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Il Noir – Di ombre, di delitti, di uomini che non c’erano

Il noir, chiamato così per le sue atmosfere cupe, per le azioni criminali dei suoi personaggi e per la presenza di almeno un omicidio nella vicenda, è un sottogenere che si evolve dal cinema thriller e giallo che però, anziché concentrarsi sulle indagini della polizia o in generale sui personaggi che chiameremmo “buoni”, dedica la maggior parte della sua attenzione a un protagonista tormentato, disturbato e spesso moralmente deviato, e ai personaggi che lo circondano, anch’essi dai valori discutibili, tra i quali figura quasi sempre una femme fatale.

Legato a doppia mandata al bianco e nero, anche dopo l’introduzione del colore una parte del cinema noir ha continuato a essere girata su scala di grigi, una scelta che vuole rappresentare l’animo ambiguo e colmo di inquietudine dei protagonisti; nel momento in cui alcuni registi hanno deciso di girare dei film del genere a colori, lo hanno fatto optando comunque per una fotografia molto contrastata, con accostamenti di colori antitetici, sempre per simboleggiare la doppia natura dell’antieroe noir, e più in generale, quella umana.

Pur presentando degli stilemi abbastanza precisi, soprattutto se si parla di quello della prima ora, il noir non è solamente un genere cinematografico, ma è anche un modo di pensare la narrazione e i propri personaggi, tanto che moltissimi film di generi diversi ne presentano delle tinte più o meno evidenti.

Michael O’Hara: «Un giorno, lungo le coste del Brasile, vidi l’oceano così pieno di sangue da sembrare quasi nero, mentre il sole tramontava in un cielo di fuoco. Ci ancorammo a Fortaleza, e alcuni di noi presero le lenze per pescare. Fui il primo ad afferrare qualcosa: era un pescecane, e poi ne venne un altro, e poi un altro ancora. In un momento, tutto il mare era pieno di pescicani, e ne venivano sempre altri, l’acqua ne era coperta. Quando il mio pescecane poté liberarsi dall’amo, aveva una larga ferita dalla quale perdeva sangue in abbondanza, e forse l’odore del sangue eccitò gli altri. Cominciarono a divorarsi fra di loro e persino a mordere se stessi. Si sentiva nell’aria la follia del sangue che saliva fino a noi: un cupo alito di morte gravava tutt’intorno. Non ho visto mai cosa più orrenda, prima del picnic di questa sera. E badate bene, neanche uno dei pescicani di quel groviglio in furia sopravvisse. Tenetene conto».

Tratto da La signora di Shanghai (1947) di Orson Welles.

Il noir classico

Il cinema noir è stato un’intuizione soprattutto statunitense, si è affermato all’inizio degli anni Quaranta come evoluzione e incontro tra il gangster movie degli anni Trenta e il cinema giallo, ma, come spesso accade, l’ispirazione più significativa è arrivata dalla letteratura, specificamente dal romanzo hard boiled, cioè un racconto che come fulcro vede un’indagine condotta da un uomo solitario, tormentato e spesso violento. Proprio questa tipologia di protagonista, insieme alla narrazione esplicita della violenza e del sesso, hanno segnato la più grande innovazione dell’hard boiled. 

Da Quinlan a Drive, passando per La Conversazione, il noir ha regalato ottant'anni di chiaroscuri, misteriosi omicidi e personaggi ambigui.
L’Altro Uomo (Strangers on a Train, Alfred Hitchcock, 1951)

La prima pellicola a presentare tutti i caratteri del genere noir è solitamente reputata Lo Sconosciuto del Terzo Piano di Boris Ingster del 1940. Quegli anni hanno rappresentato il fulcro del cinema narrativo classico, per cui il noir non ha potuto che adottare i procedimenti stilistici del découpage classico. Ma gli States non sono gli unici ad aver esercitato un’influenza su questo tipo di cinema: uno dei capolavori dell’espressionismo tedesco, M – Il Mostro di Düsseldorf di Fritz Lang (1931), è considerato un precursore del noir.

