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Il Gangster Movie – In equilibrio tra il bene e il male

Uno dei personaggi più familiari del cinema è la figura del gangster. Il gangster movie è uno di quei generi cinematografici che ha più contraddistinto la settima arte. Ci sarebbe da chiedersi innanzitutto perché il gangster movie sia così affascinante, così intrigante, così magnetico e soprattutto perché questo genere abbia sempre avuto un grande consenso di pubblico e critica.

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Quei Bravi ragazzi (The Goodfellas, Martin Scorsese, 1990)

I temi centrali di queste pellicole sono la violenza, la vendetta e l’ambigua moralità dei personaggi. Nonostante i contenuti forti e crudi, in realtà il motivo per il quale gli spettatori si innamorano di certi film è la facilità con cui etichettano i protagonisti del grande schermo.

Come succede spesso anche nella vita quotidiana, per un motivo di natura sociologica e antropologica, si è abituati a identificare i personaggi in due categorie: appartenenti alla sfera del Male o del Bene. Secondo gli archetipi e stereotipi del cinema, il gangster appartiene alla prima delle due, di conseguenza il fascino diabolico di certi soggetti attira molto il pubblico e contemporaneamente consente a quest’ultimo di identificare il cattivo, l’antagonista.

Con questo processo, indirettamente, si crea un meccanismo di accettazione morale della nostra persona, perché paragonati a quelli di Al Capone o John Dillinger i nostri peccati sono poca cosa.

Con il passare del tempo però, il ruolo del cattivo nel cinema ha cambiato pelle più volte, dal punto di visto filosofico e soprattutto morale. Il gangster è sempre stato identificato come uno degli antagonisti per eccellenza, ma nel corso del tempo ci sono state delle pellicole che hanno a poco a poco rivoluzionato questo concetto, che ormai ci sembra antiquato e superato.

Uno dei film ad aver contribuito a questa piccola rivoluzione in maniera significativa è stato Il padrino (1972) di Francis Ford Coppola, basato sul romanzo di Mario Puzo.

Considerato da molti critici ed esperti come uno dei massimi capolavori della storia del cinema, The Godfather è stato uno dei primi veri tentativi di mostrare il concetto di antieroe sotto un punto di vista totalmente diverso.

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Il Padrino (The Godfather, Francis Ford Coppola, 1972)

Se prima le caratteristiche principali che lo spettatore coglieva in questi personaggi erano la mancanza di etica e rispetto, la violenza e la mano fredda, con il film di Coppola questa percezione viene messa in discussione soprattutto perché, a differenza delle precedenti pellicole, qui possiamo vederne delle sfaccettature decisamente più umane.

In particolare il protagonista del film, Don Vito Corleone, interpretato da uno strepitoso Marlon Brando, è una sorta di padre adottivo, premuroso, ben voluto e rispettato, che analizza le cose con raziocinio e cautela. Nonostante la sua figura e tutto ciò che gli sta intorno siano parte di un mondo criminale, Don Corleone è un uomo che conserva una certa umanità, addirittura rifiutando di vendicarsi per la morte brutale del figlio. Un personaggio imponente, fascinoso, visionario che ha fatto riflettere su cosa siano il bene e il male e su che cosa determini la differenza fra l’uno e l’altro.

Indubbiamente un altro film che ha fatto la storia del gangster movie è Mean Streets (1973) di Martin Scorsese, che segna la nascita del sodalizio artistico con il grande Robert De Niro.

Mean Streets rappresenta una sterzata fondamentale del genere perché i personaggi del film sono per alcuni aspetti l’esatto opposto di quelli visti nel celebre film di Coppola.

Un'analisi del pensiero criminale attraverso il genere gangster e tutte le pellicole che hanno rivoluzionato il tema del cattivo nel cinema.
Mean Streets, Martin Scorsese, 1973

Scorsese attinge molto dalle sue origini, dai genitori italiani ai quartieri newyorkesi, dal rapporto con la fede fino alla vita di strada.

Fra i personaggi mitici del cinema gangster come Al Capone e Don Corleone, per fare due nomi, secondo l’immaginario collettivo questi sembravano mostrare di meno il loro lato umano, ma sicuramente loro come altri trasmettevano un grande senso autoritario e un grande fascino derivato dal loro potere. In questo film, invece, questi ragazzi non sono gangster, sono teppistelli da bar, ladruncoli da strada, sono persone che cercano di sopravvivere nel mondo della malavita. In particolar modo rivoluzionario è il personaggio interpretato da Harvey Keitel: Charlie Cappa.

Ciò che è più evidente è il rapporto controverso fra i suoi demoni interiori e le azioni malavitose da lui perpetrate. Il senso di colpa, la presenza frequente in chiesa, così come l’aspetto un po’ timido e introverso fanno di Charlie Cappa un’incredibile eccezione alle caratteristiche classiche dell’antieroe gangster. Nonostante non sia considerato uno dei migliori film del Maestro italo-americano, Mean Streets è una sorta di affresco embrionale di quelle che saranno le tematiche centrali del cinema di Scorsese negli anni successivi, influenzando non solo il genere gangster, ma il cinema stesso.

