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La Fantascienza tra Favola e Realtà – Star Wars e Blade Runner 2049

La fantascienza è un genere di narrativa che trova la sua prima espressione nel romanzo letterario e, prendendo le mosse da possibili scenari della deriva scientifica, ipotizza dei teatri ipotetici in cui il soggetto contemporaneo si trova immerso, sulle sponde di un nuovo mondo teoricamente lontano, ma essenzialmente vicino.

La fantascienza, infatti, si erge come un’autentica “scienza dell’apparire”, come ciò che venendo a presenza, nel suo mostrarsi, attua un nascondimento. Attraverso questo genere, lo spettatore viene catapultato in viaggi interstellari, incontri ravvicinati del terzo tipo e androidi che cercano vendetta; eppure, le tematiche sottese alla superficie mostrata sono profondamente umane ed esistenziali.

Distanziandosi sempre di più dal nostro Io presente e da tutto ciò che esso implica, spesso inconsapevolmente compiamo un passo verso un’altra direzione, verso noi stessi. Tuttavia, non ce ne rendiamo conto poiché, come disse qualcuno rispetto a un trucco di magia, noi non stiamo veramente guardando, noi vogliamo essere ingannati.

In questo modo si rivela la profondità insita nella superficie composta da navicelle spaziali e spade laser, mostrando che con la fantascienza, allontanandoci spazialmente, ci avviciniamo emotivamente. Assumendo le sembianze di uno specchio, questo genere narrativo permette di contemplare sé stessi da diversi punti di vista, scoprendo Sé attraverso l’Altro. L’alterità permette al soggetto di scoprire una dimensione ignota, un’ombra sull’identità da se stesso partorita, caos in un effimero ordine. Accade, quindi, che al disvelarsi della differenza si manifesti l’autentica identità. 

La fantascienza è un genere narrativo che tematizzando l'Altro svela il Sè. Star Wars e Blade Runner 2049 ne rappresentano l'essenza.
Star Wars

Non essendo vincolato dalla mondanità di un universo umano, troppo umano, questi racconti trascendono le leggi del mondo come lo conosciamo, così da poter esprimere nella massima libertà una nuova realtà. Il “c’era una volta” delle storie fantascientifiche assume forme in luoghi e tempi lontani, in cui parlando di ciò che è diverso, di alieni e androidi, alla fine, parliamo esclusivamente di noi stessi. In questo senso Fantascienza è “scienza dell’apparire”, poiché mostrandosi si ritrae, generando una narrazione consapevole di se stessa che, comprendendo l’Altro, si addentra nei meandri del Sé.

La fantascienza scoprirà la propria autentica manifestazione nella dimensione cinematografica poiché, attraverso musica, immagine ed effetti speciali capaci di danzare in un incessante divenire, crea un eterno mondo nel quale lo spettatore si perde per ritrovarsi.

Nel cinema, la prima meraviglia fantascientifica trova il proprio tempo nel 1902 grazie alla mente di Georges Méliès ne Il viaggio sulla Luna, ispirato dai racconti di Verne e Wells. Nella storia della settima arte, questo genere ha trovato tantissimi mondi da conquistare, assumendo diverse forme: favolistiche, filosofiche e intellettuali, politiche e sociali, mantenendo però sempre assoluto il proprio fondamento: narrare di Altro per rivelare il Sé.

Il viaggio sulla Luna – Méliès

Nell’immensità dei film fantascientifici prenderemo in esame due opere assolutamente antitetiche, di periodi storici profondamente differenti, e il cui polemos si manifesta nel fine realizzativo e nell’arco narrativo intrapreso dal protagonista della prima trilogia di Star Wars (1977-1983) e di Blade Runner 2049 (2017).

Nell’eterna dialettica che caratterizza la storia occidentale, la contrapposizione tra favola e realtà si esprime anche in questo genere cinematografico. Star Wars rappresenta una fantascienza dalle sfumature favolistiche che, seguendo i dettati de L’eroe dai mille volti (1949) di Campbell, nella prima trilogia narra l’evoluzione dell’eletto, di Luke Skywalker.

Blade Runner 2049, invece, è un dipinto che si tinge di pennellate noir ed esistenziali che, richiamandosi al precedente Blade Runner (1982) di Ridley Scott e a Ma gli androidi sognano pecore elettriche (1968) del grande Philip K. Dick, racconta la storia di K, un replicante che scoprirà di essere un nessuno qualunque.

Luke Skywalker – Il Viaggio dell’Eroe

«L’eroe abbandona il mondo normale per avventurarsi in un regno meraviglioso e soprannaturale; qui incontra forze favolose e riporta una decisiva vittoria; l’eroe fa ritorno dalla sua misteriosa avventura dotato del potere di diffondere la felicità fra gli uomini».