Quello che i registi hanno ricercato da lì in poi è stata una descrizione meticolosa dei loro protagonisti, che da una parte ci mostrano le più grandi debolezze e turbe che si celano sotto la loro dura apparenza, dall’altra, però, restano sempre avvolti da un’aura di mistero, proprio come i delitti in cui si imbattono. La loro confessione e apertura è resa da un mezzo che ha fatto diventare immortale il genere: la voce fuori campo.

Il noir classico presenta per la stragrande maggioranza un protagonista che parla con noi dove gli altri non possono sentirlo, in modo da farci capire l’azione e soprattutto i suoi pensieri, mettendoci così al corrente dei suoi turbamenti e facendo, di fatto, coincidere il suo dialogo interiore, il suo cervello, col luogo del fuori campo. L’antieroe noir, peraltro, è spesso un tipo schivo e taciturno, dunque potremmo sentirlo parlare più con noi che con i personaggi del film. Questa caratteristica ha reso famosi i monologhi di questi film, sia quelli recitati, perché rari e incisivi, sia quelli interiori, perché figli di confessioni sofferte e inenarrabili.

Da Quinlan a Drive, passando per La Conversazione, il noir ha regalato ottant'anni di chiaroscuri, misteriosi omicidi e personaggi ambigui.
L’Infernale Quinlan (Touch of Evil, Orson Welles, 1958)

Ci sono decine di registi che possono essere presi come maestri del noir classico, tra i più famosi figurano Alfred Hitchcock e Orson Welles. Quest’ultimo, soprattutto, con due film come La Signora di Shanghai (1947) e Touch of Evil (L’Infernale Quinlan), ha raggiunto risultati d’eccellenza.

Touch of Evil, in particolare, presenta una serie di caratteristiche salienti del genere. Innanzitutto è incluso un elemento ricorrente nel noir, ovvero ciò che nella narratologia cinematografica è detto MacGuffin: un evento che funge da motore per attivare la trama, ma che non risulterà fondamentale per il suo svolgimento. In questo caso è l’omicidio a cui assiste Vargas, il protagonista, e che fa sì che sopraggiunga Quinlan, un capitano della polizia sulle cui ambiguità si concentrerà il film. Proprio Quinlan, più di tutti gli altri, ha un animo che vive di chiaroscuri, ed è il perfetto antieroe noir.

Nel film, inoltre, sono presenti colpi di scena, personaggi dalla doppia anima e alcuni fotogrammi che concorrono a creare la trama e l’atmosfera classiche del loro genere. L’anno di uscita del film, il 1958, ci fa riconnettere all’altro grande Maestro che abbiamo citato sopra, ovvero Hitchcock, che quell’anno fece uscire l’indimenticabile Vertigo, che insieme a Nodo alla Gola (1948) è un esempio di noir a colori, quelli che spianeranno la strada al neo-noir.

Noah Cross: «I politici, i monumenti e le puttane diventano tutti rispettabili se durano abbastanza».

Tratto da Chinatown (1974) di Roman Polanski.

Il neo-noir e il neon-noir

Vertigo è l’esempio di come il noir possa variare, reinventarsi e andare oltre i propri schemi. Il capolavoro di Hitchcock sfrutta un omicidio e le deviazioni psicologiche del suo protagonista per imbastire un film che tratta il tema del doppio nella sua totalità, facendoci comprendere che forse ogni personaggio presente nella storia ha un’anima persa nelle sue contraddizioni. Negli anni Sessanta il genere si rinnova, affermandosi in tutta la sua efficacia durante i due decenni successivi. Il noir diviene neo-noir.

