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TUC: Doubtful – Sogno o realtà?

Doubtful“Ipocognizione” è un vocabolo che non troviamo certo tutti i giorni sui giornali – né tantomeno in televisione, soppiantato da stuoli di “piuttosto che” al posto di “oppure” e da altri lemmi discutibili; eppure la sua importanza nella nostra vita la definiremmo capitale. E’ quello che scoprì Robert Levy, che nel 1973 definì questo concetto per la prima volta.

Trama semplice e struttura sottile, Doubtful ci porta tra i sobborghi israeliani, in una realtà molto più vicina di quanto si possa pensare.
Robert A. Levy – Tahitians

Desideroso di individuare le possibili cause dell’elevato numero di suicidi presenti a Tahiti, pose la sua attenzione sul fatto che la lingua tahitiana non avesse un solo vocabolo per indicare un dolore non fisico. Non disponeva di alcun termine che consentisse di nominare, e dunque in qualche modo evocare, rendere tangibile, la frustrazione, la tristezza o l’angoscia.

È questo il punto di partenza di Doubtful, uno dei titoli più interessanti presentati quest’anno nel Torino Underground Cinefest. Lo si può intuirò subito da una delle prime battute del protagonista Assi, una frase che ha già il sapore di incipit:

«Le riflessioni sono parole che descrivono i pensieri e i sentimenti delle persone.»

Meno parole si posseggono, più difficile è definire gli oggetti (vicini o lontani, tangibili o meno) e più questa difficoltà cresce più si è impossibilitati a riflettere sul mondo che ci circonda.

La trama è così semplice da poter essere espressa in due righe. Assi è un regista e sceneggiatore che si ritrova a dover svolgere dei lavori socialmente utili in compagnia di ragazzi disagiati dei sobborghi di Tel Aviv. Il suo lavoro consisterà nell’impartire loro delle “nozioni” sul cinema.  Porterà avanti questo compito con fatica e un’iniziale repulsione che non staremo qui a sviscerare del tutto nelle sue motivazioni, ma che non si scosterà da una sorta di fibra morale presente in lui: dare a questi ragazzi disadattati, reietti per le ragioni più eterogenee, attraverso il gioco, attraverso lo strumento del cinema e della sua mimesi, degli strumenti che possano far loro comprendere che esiste un mondo diverso da quello che hanno conosciuto sino allora. Un mondo che esiste davvero e può essere raggiunto, andando anche molto lontano da quella Tel Aviv che non è un lussureggiante luogo esotico, ma una metropoli multietnica, oscura e decadente, come la Los Angeles di Blade Runner.

Trama semplice e struttura sottile, Doubtful ci porta tra i sobborghi israeliani, in una realtà molto più vicina di quanto si possa pensare.
Assi, il “protagonista” Doubtful

Assi, scongiuriamo qualunque possibile parallelismo, è sicuramente il perno di questo processo gradualmente e faticosamente biunivoco coi ragazzi, ma non diventa mai soverchiante, eroico o sentenziosamente odioso come poteva essere il Keating di Peter Weir. Il suo corrispondente in Doubtful è una persona umanamente ordinaria, con le sue piccole nevrosi, preso da dubbi e incertezze che espone ai ragazzi sotto forma di gioco, avvicinandoli inconsapevolmente a tempi molto antecedenti alla loro nascita.

Assi: «Se si sente un fenomeno e non ti vede, per lui non esisti, non devi preoccuparti. […] Per come la vedo io, solo la mia esistenza è reale. Tutto il resto è incerto. L’oggetto è discutibile.»
Alona: «Tu sei discutibile: perché sei fuori.»
Assi: «È vero. Posso essere discutibile, e perché? Perché i sensi ti possono ingannare. Cosa sono i sensi? Percezioni. C’è un demone dentro ognuno di noi, e questo demone può ingannarci.»

