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Commedia italiana – Luoghi e tempi di racconto delle maschere

Il neorealismo è stato un punto di rottura. È riuscito a essere un cinema innovativo, ma anche capace di mescolarsi con altri generi e rinnovare quest’ultimi, a iniziare dalla commedia. Nuovi personaggi popolari collocati in città piene di vita e l’antica eredità della commedia dell’arte, contaminatrice di tutte le nuove maschere che nasceranno di lì in poi. Vittorio Gassman che ricorderà il capitano Matamoro, Ugo Tognazzi che rievoca alcune caratteristiche di Pantalone e molti altri. Riunirle in unico articolo è un’impresa forse impossibile. Nei luoghi e tempi di racconto, tuttavia, c’è un importante aspetto da considerare, poiché non tutte possono esistere senza gli ambienti e i tempi in cui sono nati. In merito alle loro peculiarità di maschere, possiamo individuare due tipologie di personaggi. Coloro che possono permettersi di avere tempi e luoghi di racconto sempre diversi e invece chi non può prescindere da essi, poiché ne è strettamente legato.

Le maschere del cinema italiano possono plasmare o essere plasmate dai luoghi e tempi di racconto che abitano. Troviamo una suddivisione.

Prendiamo come esempio Totò (Antonio de Curtis). Interprete in ben novantasette film, il principe della risata ha attraversato il cinema italiano dal 1937 al 1968. La sua maschera vagante è inseribile in quella categoria che può permettersi qualsiasi tempo e luogo, dagli anni 1950 in Italia all’Egitto governato da Cleopatra durante il periodo tolemaico. Questa sua possibilità narrativa di clown senza tempo né spazio, è dovuta a una maschera che contiene non solo le contraddizioni dell’animo umano, ma anche una versatilità incredibile. Impiegato del comune nella seconda metà degli anni quaranta o condottiero romano nel 44 a.C., Totò porta un corpo e un linguaggio che riesce a trascendere tempo e spazio al servizio della sua maschera. È lui stesso a plasmare l’ambiente e il periodo storico in cui si trova, non il contrario.

 Le maschere del cinema italiano possono plasmare o essere plasmate dai luoghi e tempi di racconto che abitano. Troviamo una suddivisione.

Totò e Cleopatra, insieme a Totò contro Maciste, rappresentano due esempi di come il cinema sia costruito solo su di lui. Difatti messa in scena e narrazione, sono completamente al servizio del linguaggio comico che Antonio de Curtis decide di utilizzare. Sono due pellicole dirette entrambe da Fernando Cerchio e parodia del sottogenere peplum che spopolava in quegli anni. Sono film veramente modesti e poveri di contenuto, con scene di conflitti rubate ad altre pellicole, probabilmente kolossal americani, con un unico punto a loro favore: Totò e comprimari.

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Ogni idea, soluzione e meccanismo narrativo finalizzano a esaltare quella maschera talmente versatile e potente, da non aver bisogno di luoghi e tempi precisi. Così come il principe della risata, anche la coppia di Franco e Ciccio sono catalogabili in questa famiglia di personaggi erranti, tuttavia il loro potenziale è diverso e sfocia in un altro genere: il western. Anche in questo caso il mondo narrativo si piega alla loro comicità. Per un pugno nell’occhio e Due mafiosi nel Far West sono due esempi rappresentativi del genere western, che come nel caso dei film peplum con Totò, sono anch’essi molto modesti e indirizzati per chi è incuriosito da una comicità contemporanea inserita a fine ottocento.

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Se da un lato ci sono delle maschere senza tempi e spazi precisi, dall’altra ci sono figure che non possono rinunciarci, senza quell’ambiente e quel periodo storico non esistono, perché sono frutto di un’idea saldamente ancorata a quegli anni, a quel momento politico senza il quale non esisterebbero. Su tutti spicca Ugo Fantozzi. Ideato e interpretato da Paolo Villaggio, il ragioniere Fantozzi rappresenta l’iperbole del mediocre, una figura che rende noi vincitori. Ci piace, ci fa sentire meno mediocri in quello che pratichiamo, perché nessuno di noi possiede una nuvola di sfortune che porta sofferenze. A differenza di Totò e Franco e Ciccio, Fantozzi non esiste senza quel tempo e quei luoghi, senza la ditta e la casa in cui nascono i suoi malesseri, senza il 1975 da cui inizia tutto.

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Protagonista di dieci pellicole, la maschera ideata da Villaggio attraversa un periodo storico considerevole, dal 1975 al 1999, tuttavia casa e azienda ci sono sempre, se non manifestate almeno citate più volte. Persino Superfantozzi, la pellicola più estranea a quel momento storico, riconduce la figura del mediocre sempre a quegli anni vissuti dall’interprete. Tutte le ere precedenti che il protagonista attraversa, dalla creazione cristiana dell’essere umano al presente del 1986, rievocano il contesto lavorativo e l’ambiente familiare senza il quale Fantozzi non potrebbe esistere. Nel corso dei decenni del precariato italiano è persino rivisto quasi come un vincitore, avendo uno stipendio fisso, una famiglia e una casa. La rivalutazione continua, lui invece sarà sempre uno dei mediocri più importanti del cinema italiano.

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Tornando al cinema attuale, non possiamo non parlare della maschera più importante di questi ultimi anni, non solo per gli incassi che ottiene ma anche per un aspetto sempre all’ordine del giorno. Anche Checco Zalone è, fino a ora, inseribile nella stessa categoria di Fantozzi poiché la figura interpretata da Luca Medici è lo specchio di un certo tipo d’italianità. Nepotismo, corruzione, il mediocre che riesce a fare carriera. Checco Zalone vive questo tempo e tutte queste tematiche che sono spesso nei film in cui è protagonista.

L’aspetto più interessante del suo personaggio invece è la sua caratteristica di figura migrante. In ogni suo prodotto audiovisivo, da Cado dalle nubi a Tolo Tolo, ci sono il viaggio e l’opposizione tra luogo di provenienza e d’arrivo, aspetto da tenere presente. Tempi e luoghi di racconto possono plasmare o essere plasmati da una maschera. Il punto di contatto è da ritrovare invece nel prendere vizi e difetti in un momento storico e sintetizzarli in un’unica figura, sempre pronta a fare del dramma umano una commedia.

Leggi anche: Riso Amaro – Il Neorealismo diventa popolare

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