Accanto alle caratteristiche fondanti del genere, invariate o quasi, gli autori hanno iniziato a inserire delle tematiche attinenti all’attualità, alla politica, alla società e al fallimento del capitalismo, oppure a sfruttare dei mezzi tecnologici nuovi o di fantasia per arricchire le trame. Ciò che viene fuori è una delle tipologie di film più affascinanti e variopinte dell’intera storia del cinema.

Da Quinlan a Drive, passando per La Conversazione, il noir ha regalato ottant'anni di chiaroscuri, misteriosi omicidi e personaggi ambigui.
La Conversazione (The Conversation, Francis Ford Coppola, 1974)

Ancora una volta un solo anno fungerà da snodo per il nostro discorso: il 1974. In quell’anno uscì nelle sale Chinatown di Roman Polański che, a una vicenda crime, aggiunge brillantemente la tematica della corruzione politica riguardante le grandi opere idriche costruite all’inizio del secolo scorso. Così come vide la luce La Conversazione, vero e proprio emblema del cinema neo-noir.

L’opera di Francis Ford Coppola parla di Harry Caul, uno specialista delle intercettazioni telefoniche al quale viene affidato l’arduo compito di registrare una conversazione, o meglio “la” conversazione, che potrebbe condannare a morte una coppia. L’elemento tecnologico, ossia i potenti strumenti utili all’intercettazione delle voci, assume una rilevanza centrale. Al contempo possiamo vedere alcune caratteristiche che ancorano il film al genere di provenienza, come le difficoltà psicologiche di Harry Caul, l’ambiguità della figura femminile, il mistero attorno alla coppia intercettata e a un loro possibile assassinio, nonché l’estetica del filmico che gioca continuamente con luci e ombre.

Il neo-noir ha portato a sua volta alla creazione di un altro genere da lui derivato, che, grazie a un gioco di parole, è stato ribattezzato neon-noir. Queste pellicole trattano sempre tematiche spiccatamente sociali, facendo intravedere l’origine dei dubbi e dei disturbi dei loro protagonisti, e quell’origine risiede nel contesto che li ingloba. In quest’ottica, l’antieroe noir assume connotazioni ancor più umane, si mostra sempre tormentato e violento, certo, ma anche estremamente vulnerabile, perché chi impazzisce per il contesto sociale è un anello debole e trascurato della catena.

Questo genere, quindi, non può che svilupparsi nel fulcro della vita urbana, nelle caotiche e sovrappopolate città capitaliste, dove il protagonista si muove disorientato, illuminato dai neon, simbolo della modernità da cui nasce il nome del filone cinematografico, che irrompono impetuosi tutt’attorno a lui. Se pensiamo al neon-noir per eccellenza, con un protagonista folle, solo, emarginato e vittima del proprio tempo, allora penseremo subito a Taxi Driver (1976).

Taxi Driver, Martin Scorsese, 1976

Invero Scorsese ha partecipato e non poco al conferimento di tinte noir ai gangster movie e ai thriller psicologici, così come in questi ultimi ha dato il suo contributo David Lynch (ad esempio nel 1986 con Blue Velvet e nel col più moderno Mulholland Drive, 2001). Ma il noir, come abbiamo detto, non è solo un genere, è un modo di pensare il cinema. Ecco perché, dal neo-noir in poi, sempre più film hanno presentato le famose tinte noir al loro interno. Un esempio su tutti è Blade Runner (1982). Il capolavoro di Ridley Scott è certamente un film di fantascienza, ma con una trama fortemente noir. L’ambivalenza del protagonista non è più data solamente dalle categorie buono/cattivo o sano/pazzo, in Blade Runner ciò che più tiene sulle spine l’audience è l’ambiguità umano/replicante. Il film ha aperto la strada ai cosiddetti sci-fi noir che da lì si sarebbero succeduti.

