di un essere umano. Io non posso fare altro che cercare dentro di lei o di lui il senso di quello che sto facendo. È un percorso comune e c’è un’influenza reciproca. Rispetto all’attore che incontro e che scelgo per fare film, sono disposto anche a cedere rispetto a dei presupposti iniziali che consideravo saldi, perché magari questa persona li mette in discussione e mi convince.

Quando lavori ti attieni maggiormente alla sceneggiatura o preferisci lasciare una porta aperta alla realtà?

La narrazione cinematografica con la realtà non ha nulla a che vedere, è del tutto artificiosa. Il grado di penetrazione della realtà nel film, dipende dall’attitudine del regista, e, anche quando questo grado di penetrazione è molto alto, non è detto che prevalga. Per esempio, quando è presente un attore, prevale la sua capacità performativa. Se poi la sua capacità performativa interagisce e funziona come chiave di lettura di una determinata realtà, è un altro discorso. Io non credo che la realtà entri nel cinema; credo però che il cinema debba provare a collocarsi in quella cosa che noi chiamiamo realtà. Questo vale sia per il cinema di finzione che per il documentario; anzi, a maggior ragione nel documentario, perché il cinema documentario vive di un paradosso. Vive di un massimo di finzione per ottenere l’impressione di un massimo di realtà. Non c’è nulla di più artificioso di un film documentario.

Quali sono stati i problemi principali nella realizzazione e nella diffusione di Diaz- Don’t Clean Up This Blood?

Il problema principale è che quel film non doveva essere girato. È un film che il sistema, la politica, l’industria del cinema e delle televisioni non volevano. Tant’è che tutte le major italiane rifiutarono di produrlo. Il film è nato, cresciuto e si è sviluppato in assenza totale di distribuzione. Se ne è fatta carico la Fandango, pensando di vendere una cinquantina di copie, poi il film ha fatto un successo incredibile al festival di Berlino ed è stato richiesto direttamente dalle sale; per questo la Fandango fece un grosso investimento e divenne un caso, un successo commerciale. Ma questo in opposizione al sistema cinematografico, che non voleva il film.

DiazPerché l’episodio è così scandaloso? A causa di una sospensione dei diritti umani?

Non solo, c’è molto di più. Il 2001 secondo me è uno spartiacque nella storia democratica del paese. Nel 2001 si è dimostrato platealmente che in Italia la democrazia può essere sospesa all’improvviso, in base a presupposti non facilmente conoscibili e può essere sospesa anche drammaticamente. Infatti la polizia italiana in quell’occasione ha manifestato un’attitudine autoritaria poi ribadita nel tempo. Nessuno ha mai smentito i comunicati stampa della polizia che affermavano che dentro la scuola Diaz ci fosse un ospedale. E il motivo per cui da lì uscivano molte persone ferite è perché erano state ferite prima. Nessuno lo ha mai smentito, nonostante i tre gradi di giudizio per i fatti avvenuti a Diaz, nonostante i fatti di Bolzaneto, nonostante due condanne da parte della Cedu, la corte europea dei diritti umani, che condanna l’Italia a risarcire le vittime e a introdurre nel sistema legislativo italiano una legge sulla tortura. Nonostante tutto questo, quei comunicati stampa non sono mai stati smentiti.

Il film ha avuto valore civile o mediatico?

Il film ha avuto un grosso impatto sul dibattito relativo a quelle vicende, ma soprattutto ha avuto un impatto traumatico sulla coscienza collettiva perché quello che noi oggi rifiutiamo è che durante quell’evento sia stata praticata la tortura, in Italia, in maniera sistematica, su centinaia e centinaia di persone. Nonostante questo, resta un film che non doveva essere fatto.

Dal punto di vista estetico, non hai mai pensato di fare un documentario?

Non mi mai passata per l’anticamera del cervello l’idea di fare un documentario sui fatti di Diaz.

Perché?

Perché il cinema documentario in quel caso non sarebbe stato d’aiuto: infatti gran parte dei film documentari ambientati a Genova, non hanno avuto alcun impatto reale sul dibattito. Poteva solo essere un horror raccontare cosa è accaduto dietro quelle porte. Si poteva entrare in quella realtà, solo grazie alla finzione. Non basta intervistare le persone coinvolte, perché io cittadino a loro non do credito; invece alle immagini do credito. Anche se non sono d’accordo e le rifiuto, sono costretto a rifletterci, se vedo cosa è accaduto dietro quelle porte.

Quali sono state tue influenze cinematografiche nel girare questo film?

Diaz è un film senza attori e senza personaggi protagonisti. È un film collettivo. È la storia di un evento collettivo e ci sono solo tre o quattro film nella storia del cinema che hanno questa impostazione. Bisogna andare molto indietro nel tempo. Andando indietro fino a La battaglia di Algeri e Sciopero, scopriamo film che raccontano fatti di massa, attraverso strutture narrative non in tre, ma in cinque atti, come la tragedia classica. Nella tragedia classica, i tre atti servono per raccontare la storia dell’eroe, mentre i cinque atti servono per raccontare la storia della città, della polis. Quindi Diaz doveva essere un film epico, all’interno del quale però l’epos è un epos collettivo e non individuale. Dal punto di vista strettamente narrativo invece il film è un tributo alla genialità di Ettore Scola, che ne La Terrazza usa un meccanismo narrativo del tutto simile a quello che io ho utilizzato per Diaz, a sua volta mutuato da The Killing di Stanley Kubrick. Storie che ruotano attorno a un fatto unico: l’inizio delle corse dei cavalli in The Killing, un giradischi ne La Terrazza, una bottiglietta che va indietro nel tempo, nel caso del mio film. Queste storie ti permettono di vivere la temporalità del racconto in modo non lineare. Si può andare avanti e indietro nel tempo.

Diaz

Con il termine “Epica” intendi l’Epica greca o il teatro epico di Brecht?

La nozione di epicità nel caso di Brecht aveva altri significati, ma non c’è dubbio che questo regista ci abbia insegnato a mettere in scena avvenimenti, tenendo presente il punto di vista di chi guarda, lavorando non sull’identificazione, ma sulla comprensione dell’avvenimento. Prima mi riferivo proprio all’idea e alla storia di un destino collettivo. Per me in quel momento c’era il destino collettivo del nostro paese, che dopo Genova secondo me si è perduto. Noi abbiamo perduto il senso stesso della convivenza democratica. Oggi possiamo scherzare sul fatto che muoiano persone in mare, cazzeggiando al bar, e scrivere su twitter che è giusto che muoiano. Abbiamo perduto il senso profondo della democrazia. Siamo perduti.

Ma c’è soluzione?

Solamente se accettiamo un conflitto. Siamo un animale morente. Moriremo e ci seppelliranno, a meno che non ci svegliamo e riportiamo le lancette della storia sul progresso. Si  devono fare dei passi avanti e non dei passi indietro.

Futuri progetti?

Sto finendo di scrivere un libro. È una cosa molto intima e personale e al contempo riguarda un fatto pubblico che in qualche modo mi è capitato. Non so se riuscirò a farlo. Le cose ti succedono, ed è importante che tu le lasci succedere.

Leggi anche: Intervista a Cristina Donadio- Scianel e i demoni di Gomorra

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