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Dogman | Marcello – Umano poco umano

L’obbligo di clausura delle ultime settimane ha determinato diversi effetti, principe dei quali è stato il ritorno alla sfera del privato, vissuta in modalità plurime, ma per molti occupata dalla scoperta, la riscoperta o l’approfondimento del cinema; forma che fra le arti è la più battuta nei nostri tempi. È così che ho avuto l’occasione di imbattermi in un film che era rimasto sullo sfondo del mio panorama cinematografico: Dogman, dramma del 2018 diretto da Matteo Garrone. Più che di un’occasione, si è trattato di fortuna.

Selezionato per rappresentare l’Italia ai premi Oscar 2019, concorrendo per “miglior film in lingua straniera”, non ha raggiunto la short-list dei dieci film preselezionati, ma la pellicola riflette con delicata dirompenza l’esplosiva forza di emozioni elementari e fanciullesche, più vicine agli animali e ai bambini (non a caso accomunati da Aristotele) che al mondo degli uomini: la mancanza di arbitrio, la sopraffazione operata dagli altri e dal mondo, il disperato bisogno di integrazione e riconoscimento, di accettazione, l’esser visibile al prossimo.

Marcello ha un negozio di lavaggio cani che offre servizio di pensione e di dog sitting. L’uomo ha una figlia, centro gravitazionale del suo amore e delle sue premure, un lavoro che svolge con dedizione, e dei buoni rapporti col vicinato. Per arrotondare, Marcello spaccia cocaina, ed è così che nasce il suo strano rapporto, ritratto quasi come un’amicizia, con Simone, delinquente locale che a mani nude terrorizza la comunità dei commercianti.

Più che un piccolo uomo, Marcello è un bambino vecchio: la corporatura esile, la bassa statura e il corpo estremamente magro sembrano non aver visto la pubertà, e stridono con la sua figura di padre, così come la sua inettitudine e l’incapacità decisionale, enfatizzate da tutte le occasioni (come quella della gara canina o delle uscite in mare) in cui la figlia gli si rivolge come a un bambino; con tenerezza e preoccupazione, ma anche con maturità e fermezza nel consigliarlo e dirigerlo, correggerlo, riprenderlo.

Dogman mostra la mancanza di arbitrio, di potenza, e il bisogno di riscontro sociale di Marcello, la sua minorità di fanciullo e di animale.
Dogman

Più che un lavoro, quello di Marcello è una dimensione esistenziale, dove la forma si identifica con la sostanza, e fra la vita e la metafora risulta difficile operare distinzioni. L’insegna affissa sopra al negozio è una freccia luminosa che indica non l’attività, ma la persona, la sua vera natura, quella di “cane-uomo”, creatura mitologica in cui la figura umana è depotenziata nel corpo e nella tempra da un animale che è simbolo di umiltà, fedeltà e remissività, e dalla incapacità di distinguere i buoni dai cattivi, gli amici dai nemici, il proprio interesse da quello altrui. Da qui, il viscerale amore per i cani e il rapporto paritario con questi: in una scena del film, l’uomo divide lo stesso piatto di pasta col proprio bastardino, di seguito a un tentativo debole e fallimentare di farlo mangiare dalla ciotola.

Come un personaggio di Kafka, Marcello è tratteggiato dalle viscere all’esterno, e come molti dei personaggi kafkiani il mondo gli capita, gli transita addosso, asfaltandolo nel silenzio e nella invisibilità che tratteggiano il suo ruolo nella società, di fronte all’Altro, di fronte agli altri. La resa delle sue emozioni e dei suoi pensieri è affidata ai suoi gesti e ai suoi sguardi, come se anche la parola, carattere distintivo dell’uomo fra gli animali, in gran parte gli mancasse; come se la tassonomia animale fosse a lui più adatta di quella umana.

Marcello viene sbattuto qua e là dalla vita, dagli eventi, ma soprattutto da Simone, che con la forza delle promesse, e specialmente delle minacce e delle botte, gli fa perdere prima la libertà (Marcello finisce in carcere al posto suo), poi lo sperato guadagno (rifiutandogli la sua parte) e infine la passiva, eppure onesta, benevolenza del vicinato (al ritorno dalla galera, Marcello viene accolto da improperi, stigmatizzato quale traditore).

Dogman mostra la mancanza di arbitrio, di potenza, e il bisogno di riscontro sociale di Marcello, la sua minorità di fanciullo e di animale.
Dogman

È a questo punto che Marcello decide di reagire: è il bambino che è stato privato del favore e della corrispondenza degli adulti, l’animale domestico i cui padroni gli negano attenzioni e polpette (incarnate, dalle partite di calcetto), ma la sua reazione è ancora una volta legata al mondo dell’infanzia, e si ambienta nella terra di mezzo fra la realtà e il gioco.

Con una scusa, convince Simone a entrare in una gabbia del suo negozio per mettere in atto una puerile vendetta, costituita da boccacce, sberleffi e negazione della cocaina come di caramelle in un gioco di ragazzi nel cortile della scuola. Marcello vorrebbe solo che Simone si scusasse e non comprende la portata del pericolo al quale si è esposto: Simone è brutalmente forte e riesce a svincolarsi dalla gabbia e quasi a uscirne, prima che Marcello gli pianti un ferro in testa che lo lascia svenuto.

Ancora una volta Marcello è incapace di decidere per il meglio, di finalizzare le proprie azioni e di uscire da adulto, assumendo le responsabilità degli eventi, da situazioni che continua a non scegliere e che in buona parte gli piovono addosso, data l’incapacità di prevedere le conseguenze, proprio come un bambino: invece di fuggire o di sferrare un colpo decisivo, Marcello tenta di ricucire la ferita, Simone si sveglia e lo afferra per il collo fino quasi a strozzarlo, se non che è quest’ultimo a finire impiccato dalla catena che lo imprigiona.

Le scene finali del film sono di una primitività commovente: intento a bruciare il cadavere di Simone, Marcello sente le grida dei compaesani impegnati a giocare la partita di calcetto. Si avvicina al campo e tenta di chiamarli, urlando di seguirlo per andare a vedere cosa ha fatto, come il bambino che prende per mano i genitori a mostrare la camera riordinata, come il cane che porta il padrone alla preda uccisa scodinzolando lungo la strada. Ignorato, non udito e non veduto, Marcello torna dal corpo che sta bruciando e spegne le fiamme, con sforzo immane issa il morto sulle spalle per portarlo al campo, ma quando giunge, non c’è più nessuno.

La significatività del gesto è quella del cane di fronte al padrone, del bambino presso ai genitori, finanche dell’uomo, povero pastore errante, di fronte agli dei ben prima che Prometeo rubasse loro il fuoco. Portata la carcassa in sacrificio, quella del vitello grasso che seminava il terrore, Marcello cerca un riscatto che non avrà mai, la riemersione dall’oblio al mondo della vita, dove non si è, se non si è stati prima veduti.

Dogman

Leggi anche: Dogman – Nella Violenza, ci Dimentichiamo chi Siamo

Ambra Librizzi
• Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere presso Unipi • Classicista per (de)formazione • Lettrice vorace per natura •

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