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Il significato del finale di The Master – Un Mondo senza Maestri

Una scelta, niente di più. È così che finisce il sesto film di Paul Thomas Anderson The Master: attraverso la scelta di Freddie Quell, la scelta di abbandonare la propria guida Lancaster Dodd e di vivere senza alcun Maestro.

Il “c’era una volta” di questa storia inizia nel 1950, rivelando anzitutto lo sguardo di Freddie.

Il finale di The Master mostra come il soggetto contemporaneo, in angosciante spaesamento, sia condannato a vivere senza Maestri.
Freddie Quell (Joaquin Phoenix) – The Master

Il comportamento di questo marinaio, naufrago in acque senza alcuna direzione, è dominato dalle proprie sofferenze che, sotto forma di istinti primordiali, violenti e sociopatici, si manifestano nella perenne ricerca del fondo di una bottiglia o delle gambe di una donna. Freddie Quell, straniero nella sua stessa terra, è accompagnato silenziosamente soltanto dai propri demoni, quelli degli orrori ingiustificati propri della Seconda guerra mondiale, quelli di una madre imprigionata in un ospedale psichiatrico e di un padre morto ubriaco, che assumono la forma di un ipotetico drammatico fato.

L’unico che riuscì a dare voce a quei demoni, rendendoli tragicamente reali, narrabili e quindi, forse, dialetticamente superabili, fu il fondatore del movimento “la Causa”, colui che divenne il suo Maestro, il carismatico capo spirituale Lancaster Dodd.

Il finale di The Master mostra come il soggetto contemporaneo, in angosciante spaesamento, sia condannato a vivere senza Maestri.
Lancaster Dodd e Freddie Quell – The Master

Quest’ultimo, archetipo dell’ancestrale figura del mentore, è il rifugio psicologico dell’eroe – o in questo caso del (non)eroe – e, nei panni di un padre spirituale, ha da sempre assunto un ruolo fondamentale nel progresso storico e culturale, come costituzione della soggettività del singolo e di una comunità di individui devoti a una corrente di pensiero, a una dettata prospettiva sul mondo. L’Occidente deve la propria realizzazione all’esistere di Maestri che, sin dall’alba dei tempi, hanno istituito un sistema di pensiero, dottrine talvolta dogmatiche e strutture ideologiche finalizzate a istituire un ordine, una possibile logica al caos proprio dell’esistenza.

Il primo Maestro dell’Occidente fu senza dubbio Socrate che, come «un tafano che punzecchia la vecchia cavalla» disse l’allievo Platone, ossessionava tutti i cittadini della polis di Atene a praticare il motto delfico del «conosci te stesso», di cui ne divenne massimo portavoce. Intendendo la filosofia come un’incessante indagine di sé stesso e degli altri e costituendo l’inizio del metodo filosofico, Socrate ruppe i rigidi schemi imposti dalla tradizione greca che, non ancora in grado di comprendere e accettare le verità rivelate dal filosofo greco, decise di condannarlo a morte. Socrate fu il primo a riporre una cieca e, paradossalmente, irrazionale vera e propria fede nella ragione, elevandola a principio primo, presupposto assoluto sul quale basare ogni conoscenza.

Socrate

Il rifugio culturale, teoretico ed esistenziale custodito dal Maestro, permise ai suoi allievi di proseguire la sua strada, di assumere un suo frammento di sapere e istituirlo come proprio fondamento, generando così varie correnti di pensieri con rispettivi maestri come la scuola di Megara, quella cinica, cirenaica ed eretriaca.

Così come Socrate fu il padre della filosofia nel V sec a.C., Dio fu guida per gli infiniti uomini cristiani che hanno calpestato questa terra, i cui immortali insegnamenti sussistono più di duemila anni dalla sua rivelazione. Così come Søren Kierkegaard fu annunciatore inconsapevole della voce dell’esistenzialismo novecentesco, Edmund Husserl fu Maestro del XX secolo filosofico poiché, essendo il fondatore della corrente fenomenologica, divenne il pensatore che più di tutti influenzò il destino della filosofia contemporanea. Così come Karl Marx, pur non avendo mai scritto più di una pagina sulla realizzazione concreta della società comunista, fu portavoce del movimento politico più importante della storia recente, Sigmund Freud fu il padre della psicoanalisi, iniziando una corrente di pensiero e una pratica esistenziale che trasformò la società odierna.