È solo uno dei tanti dialoghi intriganti presenti nella sceneggiatura, suggestivi nella loro struttura serrata e ancor più se confrontati ai lunghi momenti di silenzio con cui si alternano. In questo continuo ritmo oscillante, tra pause di elaborazione e stimoli, Assi li avvicina inconsapevolmente al Discorso sul Metodo di Cartesio, a quel demone del dubbio che sta alla base del pensiero moderno e che risulta essere, a conti fatti, il vero protagonista della storia. Ma li avvicina anche al neorealismo italiano, a quelle storie provenienti da un passato lontano e che tuttavia (come nel caso di Sciuscià, a cui il film si ispira in modo piuttosto manifesto) permettono loro di rileggerne la propria storia con occhi diversi, a trarre da esse indicazioni per il futuro.

Quello che a conti fatti voleva essere il neorealismo, nel suo scopo primigenio, li porta dunque sui territori lontani dall’ipocognizione, in vista di quell’orizzonte lontano in cui poter avere maggiori possibilità di poter comprendere il mondo, il legame profondo che lo lega, attraverso il linguaggio, alle sue percezioni prima ancora che alle sue rappresentazioni.

Trama semplice e struttura sottile, Doubtful ci porta tra i sobborghi israeliani, in una realtà molto più vicina di quanto si possa pensare.
Doubtful

Un concetto che, per non scostare il discorso da Cartesio, è sinteticamente ed efficacemente espresso da Chomsky nella seconda parte della Filosofia del Linguaggio:

«La differenza essenziale tra l’uomo e l’animale è rivelata nel modo più chiaro nel linguaggio umano, in particolare dalla capacità umana di formare proposizioni nuove che esprimono pensieri nuovi e che sono adatte a situazioni nuove.

Non staremo qui a svelare come si risolverà la storia, se l’assassino sarà il maggiordomo o qualcun altro. Si anticipa solo che il finale sarà semplice e coerente, come l’intero svolgersi della trama, come lo è lo svolgersi delle nostre piccole vite, eppure dotato di grandi sottigliezze e potenza narrativa. Un peccato non averlo visto nelle sale, anche a causa di forze maggiori che ben conosciamo; in ogni caso, rimane significativo lo sforzo del Torino Underground Cinefest di divulgarlo attraverso la messa in streaming gratuita e fruibile in totale libertà.

Ma come si diceva, non è su questo che ci si vuole soffermare in questa sede. Ne L’idiota di Dostoevskij, in una delle sale più tetre della casa di Rogozin, appeso sopra a una porta, il principe Myskin si ritrovò a contemplare il Cristo Morto di Hans Holbein, e rimase “cinque minuti a osservarlo. Non aveva niente di bello dal lato artistico, ma suscitò in me una strana inquietudine.” Il quadro mostrava il corpo di Cristo morto nella tomba, privo di alcun segno di vita, nè tanto meno di divinità. Inerte, che non risorge.

«– Quel quadro! – esclamò il principe, colpito da un pensiero subitaneo: – quel quadro! Ma quel quadro a più d’uno potrebbe far perdere la fede.»

E così, pur senza l’innocenza di quell’amabile idiota che è il principe Myskin, la storia di Assi e dei suoi ragazzi ci riporta indietro a quella storia, a quel tempo, come se ci fosse un filo invisibile che li unisce e li accomuna, e anche a Pasquale e Giuseppe di Sciuscià, persino al Discorso sul Metodo di Cartesio o alle analisi dei tahitiani di Levy. La medesima consapevolezza, la medesima paura, la medesima promessa mancata: quell’uomo non risorge. Il passato non si può cancellare, non è un sogno; e la realtà, solo perché si è incapaci di individuarla, non si fa certo scrupoli a render noto il conto da saldare, in un’immensa e indistricabile tela meccanicistica di cause-effetto.

Trama semplice e struttura sottile, Doubtful ci porta tra i sobborghi israeliani, in una realtà molto più vicina di quanto si possa pensare.
Il corpo di Cristo morto nella tomba (Hans Holbein)

È questa, se non proprio questa, la grande forza del linguaggio e di tutto ciò che da questi si dirama, che sia vero o falso, che sia tangibile o immateriale, che ci possa rendere accessibile un fatto avvenuto agli albori del cosmo o ancora di là da venire. Luoghi diversi, storie diverse, secoli diversi, eppure un unico grande dolore, un’unica grande assenza, un’unica grande speranza.

Se vuoi saperne di più: Svelato il programma streaming del Torino Underground Cinefest

Giulio Gentile
Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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