(Joseph Campbell- “L’eroe dai mille volti”)

La fantascienza è un genere narrativo che tematizzando l'Altro svela il Sè. Star Wars e Blade Runner 2049 ne rappresentano l'essenza.
Luke Skywalker

George Lucas dichiarò di essersi ispirato all’arco narrativo teorizzato da Campbell ne L’eroe dai mille volti, successivamente riprodotto da Vogler ne Il viaggio dell’eroe. Tuttavia, più che una teoria, quella di Campbell fu una scoperta. Lo storico delle religioni individuò una struttura narrativa che caratterizza la mitologia dell’intera umanità, rivelando un orizzonte culturale comune che, in forme diverse, ma nella medesima sostanza, accomuna l’umanità intera.

Trascendendo ogni tempo e ogni luogo e richiamandosi all’inconscio collettivo di junghiana memoria, Campbell istituisce degli archetipi, ossia forme universali presenti in ogni essere umano che trovano la loro rappresentazione nei miti, nelle leggende, nelle religioni e in qualsiasi forma di narrazione. Gli archetipi, espressi nella mitologia greca prima, e nella cinematografia occidentale poi, in narratologia rappresentano dei meta-concetti espressi dai personaggi del racconto. Secondo Campbell, la struttura del viaggio dell’eroe è applicabile alla vita di ognuno, rivelando come uno dei mille volti dell’eroe sia il nostro in diverse fasi della nostra esistenza.

«Tutta la mitologia sarebbe una specie di proiezione dell’inconscio collettivo».

(Carl Gustav Jung)

In questo senso, Star Wars si erge come una delle più significative forme di mitopoiesi contemporanee, narrando la storia di un eroe e del suo viaggio «tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana».

Luke viene presentato come un giovane ragazzo, un nessuno qualunque che lavora insieme agli zii nei campi nel pianeta desertico Tatooine. Ma, come ci suggerisce Campbell, il suo mondo ordinario verrà presto stravolto da una “chiamata” che, se nella mitologia di Tolkien avviene tramite la parola di Gandalf rispetto all’avventura di Frodo, in Star Wars è rappresentata dal messaggio della principessa Leila trasmesso da R2-D2 e C-3PO.

Seguendo l’arco narrativo delineato da Campbell, il viaggio di Luke avrà inizio e, in un teatro all’insegna di guardiani della soglia, mentori, alleati e nemici, supererà difficili prove e avversità che gli permetteranno di divenire ciò che è: uno skywalker.

Luke non si rivelerà essere un semplice contadino, ma l’eletto, il prescelto di questa storia, colui che insieme alla Resistenza riuscirà a sconfiggere l’Impero e il malvagio Darth Vader. L’eroe quindi non è un nessuno qualunque, ma la Forza ha scelto lui, e durante la “prova centrale” dimostrerà di essere il figlio di quell’Anakin Skywalker che passò al Lato Oscuro, come Frodo fu il nipote di colui che portò per ultimo l’anello, come Ulisse il cui destino venne segnato dalla profezia di un oracolo.

Luke Skywalker

Nella fantascienza di Star Wars, Luke Skywalker si erge come la più chiara rappresentazione dell’archetipo dell’eroe classico: un personaggio che, fortemente ancorato a principi idealistici, non si lascerà mai corrompere dalle forze del male e, seppur all’insegna di sconfitte e fallimenti, attraverso l’aiuto degli alleati e dei propri mentori Obi Wan e Yodaalla fine riuscirà a compiere il proprio destino, a diventare ciò che è.

In questo modo, l’evoluzione di questo personaggio assume sfumature fiabesche, ma non per questo illusorie, il cui arco narrativo si rivela teleologicamente orientato a un orizzonte conclusivo, a un finale determinato, specifico e irrimediabilmente lieto. Luke redime colui che fu simultaneamente arcinemico e padre, sconfigge il tanto temuto Impero e permette alle forze del Bene di avere la meglio sul Male.

Luke: «No, mai… Non passerò mai al Lato Oscuro. Avete fallito, altezza. Sono uno Jedi, come mio padre prima di me!».

Lungo il viaggio che si svolge nella prima trilogia, Luke, attraverso sfide e prove di coraggio, compie una trasformazione narrativa che, da ragazzo impulsivo, testardo e ribelle, gli permette di diventare uno Jedi, l’eroe in grado di salvare l’intero universo.

K/Joe – Il Viaggio del (non) Eroe

La fantascienza è un genere narrativo che tematizzando l'Altro svela il Sè. Star Wars e Blade Runner 2049 ne rappresentano l'essenza.
Blade Runner 2049

Se Luke alla fine non è un semplice contadino, K invece è un semplice replicante. In Blade Runner 2049 i flessibili dettami propri della struttura narrativa universale individuata da Campbell si ripresentano, ma in forma essenzialmente diversa. Come per il protagonista di Star Wars, il mondo ordinario e tremendamente monotono dell’agente K si trasformerà attraverso una scoperta: la possibile esistenza di un replicante nato e non creato, dai ricordi autentici e non riprodotti, il cui destino trascende il volere dei padroni esseri umani. Come fu per Maria, il miracolo accadde, e l’androide Rachael partorì una nuova forma di replicante.