Analogamente, Lancaster Dodd è fondatore del movimento filosofico-religioso “la Causa” che, attraverso il potere maieutico della dialettica, impone l’esigenza di negare il lato animalesco e proprio dell’essere umano, troppo umano, professando la possibilità di accedere ai ricordi propri di vite passate.

Il finale di The Master mostra come il soggetto contemporaneo, in angosciante spaesamento, sia condannato a vivere senza Maestri.
Lascater Dodd (Philip Seymour Hoffman) – The Master

Lancaster Dodd: «Io sono uno scrittore, un medico, un fisico nucleare e un filosofo teoretico, ma soprattutto un uomo, proprio come te».

L’incontro tra Freddie e Lancaster, avvenuto casualmente sulla nave di quest’ultimo chiamata aletheia – dal greco “verità” – permetterà alla bussola esistenziale di Freddie di acquisire finalmente una direzione e, assumendo il ruolo di discepolo e caso sperimentale di questa corrente di pensiero, il suo percorso narrativo inizia a intraprendere un’emancipante evoluzione. Il personaggio, pur sempre condannato a vivere nella tragedia di essere sé stesso, in eterna lotta con i propri demoni che spesso hanno la meglio, riesce attraverso gli insegnamenti e le sedute del Maestro Lancaster Dodd, o forse sembra riuscire, almeno, a immaginarsi felice.

Nel corso dei secoli la figura del Maestro ha assunto mille volti, incarnando sempre l’immagine di certezza assoluta, di autentica rivelazione di verità, presupponendo, consapevolmente o meno, una vera e propria fede nel suo sistema di pensiero. Assumendo un atteggiamento pedagogico talvolta dominante, queste guide esistenziali predicano modi di esistere, costituendo, e quindi costituendosi, un necessario fondamento al quale l’allievo è costretto ad aderire.

Tuttavia, parafrasando un altro grande Maestro dell’Occidente, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nella dialettica maestro-allievo si manifesta un’evoluzione quando il discepolo, comprendendo a tal punto il sistema della propria guida, diviene in grado di criticarlo, inglobarlo e, paradossalmente, di oltrepassarlo. Senza divenire necessariamente portatore di una verità superiore, l’allievo supera dialetticamente il pensiero del mentore conservandolo e realizzandolo insieme al proprio, trasformandosi a sua volta in Maestro. Così fu per Platone nei confronti di Socrate, o come per lo stesso Platone rispetto all’allora discepolo Aristotele. Questa dinamica si riprende anche nel panorama contemporaneo di tutti i saperi, poiché al Maestro Husserl rispose l’allievo Heidegger, così come al padre Freud si contrappose il figlio Jung.

In The Master, Freddie, compiendo una trasformazione narrativa pur sempre ancorata a quelle infinite sfaccettature di grigio proprie della realtà nella sua compiutezza, a un certo punto, decide di abbandonare il proprio Maestro. Durante una delle attività de “la Causa”, in una radura desolata, Dodd dice a Freddie di scegliere un punto in lontananza e, in sella a una motocicletta, di raggiungerlo più veloce possibile. In questo preciso istante, il protagonista individua quel punto in lontananza nel sorriso di Doris – la donna della sua vita dalla quale non è più tornato – e, allontanandosi, non si volterà più indietro. Freddie sceglie la via della sua esistenza rispetto a quella indirizzata da Lancaster, sceglie Doris rispetto a “la Causa”, sceglie la sua verità rispetto a quella rivelata da un dogma. Il marinaio decide così di soffiare nel proprio vento e rinunciare alla strada maestra. 

Il finale di The Master mostra come il soggetto contemporaneo, in angosciante spaesamento, sia condannato a vivere senza Maestri.
Freddie Quell – The Master

Nel corso del tempo, però, su richiesta di Lancester Dodd, i due decidono di rivedersi, perché il Maestro dice di aver scoperto in sogno dove aveva conosciuto l’allievo in una vita passata. Eppure, la decisione in colui che una volta fu allievo non sembra essere cambiata.

Lancaster Dodd: «Allora vai, raggiungi la latitudine senza terra. Buona fortuna. E se trovi il modo di vivere senza servire un maestro, qualunque maestro, allora vieni qui a raccontarcelo, va bene? Perché saresti la prima persona nella storia del mondo. (…) Tu, se te ne vai ora, non ti voglio più vedere. Oppure, puoi restare».

