Home (Non) è un paese per Festival Philophobia- Una sconfinata, crudele giovinezza

Philophobia- Una sconfinata, crudele giovinezza

Philophobia, paura di amare. Paura di avvicinarsi, paura di creare dei legami. Una paura mentale e fisica che porta a paralizzarsi di fronte ai sentimenti e a evitarli, fuggendo nella propria singolarità e nel proprio Io, per rifiutare gli altri. Questo è il tema dell’omonimo film di Guy Davies presentato in concorso alla Settima edizione del Torino Underground Cinefest. Ancora una volta questo festival ci porta a a scoprire film nuovi ed eterogenei in cui l’autore rappresenta perfettamente il genere e la poetica cinematografica si esprime in tutta la sua forza.

Trama

Philophobia segue la storia di Kai, un ragazzo di diciassette anni inglese, che ha una passione per la scrittura, coltivata soprattutto dopo l’abbandono da parte del padre. Kai vive le sue giornate come un ragazzo normalissimo, frequentando gli amici, andando a scuola e abbandonandosi a giornate di pura contemplazione immerso nella natura. Finché non incontra Grace, la ragazza che gli farà perdere il controllo. Grace non ha delle caratteristiche che la rendono particolarmente interessante, anzi è sfuggevole, riservata, misteriosa, ma lentamente, come Angelica nell’Orlando Furioso, diventa l’oggetto del desiderio di tutti. Grace è il primo motore immobile, la fiamma del peccato, che spinge Kai a desiderarla, a spiarla ossessivamente, a bramare di possederla. Purtroppo però Grace è fidanzata e Kai lo sa, ma questo non gli impedirà di spingersi oltre i propri limiti pur di possederla, causando un danno irreparabile.

Philophobia: Poetica

Philophobia è ambientato in un orizzonte temporale molto significativo: gli ultimi sette giorni di scuola prima dell’estate. Ci troviamo quindi in un periodo di transizione fra due opposti: sforzo e riposo, atto e potenza, sogno e realtà. I ragazzi vivono un tempo in cui possono ancora sperare nel futuro in cui niente si è ancora realizzato e i loro sogni possono ancora diventare realtà. Quindi spesso le due dimensioni si compenetrano in maniera perfetta.

Questo periodo di sospensione emotiva coinvolgente anche lo spettatore. Sfido chiunque a non ricordare quel tempo dell’adolescenza in cui, agli albori dell’estate, si facevano progetti di vita con gli amici, si parlava dei primi amori e la vita appariva in una dimensione onirica, quasi infantile, nata proprio dalla mancata conoscenza del mondo che ogni adolescente ha. L’indefinitezza di questo periodo di tempo scatena quindi un innato sentimento poetico che colpisce sia i protagonisti che lo spettatore, spingendoli ad abbandonarsi al sentimento di una vita nascosta, non ancora del tutto schiacciata dalla gravità del mondo adulto.

Philophobia

Philophobia: la Regia

Guy Davies sceglie di mostrare l’infinita libertà dell’adolescenza e contemporaneamente quella limitatezza che l’adolescenza porta con sé. Quell’impossibilità, quella mancanza di effettiva concretezza che la giovinezza non può esprimere, perché ancora agli albori della sua potenza. Perciò la regia di Davies è leggera, ma al contempo dura e sofferente. La sua macchina da presa vaga seguendo il suo protagonista, come vagava quella di François Truffaut, quando riprendeva Antoine Doinel per le strade di Parigi. In questo senso la fotografia gioca un ruolo fondamentale: tramonti, pianure campestri, piccoli specchi d’acqua, fotografati nella luce estiva. Le parole di Kai, in voice over, si stagliano su scenari e orizzonti idilliaci in cui la realtà si eclissa nei pensieri del protagonista, per seguire il suo flusso di coscienza. L’atmosfera quindi è pastorale, ci ricorda Call me by your Name di Luca Guadagnino e la musica richiama molto le note di Mystery of Love.
Il regista alterna poi il dramma alla commedia, per infondere maggiore realismo nella pellicola, ma, a volte, questa ibridazione non è così riuscita.  Tuttavia, se i momenti tragici sono sempre al culmine della tensione, i momenti comici sono spesso fuori contesto e, per quanto cerchino di conferire un’aura di realismo alla vicenda, smorzano invece la tensione dei momenti drammatici, interrompendo quel climax di sensazioni che viene a crearsi.

PhilophobiaPhilophobia: un film sincero

Per concludere, quindi Philophobia non è certamente un capolavoro. Non è uno di quei film che segnerà la storia del cinema e nemmeno uno di quei film che citeremo nelle top del decennio, ma è un film sincero. Un film tanto sincero da essere intriso di quell’amore per la vita, per per la libertà e per la spensieratezza che solo i ragazzi hanno. Uno di quei film che sarà difficile da giudicare con uno sguardo oggettivo, proprio perché non è oggettivo lo sguardo di chi lo ha realizzato. È un film che parla della giovinezza, dell’amore, del sesso, dell’odio con quella potenza inespressa e quella libertà d’espressione che sono tipiche dell’adolescenza. È un film che fa riflettere sul tempo trascorso e su quello da trascorrere, in un periodo magico della vita di ciascuno di noi. Quindi consiglio a tutti di immergersi in Philophobia, lasciandosi cullare dall’atmosfera che evoca, per riscoprire sensazioni, ricordi e ambienti del passato, che pensavamo dimenticati.

Leggi anche: TUC- heep Hero- Non è più un paese per pastori

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