Il viaggio dell’agente K si compie alla ricerca di questo rivoluzionario mistero e, accompagnato da ricordi dei quali non riconosce la provenienza, si reca dalla dottoressa Ana Stelline che, lavorando presso la Wallace Industries nell’innesto delle memorie dei replicanti, gli confessa come sia illegale conferire ricordi umani alle macchine e, piangendo, gli dice come il suo sia un ricordo assolutamente reale.
In questo modo, e influenzato dalle parole di Joi – il suo amore virtuale -, l’agente K si convince di essere lui il figlio della Nexus morta, il prescelto, l’eroe di questa storia.

Joi: «Te l’ho sempre detto, sei speciale. Nato, non creato. Nascosto con cura. Un uomo vero, ora. A un uomo vero serve un vero nome: Joe».

K, convinto di essere il figlio scomparso, il Gesù Cristo del XXI secolo, attua un percorso di soggettivazione. Il solo pensiero di essere l’eletto, di essere l’eroe che forse non merita, ma che ha bisogno di essere, è come se lo rendesse tale, tanto da fallire un test sulla sua natura di replicante. In questo viaggio di costituzione dell’identità, l’agente K si spoglierà dei suoi tratti determinati e predefiniti per accogliere un’indefinita libertà, prendendo consapevolezza di sé stesso e trasformandosi in Joe.

Il protagonista andrà così alla ricerca di una vita perduta, la sua esistenza si incarnerà di uno scopo e quel nessuno qualunque si rivelerà essere il primo replicante a essere nato, libero e vivo.

Tuttavia, la storia non finisce qui. Ed è in questo momento che le profonde differenze che caratterizzano l’arco narrativo dei personaggi di Star Wars e Blade Runner 2049 emergono chiaramente.

Agente K

Joe, infatti, viene soccorso da un gruppo di rivolta che gli rivela come il vero erede di Racheal e Deckard non sia lui, ma la dottoressa Stelline, l’unica che aveva accesso alle memorie dei replicanti. In questo modo, Joe prende coscienza di essere uno tra i tanti, uno tra gli infiniti granelli di sabbia e non colui che fa girare la clessidra, il protagonista di nessuna grande storia, se non la propria. Eppure, l’agente K si è tramutato in Joe. Eppure, semplicemente credendo di essere il replicante speciale, ha attuato un percorso di soggettivazione che gli ha permesso di acquisire una vera e propria identità.

Joe non è L’Eroe, ma è un (non) Eroe, un nessuno qualunque che è riuscito a diventare qualcuno.

Ha combattuto per ciò che credeva, anche quando ha scoperto l’illusorietà della propria narrazione, attraverso il suo viaggio Joe è diventato umano, ma non troppo umano come direbbe Nietzsche. Pronto a morire per un ideale, pronto a morire per sé stesso.

Seppur realizzandosi, l’arco narrativo di Joe prende una strada diversa rispetto a quella teorizzata da Campbell e Vogler. Questo (non) Eroe non tornerà a casa, ma, ferito gravemente per salvare Deckard e consentirgli di incontrare sua figlia, sdraiato su una scalinata con la neve che gli cade sul volto, sacrifica sé stesso e l’identità appena acquisita per uno scopo più elevato, per un fine che nessuna macchina riuscirebbe a comprendere, per un telos che è più umano degli umani.

K/Joe: «I miei ricordi migliori sono i suoi».
Deckard: «Perché? Chi sono per te?».
K/Joe: «Va a conoscere tua figlia».
Deckard: «Tu stai bene?».
[K/Joe annuisce e fa cenno con la testa di proseguire. Una volta solo, K/Joe muore sdraiato sulla scalinata]

Joe

Sulla differenza di questi archi narrativi, la fantascienza fiabesca di Star Wars si distingue dalla fantascienza strettamente esistenziale di Blade Runner 2049, dove la realizzazione del protagonista avviene in entrambi i casi, ma, nell’eterna dialettica di favola e realtà, accade in forma essenzialmente diversa.

Nella storia del genere cinematografico, l’avvento di Blade Runner di Ridley Scott segna una rottura con la tradizione fantascientifica precedente poiché, aggiungendo delle pennellate noir e proprie del thriller, affronta tematiche esistenziali e umanistiche. Essendo per certi versi profetico e avanti coi tempi – non venne infatti compreso dal pubblico e dalla critica che lo ritenne un flop -, Blade Runner apre la strada a una fantascienza umanista che trova il proprio compimento nella contemporaneità, il cui massimo esponente diviene Denis Villeneuve con le sue due ultime opere Arrival e Blade Runner 2049.

Se nel mondo di George Lucas il bianco e il nero hanno dei contorni ben definiti, in cui il Bene ha necessariamente la meglio sul Male; l’universo di Dick, Scott e ora Villeneuve, fa proprie quelle infinite sfaccettature di grigio che la fiaba ha dimenticato, rivelandosi così appartenente a una realtà al di là del bene e del male.

Leggi anche: Arrival – Quando la Fantascienza abbraccia la Filosofia

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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