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Il finale di The Prestige – La parabola delle illusioni, metafora del cinema

L’uroboro è un simbolo antico: rappresenta un serpente che morde o inghiotte la propria coda, realizzando la figura di un cerchio, apparentemente fermo, ma eternamente in movimento. Tenete a mente questa immagine e, come direbbe Alfred Borden, osservate attentamente. The Prestige inizia e termina con la voce fuori campo dell’ingénieur Cutter (Michael Caine), che pronuncia le seguenti parole, rivolgendosi agli spettatori:

cUTTER: «Ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata “la promessa”. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario: un mazzo di carte, un uccellino o un uomo. Vi mostra questo oggetto. Magari vi chiede di ispezionarlo, di controllare se sia davvero reale, se sia inalterato, normale. Ma ovviamente… è probabile che non lo sia. Il secondo atto è chiamato “la svolta”. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati. Per questo ogni numero di magia ha un terzo atto, la parte più ardua, la parte che chiamiamo “il prestigio”».

Ecco, fin dal principio, il regista Christopher Nolan mette in chiaro il fatto che il pubblico voglia essere ingannato, per rimanere a bocca aperta alla fine del film, come alla terza parte di un trucco di magia: il prestigio.

Il finale di The Prestige non è altro che la metafora del cinema e dell’idea di cinema di Nolan. «Per me The Prestige rappresenta tutto ciò che è fare cinema, il cinema che faccio io», sostiene infatti il regista.

Sull’onda nolaniana dei thriller psicologici, quali Memento (2000) e Inception (2010), The Prestige abbraccia sia la fantascienza che la condizione drammatica del doppio. Ambientato nella Londra vittoriana, protagonisti sono due illusionisti: Alfred Borden e Robert Angier, interpretati rispettivamente a livello magistrale da Christian Bale e Hugh Jackman. Amici e colleghi, lavorano insieme sul palcoscenico, fino a quando Borden compie uno sbaglio fatale, causando la morte della moglie di Angier, la quale affoga in una vasca d’acqua.

Da quel momento, si accende in Angier una sete di vendetta incolmabile, che trascina i due illusionisti in un vortice violento di rivalità, superando i trucchi di magia e sfociando in un finale ambiguo e inquietante.

Il finale di The Prestige è il simbolo della tragica parabola della vendetta e delle illusioni, oltre che l'idea del cinema di Nolan.
Christian Bale e Hugh Jackman in una scena di The Prestige

Allora, mettetevi comodi e preparatevi a spoiler, nel caso in cui non aveste ancora visto questo capolavoro dell’universo nolaniano. L’intera vicenda ruota intorno al Teletrasporto. Borden riesce splendidamente col trucco del Trasporto Umano, e Angier è fermamente convinto che si tratti della stessa persona e non di un sosia, poiché anche all’uomo che esce dalla botola mancano due dita, come a Borden. Angier riesce a ottenere da Tesla (interpretato da David Bowie) la macchina per il Teletrasporto, che non è solo in grado di muovere oggetti, ma li duplica. Angier, Il Grande Danton, inizia il suo nuovo show, nel quale egli entra nell’invenzione tecnica e dopo un secondo appare dall’altra parte del teatro.

Il trucco è svelato attraverso gli occhi di Borden, detto ormai Il Professore: ogni sera, è una vera e propria condanna a morte di un Doppelgänger del Grande Danton (una sorta di omicidio-suicidio). Il doppio, o meglio, il clone creato all’istante dalla macchina di Tesla, sparisce sotto il palco tramite una botola e si ritrova rinchiuso in una vasca d’acqua, identica a quella in cui ha perso la vita la moglie di Angier. D’altronde, Cutter al funerale della donna, aveva tranquillizzato Angier, raccontando una breve storia, che si concludeva con il fatto che morire annegati è «come tornare a casa».

Il Grande Danton una sera riconosce Il Professore tra il pubblico, lo chiama sul palcoscenico e gli tende una trappola: l’illusionista non riappare dall’altra parte del teatro, ma fa in modo che Borden venga accusato del suo omicidio, quello che in realtà è l’omicidio di un suo clone.

E proprio qui, mentre nessuno stava veramente guardando, emerge il primo colpo di scena: quando ormai Borden sta per essere impiccato, Mr Fallon, suo assistente, si presenta al cospetto di Angier, rivelando la sua vera identità: è il gemello di Borden, con il quale ha condiviso per anni la stessa unica identità. Alla fine, Mr Fallon/Borden uccide il nemico e si ricongiunge con la figlia.