Freddie Quell: «Forse in un’altra vita».

Il protagonista di The Master, affidandosi solamente alla propria tragica fragilità, attuerà un ritorno verso sé stesso: ubriaco e immerso nelle natiche di una donna, ma consapevole degli insegnamenti esistenziali de “la Causa”, che professerà rozzamente e a modo suo alla donna sopra di lui, sostituendosi così all’ormai ex Maestro e iniziando una vita senza nessuna guida.

Ma perché Freddie Quell, un personaggio che assolutamente necessita di un percorso retto e definito da intraprendere, decide di vivere senza alcun Maestro?

Siamo negli anni ’50, alla fine della guerra più aberrante e sanguinosa della Storia, ed è il tempo storico per l’autentica presa di coscienza della trasvalutazione di tutti i valori profetizzata da Nietzsche a fine Ottocento, rivelando l’irrazionale fede nella ragione e compiendo così il parricidio nei confronti del primo Maestro dell’Occidente: Socrate.

Sembra esserci quindi un parallelismo tra le tormentanti sensazioni esperite dall’uomo teoretico dopo l’annuncio nietzschiano della morte di Dio, e quelle dell’uomo, in un senso strettamente pratico ed esistenziale, nella condizione di una guerra in atto. Come se la Seconda guerra mondiale fosse una conseguenza indiretta della rivoluzione nichilista, come se questi due eventi, uno storico-esistenziale e l’altro teoretico, percorrendo strade diverse, giungessero al medesimo risultato: l’angosciante stato di spaesamento del soggetto contemporaneo.

«Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo scopo. Manca la risposta al: perché?».

(Friedrich Nietzsche)

Friedrich Nietzsche

Freddie Quell abbandona il proprio Maestro perché questo non è più un tempo per Maestri. Poiché nella negazione di una verità unica e assoluta, dei presupposti fondativi per una sua possibile ricerca, i sistemi di pensiero si svuotano, le correnti di pensiero si tramutano castelli di carta e le ideologie si svelano narrazioni. La fine dei Maestri avviene perché il nichilismo si è realizzato, teoreticamente ed esistenzialmente, perché Nietzsche, negando Socrate, colui che fu l’archetipo del Maestro, mostra l’assenza di una sintesi ultima e definitiva.

«Io non sono un filosofo. Non credo abbastanza alla ragione per credere a un sistema».

(Albert Camus)

La dialettica maestro-allievo propria dell’evoluzione storica occidentale che si ripercorre da secoli, quindi, ora che anche Emanuele Severino se n’è andato, sembra essere terminata. Agli ultimi grandi Maestri novecenteschi, infatti, nessun allievo sembra essere stato in grado di rispondere a voce abbastanza alta.

Questo rovesciamento del sistema filosofico occidentale, descritto da Gianni Vattimo nella nozione di pensiero debole o da Lyotard nella dinamica della condizione postmoderna, è una conseguenza del nichilismo annunciato da Nietzsche. Quest’ultimo, infatti, si potrebbe considerare il primo (non)-Maestro occidentale, essendo colui che più di tutti nega la possibilità di un principio ultimo e risolutore, in favore di un eterno prospettivismo, divenendo però a sua volta Maestro di una nuova forma di verità. Nietzsche si rifà alla nozione di Oltreuomo, di quell’essente che, consapevole della trasvalutazione di tutti i valori e la fine di tutti i Maestri, decide di fondarne di nuovi e di divenire il Maestro di sé stesso.

Per questi motivi, Freddie Quell soffia nel vento della storia culturale occidentale, abbandona Lancaster Dodd e decide di vivere divenendo la guida di Sé. Il titolo The Master, infatti, si riferisce proprio a lui. Ma se ognuno è Maestro di sé stesso, allora non esiste più alcun Maestro.

Questa è la condizione che ci mostra Paul Thomas Anderson attraverso la scelta di Freddie, nella quale il soggetto contemporaneo è condannato a vivere: senza alcun Maestro, senza alcuna Verità, ma con un orizzonte di possibilità infinitamente aperto.

Il finale di The Master mostra come il soggetto contemporaneo, in angosciante spaesamento, sia condannato a vivere senza Maestri.
Freddi Quell – Il Finale di The Master

 

Leggi anche: Paul Thomas Anderson – La Ricerca della (Terza) Rivelazione

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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