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Il dottor Stranamore – Tutto Kubrick nel finale del film

Dottor Stranamore.

Le esplosioni che squarciano e illuminano il nostro minuscolo puntino azzurro, i funghi delle bombe subito pronti a ricoprirlo di polveri e piogge radioattive. L’ordigno Fine del Mondo, la catastrofe è iniziata, che già annuncia tuttavia la nascita di una nuova umanità sotto le note di Vera Lynn; sotto le sue note sommessamente malinconiche, perché non sarà l’umanità ideale auspicata da 2001, ma una più realistica, per induzione sempre fedele a se stessa, del tutto incapace di imparare dai suoi errori.

Il trionfo assoluto del male più feroce, dello “Strano-amore” che sfocia in quell’ottundimento auto-amoroso così tipicamente umano, capace di renderlo cieco anche al suo stesso interesse personale, di spingerlo in quella cecità finanche a strangolare se stesso, ad amare la bomba, come gli squali melvilliani che se squarciati iniziano a banchettare delle proprie interiora.

«Non importa a Quiqueg quale Dio fece lui pescecane – disse il selvaggio, dimenando dal male atroce la mano – o Dio figiano o Dio nantuckettese; ma Dio che fece lui pescecane essere indiano dannato».

(Moby Dick, Cap. LXVI)

La visione di Kubrick, lo si intuisce in ogni suo film, si scosta leggermente dalla visione di Rousseau sulla primigenia bontà dell’uomo.

Celebre a tal proposito la sua dichiarazione al New York Times del 1972 – «L’uomo non è un nobile selvaggio, è piuttosto un ignobile selvaggio. È irrazionale, brutale, debole, sciocco, incapace di essere obiettivo verso qualunque cosa che coinvolga i propri interessi. E ogni tentativo di creare istituzioni sociali su una visione falsa della natura dell’uomo è probabilmente condannato al fallimento» – che suona quasi come nota a margine del suo lavoro.

Lionel Mandrake e Jack D. Ripper
Lionel Mandrake e Jack D. Ripper

Ciò però non vuole certo spingere a un sentimento di totale sfiducia e nichilismo verso l’operare umano: è per questo che vengono mostrati i personaggi di Muffley e Mandrake, due persone indubbiamente perbene, gli unici che si arrabattano in ogni modo per sventare la catastrofe, salvo poi fallire a un centimetro dal traguardo dopo aver interpretato per gran parte della narrazione la figura del pugile sonante. È il lucido, spietato, stavolta quasi affettuoso sguardo di Kubrick sulla specie umana.

In effetti, forse quel sentimento di sfiducia inizia ad apparire più allettante.

Quello che Il dottor Stranamore vuole dirci è che la specie umana, nonostante sia sempre così ben disposta a pavoneggiarsi delle proprie gesta, in realtà sarà sempre poco più che una scimmia evoluta. E neanche troppo evoluta. A tal proposito è curioso come si usi il termine “pavoneggiarsi” per descrivere qualcosa che sarebbe più opportuno nominare con “uomeggiarsi”.

Il dottor Stranamore
Il dottor Stranamore nella scena finale

Nessuno sa chi sia alla guida di questo universo e quali siano i suoi progetti, se lo stia portando verso un’enorme Woodstock cosmica o se si sia semplicemente addormentato, ma, se per caso stesse davvero dormendo e si svegliasse in questo momento, e per caso posasse il suo sguardo proprio su questo minuscolo granellino di polvere chiamato Terra, la vedrebbe sicuramente come un posto orribile dove sono accadute un’infinità di eventi orribili, il più delle volte a causa della sedicente specie più intelligente che lo abita. L’olocausto nucleare, o una pandemia globale, li vedrebbe solo come la punta dell’iceberg, una conclusione naturale e inevitabile. Anzi, forse sarebbe quasi tentato di favorirla il più possibile

Eppure la Terra, la nostra specie, non sono solo questo. Ce lo ricorda Robert Ardrey, scrittore che sarà caro a Kubrick durante i lavori di 2001, nel suo L’istinto di uccidere: le origini e la natura animali dell’uomo.

«Proveniamo da scimmie evolute, non da angeli caduti, e quelle scimmie erano assassini armati. Quindi di che ci dobbiamo sorprendere? Dei nostri omicidi, massacri, missili ed eserciti perennemente belligeranti? Piuttosto sorprendiamoci dei momenti di pace, pur brevi che siano. Delle sinfonie, pur suonate raramente; dei nostri campi in fiore, per quanto possano trasformarsi in campi di battaglia; dei nostri sogni, pur difficilmente in grado di avverarsi. Il miracolo dell’uomo non sta nell’essere caduto tanto in basso, ma nell’essere riuscito a evolversi così in alto».

L’esistenza dell’uomo è tutt’altro che eterna e necessaria, sotto qualunque punto di vista la si guardi; il suo mondo poggia su fragili equilibri, costantemente minacciati da questa specie che ha raggiunto una tecnica tale da essere ormai un’enorme minaccia per se stessa. E non perché sia stata corrotta dalla società a differenza di animali puri come le incontaminate tarantole, così altruiste e generose, ma perché materialmente incapace di affrancarsi del tutto proprio da quel lascito ferino degli squali melvilliani.

Questo ci ricorda Il dottor Stranamore, e in generale la quasi totalità della filmografia kubrickiana.

Basta un nulla perché tutto questo venga sconvolto e cessi per sempre, come se non fosse mai esistito. E forse, visti i risultati, potrebbe risultare difficile sentirne la mancanza.

Il dottor Stranamore
Il maggiore T.J. “King” Kong festeggia la buona riuscita della sua missione.

Eppure, sono proprio quei piccoli miracoli citati da Ardrey a spingere la specie umana un po’ più lontana dalla sua condizione primigenia, un po’ più lontana dall’autodistruzione, quasi fossero delle frecce di Zenone in fuga dal bersaglio. Ardrey parlava di sinfonie, e sulla Terra esiste la sinfonia K.543 di Mozart, tanto per citarne una, che rappresenta un piccolo miracolo. Un miracolo non certo isolato, ce ne sono sicuramente altri; quello che qui si vuole dire è che se anche fosse stato l’unico che la nostra specie avesse mai prodotto, se ogni atteggiamento umano irritante quando non pericoloso fosse solo un effetto collaterale della sinfonia K.543, allora forse varrebbe davvero la pena tentare di salvarla da se stessa.

Tutto questo per dire che, qualora il direttore dell’universo stesse leggendo questa pagina, sarebbe il caso che la ascoltasse prima di sterminarla per sempre. Chissà che magari, già che c’è, non decida di rimetterla pure in libertà.

Leggi anche: Il Dottor Stranamore – Kubrick, la Bomba, la Perversione

Giulio Gentile
Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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