Come nella celebre fiaba Hansel sparge le molliche di pane per il bosco, così Nolan ha cosparso il percorso filmico di indizi, che lo spettatore ha deciso di non cogliere, come davanti a un trucco di magia. Le dita di Borden che riprendono a sanguinare dopo diversi giorni dall’incidente con la pistola, il fatto che la moglie Sarah non si senta amata alcuni giorni, il viso di Mr Fallon perennemente coperto da baffi, cappello e occhiali: tutte tracce del prestigio finale, rivelato da Borden. Nolan rivela così la sua inconfessabile verità persino nella prima inquadratura del film quando, mostrando una distesa di cappelli che scopriremo essere “clonati”, ci sussurra con la voce de Il Professore: «osserva attentamente».

Alla fine, se Angier è destinato alla morte, uno dei due gemelli Borden può almeno redimersi iniziando una nuova vita attraverso l’amore per la figlioletta. Il Borden che sopravvive è infatti quello che amava Sarah, morta suicida a causa della depressione dovuta alla “scissione” del marito.

Angier: «Un fratello? Un gemello?! Tu sei Fallon… lo sei sempre stato…».
Borden: «No. Eravamo entrambi Fallon ed eravamo entrambi Borden».
Angier: «Tu eri quello che entrava nella porta o quello che ne veniva fuori?».
Borden: «Facevamo a turno. Il trucco era invertire le parti».
Angier:«Cutter lo sapeva, Cutter lo sapeva… ma io gli dicevo che era troppo semplice, troppo facile…».
Borden: «No. Semplice forse. Ma non facile. Non c’è niente di facile in due uomini che si dividono una vita».
Angier: «Allora, allora Olivia… e tua moglie…».
Borden: «Ognuno amava una di loro. Io amavo Sarah… lui amava Olivia… Ognuno di noi aveva metà di una vita, che per noi era sufficiente. Per noi… ma non per loro. Vedi, il sacrificio, Robert, è il prezzo di un buon numero».

Lo studioso Massimo Fusillo afferma nel libro L’Altro e lo stesso. Teoria e storia del doppio (1998) che la crisi della letteratura razionale (del reale e dello spaziotempo) produce l’incrocio con temi paralleli, quali la follia, il sogno, l’allucinazione. La scomposizione dell’identità sfocia quasi inevitabilmente nell’omicidio-suicidio.

Il duello tra i due protagonisti/antagonisti instaura un effetto domino di dolore e morte e, alla fine, nessuno dei due ne esce vivo e vincitore. L’amore per Nolan per lo sdoppiamento raggiunge una delle sue vette più alte.

L’ambiguità consuma le anime dei due illusionisti, nemesi uno dell’altro, i quali hanno rinunciato al perdono, alla redenzione e a relazioni amorose e familiari cristalline: essi sono talmente ambiziosi e concentrati sull’ingannare il pubblico da non rendersi conto di quanto loro stessi siano state vittime di una bugia continua. Inquietante, infine, la distesa di vasche d’acqua con dentro una serie di Angier sotto il palco. La sete di successo e di vendetta supera l’amore per la propria vita: tant’è vero che Cutter rivela presto all’uomo che morire affogati è in realtà un’agonia atroce, per nulla «come tornare a casa».

Il finale di The Prestige è il simbolo della tragica parabola della vendetta e delle illusioni, oltre che l'idea del cinema di Nolan.
The Prestige

Essenziale per comprendere il finale è il trucco della gabbia con gli uccellini, un fil rouge che attraversa l’opera: un uccello scompare, l’altro ricompare. Un bambino riconosce e svela il trucco semplice e terribile: uno dei due muore. Ecco la metafora del finale tragico che piomba sui due illusionisti rivali, per ottenere il cosiddetto prestigio.

Cutter e il trucco della gabbia

In The Prestige si afferma “il principio della necessità“, secondo cui se uno dei due personaggi principali crolla, di conseguenza crolla anche l’altro. Borden uccide Angier (che a ogni spettacolo uccideva “se stesso”) e in tale modo elimina una parte di sé: il fratello gemello, infatti, viene impiccato. Nolan sostiene che «una parte di me voleva questo finale, ma un’altra parte cercava un barlume di luce, una piccola via di fuga».

Il finale può essere visto inoltre come la metafora del cinema, che a causa del suo carattere fantasmatico si predispone perfettamente al tema del doppio e all’illusione rispetto allo spettatore, che vuole essere ingannato, rapito dalla magia degli stratagemmi della narrazione e dagli effetti speciali, in tacito accordo con la Settima Arte.

Nolan: un demiurgo cineasta, un illusionista spettacolare.

Leggi anche: The Prestige – Il Manifesto della Poetica Nolaniana

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