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Il Finale di C’era una volta il West – Gli eroi non esistono

Due anime si incontrano e si scontrano, si osservano, si odiano e, forse, compatiscono, nel finale di C’era una volta il West.

Frank: «Aspettavi me?».
Armonica: «Da molto tempo».
Frank: «Morton diceva che non ero come lui. Ora capisco che voleva dire: lui avrebbe dormito tranquillo sapendo che da qualche parte c’eri tu… vivo!».
Armonica: «Così alla fine hai scoperto di non essere un uomo d’affari».
Frank: «Solo un uomo!».
Armonica: «Una razza vecchia. Verranno altri Morton… e la faranno sparire».
Frank: «Il futuro non riguarda più noi due. Io non sono qui né per la terra né per il denaro né per la donna. Sono qui solamente per te: perché so che ora tu mi dirai cosa cerchi da me».
Armonica: «Rischi di non saperlo mai…».
Frank: «Lo so».

C'era una volta il West (1968), l'ultima fiaba western di Sergio Leone. Un addio alle armi, un tramonto delicato all'era degli uomini.
Armonica, interpretato da Charles Bronson, in C’era una volta il west (1968).

Armonica, il buono, Frank, il cattivo, e Cheyenne, il fuorilegge nel mezzo, questi i tre protagonisti dell’ultima fiaba western di Sergio Leone, la prima della “Trilogia del Tempo”.
La prima pellicola di un nuovo ciclo narrativo (cui seguiranno Giù la testa e C’era una volta in America) è, in realtà, un addio alle armi. Un’alba in principio di un tramonto.

Una trilogia malinconica che abbandona l’epica del dollaro, per cavalcare sulle frontiere dell’abbandono, della sconfitta, del tempo perduto.

In particolare, nel finale di C’era una volta il West (1968), sentiamo che quel «una razza vecchia» si riferisce ormai ai western stessi. Il deserto è definitivamente relegato nella dimensione del fiabesco: i cavalieri delle valli solitarie non sarebbero più tornati, sconfitti dal treno della modernità. La fine di un’era per Leone è ineluttabile, la fine degli uomini, quelli degli sguardi e del romanticismo silente, che lasciano rassegnati il posto agli uomini d’affari, quelli delle labbra e delle parole.

Una specie di addio alla dimensione del silenzio, quella del vago e del sospeso, quella dell’infinito leopardiano che nasce dal finito imperscrutabile. Quella dimensione dolce e amara, del vento tra le rocce, dei forse tra i mai e i per sempre.

Si è parlato di “ultimo” western, nonostante Giù la testa sia successivo, poiché quest’ultimo è più un dramma sociale di ambientazione western, un tributo al marxismo a suon di pallottole.

C’era una volta il West, invece, è un racconto poetico di eroi e antieroi, di amore e odio, una delle migliori storie da raccontare che inizino con “c’era una volta”.
Vi è un sentore di morte, però, di una fine forse salvifica, ma non lieta. I pistoleri non hanno un avvenire certo, sono appesi come corde sulle sabbie del tempo, vagabondi senza meta di un’eterna arida odissea. Ombre anzitempo con un passato nebuloso, mai davvero rivelato, ma che ne accresce il fascino, al contempo mostrando tutto il loro dolore. Esistono solo come spiriti di vendetta, in cerca di redenzione, umani fin troppo nella loro angoscia e nella sconfitta.
Non sono mai privi, tuttavia, di strane forme di tenerezza e compassione; avranno sempre un ultimo inaspettato colpo in canna, un po’ figli di puttana, un po’ uomini buoni.

C'era una volta il West (1968), l'ultima fiaba western di Sergio Leone. Un addio alle armi, un tramonto delicato all'era degli uomini.
C’era una volta il West

Dovranno andarsene però, cavalieri della distanza; il west è la terra del tramonto (letteralmente, “occidente”, dal latino occĭdens, -entis, participio di occidĕre “cadere”, riferito al Sole che tramonta, ma traducibile anche come “morire, estinguersi”), una terra dell’abbandono, di spettri lontani e in bilico fra l’essere e il non essere. Sono in quel cinema che per Leone è il mito, una dimensione atemporale, un passato lontano e comune all’umanità, in cui la storia si ripete senza scorrere.

Con la trilogia del tempo, ormai, cinema e reale non sono più paesi per vecchi, per uomini come Armonica, Frank o Cheyenne, o lo stesso Sergio Leone.
La formula è sempre la stessa: un buono, un brutto e un cattivo, ma il finale è ben diverso. Niente cavalcate al tramonto, niente sorrisi beffardi di eroi vincitori; anzi, niente eroi.

Armonica è un protagonista che cerca vendetta, a qualunque costo; non è il bello e fiero Clint Eastwood, eroe senza macchia; anzi il suo viso è assai comune, quello di un uomo furioso, ma di quella furia silente. È mediocre (nel senso di poco appariscente e affrancabile) nell’aspetto, e spezzato nell’animo. Il suono del suo strumento (un’armonica, appunto) è un canto del cigno, araldo di morte. Il bersaglio di questo non-eroe, poiché fin troppo fallibile, per niente mitico, è l’ambiguo Frank. Un cattivo più affascinante del “buono”, più seducente nell’aspetto, ma decisamente più brutale nei modi.
Tra i due ondeggia Cheyenne, un bandito certo, ma con un cuore vasto come lo esige l’infinito deserto, che in fondo è anche vuoto.

Tutti e tre, imperfetti, ruotano intorno, tra passioni violente con violenta fine, alla figura della bellissima e sensuale Jill (Claudia Cardinale), una donna forgiata da ricordi crepuscolari e morbosi rimorsi.

Nessuno si salva in questa fiaba, non vi è l’integerrimo, tutti sono macchiati da quel peccato, da quella colpa più originaria dell’innocenza. In questa fiaba, però, sono colpevoli anche di pace, animati da una generosità spenta e una rassegnata saggezza. Consapevoli della loro condizione comune, nonostante siano avversari, si rispettano, quasi si compatiscono. Lo si vede dagli occhi, gli occhi di una razza vecchia, destinata a svanire.

I cavalieri di Sergio Leone, invero, salvano la donzella in pericolo, proteggono il regno, ma non vi sarà mai una ricompensa, nonostante la pace che porteranno, nessuno li ricorderà. Ecco i forse di Leone, poiché forse questi eroi non sono mai esistiti. Nel deserto vi sono, o vi erano, solo uomini; cavalcavano nella risonanza tra bene e male, nelle convergenze di odio e amore, in bilico tra la morte e la redenzione.
È il regista stesso a chiedersi, infine, se mai torneranno, un giorno o l’altro. Altrimenti, rimarranno in quel “c’era una volta”.

C'era una volta il West (1968), l'ultima fiaba western di Sergio Leone. Un addio alle armi, un tramonto delicato all'era degli uomini.
C’era una volta il West

Jill: «Ehi, sei piuttosto un bell’uomo».
Cheyenne: «Ma non sono quello giusto. E nemmeno lui». (riferendosi ad Armonica)
Jill: «Forse no, ma non importa».
Cheyenne: «Non hai capito Jill, la gente come lui ha dentro qualcosa, qualcosa che sa di morte. Quello lì se è ancora vivo, entra da quella porta, piglia la sua roba e dice addio. Io invece resterei, se potessi».
Armonica: «Io ho finito qui. Diventerà una bella città Sweetwater».
Jill: «Ci passerete un giorno o l’altro?».
Armonica: «Un giorno o l’altro».

Leggi anche: Per un pugno di dollari – L’inizio del western mitologico di Sergio Leone

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