Nel corso degli anni successivi, in particolare negli Stati Uniti, verranno prodotti molti film di questo filone, da Scarface (1983) di Brian de Palma a Goodfellas (1990) dello stesso Scorsese, ma anche da C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone a Better Tomorrow (1986) di John Woo, tutti film che hanno raggiunto grande fama e conquistato la critica.

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Scarface, Brian De Palma, 1983

All’inizio degli anni ’90, ecco venire alla ribalta il talento geniale di Quentin Tarantino, un ragazzo del Tennessee cresciuto con la madre a Los Angeles, dotato di una vastissima conoscenza sia dei film italiani degli anni ’70 sia dell’universo del Cinema in generale. Le sue intuizioni hanno dato nuova vita non solo al genere gangster, ma all’intero panorama hollywoodiano.

Al Sundance Film Festival di Salt Lake City, il regista presentò Reservoir Dogs (1992), ovvero Le IeneL’opera prima di Tarantino, parzialmente ispirata a City on Fire (1987) di Ringo Lam, è un fulmine a ciel sereno per gli spettatori e gli addetti ai lavori, per la sua natura anticonvenzionale.

Tarantino si dimostra sin da subito un artista dotato di grande conoscenza cinematografica, ma anche un profondo conoscitore della cultura pop; il suo primo lungometraggio è già un incredibile cocktail di generi diversi fra i quali commedia nera, thriller, gangster movie e azione, con qualche sfumatura splatter.

Le Iene (Reservoir Dogs, Quentin Tarantino, 1992)

Il film racconta di un gruppo di malavitosi alle prese con una rapina, la quale si rivela un disastro perché all’interno della banda si scopre esserci una talpa. Questa è solo la trama, ma tutta l’opera è un tentativo di introspezione da parte dei personaggi, nonché una ricerca all’interno dei loro controversi rapporti, tanto che ci si chiede, guardando il film, quale sia il motore delle loro vite e delle loro azioni. 

L’incredibile realismo, i dialoghi frizzanti e la violenza talvolta gratuita dominano lo schermo, conservando le tematiche classiche del genere, ma con un significato completamente diverso. Ne Le Iene non ci sono buoni o cattivi, non ci sono mostri, non ci sono benefattori, non ci sono killer spietati. Pur essendo riconosciuto come un gangster movie, il film sembra tradire le caratteristiche fondanti di questo genere.

Due anni dopo, Tarantino scrive (insieme a Roger Avary), dirige e interpreta Pulp Fiction (1994), Palma d’Oro al Festival di Cannes, che diverrà uno dei film più influenti della storia del cinema contemporaneo. Innanzitutto, l’opera parteciperà a rivoluzionare la struttura narrativa classica: non si era mai visto un personaggio ucciso in una scena riapparire in quella successiva senza che venisse specificato un lasso di tempo preciso. Pulp Fiction cambia il gangster movie rendendolo senza morale, senza un significato intrinseco, ma un prodotto di puro intrattenimento.

Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994

Indirettamente però, e questo aggiunge un’interessante peculiarità al gangster movie, l’opera è anche un’incredibile dimostrazione di quanto la vita non sia programmabile e di quanto le nostre azioni siano influenzate dal caso.

 Vediamo dei gangster che riflettono sull’intervento divino, che parlano di quanto sia riprovevole graffiare un’auto mentre acquistano eroina o che discutono di frullati troppo cari. Le innumerevoli citazioni del cinema di genere, l’iper-realismo dei dialoghi, l’alto tasso di violenza e la forte caratterizzazione dei personaggi contenuti nella sceneggiatura fanno di questo film uno dei massimi capolavori della storia del cinema americano.

Insomma, nel corso del tempo la settima arte, in particolare il filone gangster, ha contribuito a importanti riflessioni per quanto riguarda la natura degli uomini che scelgono la via del crimine. Sicuramente alcuni film hanno dimostrato che etichettare un criminale o un cattivo come uno psicopatico è meramente semplicistico. In realtà, dietro ogni crimine, dai più venali ai più efferati, ci sono ragioni più profonde di una semplice pazzia.

Vedere un assassino come Charlie Cappa entrare in chiesa e chiedere conforto divino, o vedere Jules Winnefield, uno spietato sicario, citare un passo della Bibbia durante un’esecuzione, può sembrare paradossale, ma in realtà dimostra come questi siano uomini, proprio come noi. L’unica vera differenza fra buoni e cattivi, a questo punto, è solamente la capacità di convivere con i propri sbagli, con i propri demoni interiori.

Leggi anche: Walter White – Fenomenologia del cambiamento 

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