Freddy Riedenschneider: «Devi osservare il fenomeno. Ma il semplice guardare, il guardare, cambia il fatto. E tu non puoi sapere cosa sia successo nella realtà o cosa sarebbe successo se tu non ci avessi ficcato il tuo grosso naso. Per cui non ha senso chiederci cosa è successo, il semplice guardare cambia il fatto. Si chiama principio di indeterminazione, sembra un’idea bislacca, ma anche Einstein l’ha presa in considerazione. La scienza. La percezione. La realtà. Il dubbio. Il ragionevole dubbio. Sto dicendo che alcune volte più guardi e meno conosci. È un fatto. È provato».

Tratto da L’uomo che non c’era (2001) di Joel e Ethan Coen.

Il noir ai giorni nostri

Dagli anni Novanta in poi, il noir si è più spesso “mimetizzato” che mostrato in tutti i suoi canoni. Lo possiamo rintracciare in registi come Sam Mendes e David Cronenberg, ma anche Park Chan-wook e Kim Jee-woon, fino ad arrivare ai cinecomic con Sin City (2005) e alle inconfondibili citazioni dell’enciclopedia tarantiniana. Ma la presenza del noir come genere a sé si è leggermente affievolita, anche se ci sono degli esempi eccezionali di grandi film noir negli ultimi vent’anni.

L’Uomo che non c’era (The Man who wasn’t there, Joel Coen, 2001)

Memento di Christopher Nolan (2000), se visto senza i consueti stravolgimenti temporali dell’autore britannico, è un noir puro. Così come Mystic River (2003), uno dei più grandi successi di Clint Eastwood, che inserisce tematiche legate alla famiglia e all’infanzia dei protagonisti. Ma forse il film del ventunesimo secolo che arriva di più a citare e ricalcare lo stile del noir classico è L’Uomo che non c’era (2001), diretto da Joel Coen, ma scritto da entrambi i fratelli Coen.

La vicenda narra di Ed Crane, un barbiere di mezza età che scopre che sua moglie e il suo datore di lavoro hanno una relazione extraconiugale, perciò ricatta l’imprenditore così da farsi dare diecimila dollari per aprire un lavasecco con un investitore che si rivelerà in seguito un impostore. Ancora una volta, ecco un MacGuffin. Perché del ricatto e del truffatore ci dimenticheremo, dato che Crane si troverà presto coinvolto in un omicidio che sfocerà in un complesso processo. Il film è girato in un bianco e nero elegante e poetico e ci permette di tuffarci indietro nel tempo, facendoci respirare quell’aria torbida e incerta del noir classico. Le musiche, la fotografia, persino le grandissime interpretazioni di Billy Bob Thornton e Frances McDormand sembrano citare quel cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. È grazie ai grandi autori, a coloro che riescono a riprodurre quell’eleganza e quell’ambiguità, che il noir continuerà a vivere.

Drive, Nicolas Winding Refn, 2011

E il neon-noir? Il neon-noir si è evoluto e ha raggiunto una dimensione nuova, specialmente negli ultimi dieci anni. Ciò è accaduto soprattutto grazie al meraviglioso Drive di Nicolas Winding Refn (2011). I film del genere si presentano talvolta concitati e talvolta più posati, con fotografie molto contrastate e vicende che si svolgono in pieno contesto urbano, il neon è ancor più brillante e le musiche sono diventate elettroniche e synthwave. Ma ciò che davvero è cambiato è il protagonista e la sua comunicazione con noi.

Il neon-noir contemporaneo sembra aver definitivamente eliminato la voce fuori campo, non permettendoci così di entrare in contatto col protagonista, così che la gran parte dei suoi problemi intimi restino a noi sconosciuti: nel caso di Drive resta addirittura ignoto il suo nome. Altri film, come Nightcrawler di Dan Gilroy (2014) , stanno tentando di percorrere questa strada ancora tutta da esplorare.
A dimostrazione che il noir non è solo affascinante e appassionante, ma è anche potenzialmente inesauribile.

Leggi anche: La Fantascienza tra Favola e Realtà – Star Wars e Blade Runner 2049

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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