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Intervista alla Sceneggiatrice Paola Mammini – La sincerità di Perfetti Sconosciuti

Paola Mammini, Sceneggiatrice perfetti sconosciuti.

Al Festival ravennate ScrittuRa Festival abbiamo avuto il piacere di incontrare Paola Mammini, sceneggiatrice di fama nazionale che assieme  a Paolo Genovese, Filippo Bologna, Paolo Costella, e Rolando Ravello ha scritto quel gioiello di sceneggiatura di Perfetti Sconosciuti. Il film, oltre ad aver vinto moltissimi premi, è entrato da poco nel guinnes world record per il maggior numero di remake internazionali. Con grande gentilezza Paola si presta a rispondere alle nostre domande.

Iniziamo con una domanda relativa alla tua vocazione. Quando hai iniziato a scrivere?

Ad essere onesta, all’inizio volevo diventare attrice. Ai tempi del liceo, marinavo spesso la scuola per andare in biblioteca a leggere testi teatrali. Riuscii a passare l’esame di ammissione all’Accademia, che ho frequentato per tre anni. Da lì, incominciai a recitare spesso a teatro. Mi resi però conto del fatto che il pubblico mi applaudiva per parole che avevano scritto altri. Decisi quindi di iniziare a scrivere per il teatro, principalmente commedie, e ho realizzato che era proprio la scrittura la mia vera vocazione.

Secondo te, scrivere può essere terapeutico?

Assolutamente sì. Inventarsi storie e personaggi è sempre una magia. Non si tratta di autobiografie, ma al tempo stesso in ognuno dei personaggi che creiamo c’è sempre qualcosa di noi stessi. In questo senso, la scrittura è molto terapeutica.

Secondo la tua opinione, qual è il miglior pregio di una sceneggiatura? Il suo essere originale o sincera?

La sincerità. Lo spettatore deve riuscire a identificarsi con una storia. Lo si intuisce già nei primi cinque minuti di un film: un bravo sceneggiatore deve essere abile a creare fin da subito sospensione di incredulità nel pubblico, presentando una storia plausibile. Preferisco di gran lunga soggetti poco originali, ma con personaggi verosimili e ben caratterizzati.Perfetti Sconosciuti

Come si riesce a creare un personaggio realistico, non macchiettistico?

Uno degli elementi più importanti è la backstory, ossia la storia passata di un personaggio. I motivi dei suoi comportamenti, l’infanzia, eccetera. Tutti elementi che non vengono per forza inseriti nel film, ma che sono essenziali per la riuscita di un personaggio a tutto tondo. Infine, è fondamentale il cosiddetto fatal flaw, ossia quella ferita, quella rottura definitiva che cambierà completamente e definitivamente il personaggio all’interno del percorso narrativo.

Veniamo ora a Perfetti Sconosciuti. Si tratta di un film a impostazione teatrale, con al centro un tema già affrontato da molte altre pellicole. Come siete riusciti a innovare tale genere?

Fortunatamente avevo già lavorato con Paolo Genovese in Immaturi e Tutta Colpa di Freud. È infatti venuta proprio a Paolo l’idea di raccontare l’ipocrisia presente tra persone che si conoscono da molto tempo, utilizzando il cellulare come espediente. Penso che il film abbia avuto molto successo sia per il realismo delle relazioni tra i personaggi, in cui lo spettatore può identificarsi, sia per l’originalità della presenza del telefono.

Ultima domanda. Come vi è venuta l’idea del finale?

Mentre lavoravamo alla sceneggiatura, ci siamo resi conto che c’era un pericolo, ossia il rischio di far accadere troppe cose durante la cena del film. Perciò abbiamo utilizzato questo escamotage della finzione per rendere tutto più realistico e verosimile. Penso sia un finale molto soggettivo. Durante la prima conferenza stampa di Perfetti Sconosciuti, un giornalista l’ha definito”lieto fine”. Secondo me, invece, è un finale molto amaro, che dimostra come tutti noi abbiamo dei segreti.

Leggi anche: Intervista a J.T Miles- produttore premio Oscar per La Forma dell’Acqua

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