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Ultras – Storia di uomini e del loro ideale

Sandro per tutti è sempre stato “o’ Mohicano”, sia per i capelli, portati alla moicana, sia perché la sua fisionomia si confonde con il simbolo degli Apache, il gruppo ultras che ha fondato insieme ai suoi amici. Lo stile, come la voglia, non cambia nonostante siano passati ormai diversi anni; Sandro, come anche McIntosh e Barabba, sono uomini adulti ormai. L’ultras è un uomo fatto, la diffida sulle spalle non fa altro se non metterlo ai margini dell’esperienza del gruppo; non può più accompagnare i ragazzi allo stadio. Come se gli Apache fossero un figlio diventato adolescente, che sceglie di non andare più a vedere il Napoli insieme a suo padre.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

La storia dello striscione è solo una scusa alla fine. È vero che Barabba e gli altri hanno ragione, le decisioni si prendono insieme; non è solo questione di rispetto, è questione di comunanza d’intenti. Chi non va allo stadio non lo fa per questioni personali, ma perché ha messo la sua libertà a repentaglio per il gruppo. E proprio come riconoscimento di questa scelta e di mille altre, di quei bivi a cui o’ Mohicano e tutti gli altri hanno scelto sempre il gruppo a discapito di tutto, bisogna chiedere anche a loro prima di decidere.

La scelta presa in curva e non alla riunione brucia, fa incazzare la vecchia guardia. Sandro però non riesce a condannarli del tutto; in fondo, capisce la voglia che brucia dentro Pechegno e Gabbiano. Sono giovani, sono incazzati, e hanno fame. Hanno fame di chilometri in trasferta, di sfidare il nemico guardandolo in faccia; sono lupi che hanno aspettato tanto prima di comandare il branco, e ora non sono disposti a fare sconti a nessuno. Agli ultras avversari, così come ai senatori degli Apache. O’ Mohicano si guarda allo specchio, e non riesce a vedere nulla se non stanchezza e una voglia incredibile, quella di godersi la vita, lasciata piegata nell’armadio per troppo tempo.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

Il passato, ormai, è passato e non si può vivere di ricordi. Ma una cosa è la storia, raccontata sui libri, così impersonale da risultare aliena, e ben altra cosa è l’epos, il mito. La memoria tramandata generazione dopo generazione, come racconto delle proprie radici ma anche come elemento ispiratore e trascendente. La costruzione di un’epica collettiva; come collettivi sono gli scontri e la crescita all’interno di un gruppo ultras, come collettive devono essere le scelte, le coreografie e la voce che dal megafono, di bocca in bocca, sparge per tutto lo stadio un urlo di ribellione.

Barabba vorrebbe imporre la storia alle nuove leve, vorrebbe ispirare il sacro terrore di un destino sovrastante, autorità fisica e ontologica. Mohicano invece vorrebbe ispirarli tutti, vorrebbe raccontare il mito degli Apache; di quegli irriducibili alfieri della dea Partenope, che in lungo e in largo hanno combattuto contro i nemici della loro terra. Vorrebbe che Pechegno e Gabbiano si sentissero parte di quella stessa storia, come capitoli nuovi dello stesso epos iniziato anni prima da pochi, impavidi e appassionati amici. E che lo stesso possano sentirlo Angelo e la sua gang, e tutti quelli che verranno ancora dopo.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

Pechegno e Gabbiano si sentono estranei. Estranei alla massa, ma anche ai loro amici del gruppo. Diversi anche rispetto alla vecchia guardia, a quell’ideale ultras che ormai sopravvive solo nei racconti dei vecchi; sono grati agli altri di tutta la strada fatta insieme, ma ora vorrebbero prendere le redini del gioco e calcare il proprio sentiero. Loro non si sentono parti dell’epopea raccontata dal Mohicano, sono degli afflati unici ed effimeri, yawp barbarici lanciati nella foresta della periferia. Guardano la curva in fibrillazione, piena di corpi e sentimenti ammassati, e sognano di essere quelle torce che bruciano in un attimo. Rosse, come il cuore del vulcano che li ha partoriti, vogliono solo consumarsi in una fiammata unica, per poi essere lanciati ancora incandescenti sui caschi e gli scudi della Celere.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

McIntosh e Barabba invece sono spaventati. Hanno paura della realtà che li aspetta al varco, quando smettono i panni di ultras e mettono quelli di padri, figli, mariti, lavoratori. La vita che scorre lontano dalle balaustre e dalla curva ha logiche nascoste e sconosciute; è crudele e cieca, non ha rispetto per l’impegno e il sacrificio, non gli riconosce nulla di tutto quello che finora hanno fatto. Agli occhi del mondo circostante sono solo teppisti violenti, ma chi può dirsi veramente estraneo alla violenza? Non è violenza osservare lo sfacelo di una terra, restando a guardare in silenzio? E non è violenza girarsi dall’altra parte, di fronte alle sofferenze di un invisibile? Loro almeno non si nascondono dietro il paravento borghese di una violenza velata; sono profeti di quel libero sentimento di odio, da esprimersi nel modo più istintivo e viscerale possibile: lo scontro.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

Sandro si sente prigioniero. Prigioniero di un ruolo e di un’immagine, di tutte le aspettative che gli altri ripongono in lui. C’è chi lo vuole ancora come capo, chi invece proietta su di lui le ansie della decadenza, e chi cerca in lui un esempio; i suoi tentativi di scrollarsi di dosso tutto sono tanto disperati quanto inutili. Gira e rigira, il suo posto è sempre lì, tra gli Apache. Sandro è prigioniero del Mohicano. Si è rinchiuso dentro il suo status di capo ultras, e solo con Terry, che non sa chi sia il Mohicano, riesce a essere veramente se stesso: Sandro. Tutto quello che vorrebbe dalla sua vita gli appare come un lusso.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

Una cena con una ragazza, la possibilità di andare via per un weekend, godersi il sonno di una domenica mattina pigra, senza l’ansia di doversi organizzare per lo stadio. Piccoli mattoni, per costruirsi una casa in cui vivere ancora qualche anno. Un’esistenza da ultras non è fatta per la vecchiaia. Un detto recita che è meglio morire da eroe, piuttosto che vivere abbastanza a lungo da diventare il cattivo, una profezia quasi. Meglio morire da Mohicano, piuttosto che arrivare a un punto in cui non puoi fare a meno di essere Sandro; un uomo di mezza età, che deve affrontare quel palazzo diroccato che ha costruito in tanti anni. Solo polvere tra le mani.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

Ultras è una storia a metà. Come a metà sono le vite dei protagonisti, divisi tra il sé e il proprio ideale. Fino a che punto si può accantonare il proprio destino, per mettersi al servizio del proprio ideale? Non c’è una risposta facile, se esiste una risposta. Ma sono numerose le esistenze sospese che sacrificano tutto in nome della ricerca spasmodica di un vivere diverso, più affine ad un sentire alieno. E la solitudine che questa ricerca porta è sconfinata, perché si affaccia su una realtà che ha già suonato il requiem all’idealismo. Ci si ritrova ad affrontare i silenzi delle stanze vuote, e le notti insonni istupidite dalla droga e dall’alcol, per non sentire il fruscio del vento tra le pareti.

Ultras è la storia di Sandro, capo ultras degli Apache, e della sua ricerca di una vita normale oltre lo stadio per crearsi un futuro.

Ultras, però, è una storia a metà anche perché ci sono tutte le vicende umane che contraddistinguono un gruppo da stadio, ma manca la controcultura. Mancano i riti, e i simboli sono puramente estetici, senza la loro profonda metafora tribale. Sono assenti le rivendicazioni e l’impatto sociale che, con un radicamento territoriale così forte, hanno per forza; le lotte dentro e fuori lo stadio, per la libertà del tifo come per una diversa emancipazione dal lavoro salariato. Soprattutto, manca il territorio, la periferia fisica e mentale di una città ridotta a scorcio di cartolina; fotografie stantie, che non tengono dentro le contraddizioni di una metropoli, condannata a mera rappresentazione di se stessa.

Mancano i libri e la dialettica di persone che hanno smesso di essere violenti solo per noia, che rifiutano lo status di teppisti; individui che hanno abbracciato il principio dello stadio quale zona franca, dove inventare una nuova socialità in barba all’individualismo imperante, in un momento storico contraddistinto dalla pervasività del potere e del controllo. Ultras è la storia di Sandro, Angelo, Barabba e Gabbiano. Di esseri umani invischiati nella lotta contro se stessi; ma non è la storia degli ultras.

Leggi anche: Honey Boy – A tu per tu con se stessi

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