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Mia Madre di Nanni Moretti – Raccontare il dolore

Mia madre.

 

Giovanni: «Margherita fai qualcosa di nuovo, di diverso. Dai, rompi almeno un tuo schema, uno su duecento!».

Incomprensibilmente (a tratti) snobbato da critica e botteghino, l’ultimo Nanni Moretti – in attesa di vedere il nuovo Tre Piani, inizialmente programmato per metà aprile – è quanto di più vicino al concetto di rappresentazione cinematografica dei nostri giorni, fieramente lontana dagli ammiccamenti telefonati nei confronti del pubblico e dalle esibizioni gratuite di maestria tecnica, il più delle volte esercizio di stile al servizio di niente.

Margherita è una regista di mezza età impegnata nella lavorazione del suo prossimo film: alle difficoltà di un set che non sente fino in fondo suo, i dubbi su cosa voglia realmente dire attraverso il cinema e l’arrivo di un attore straniero che sfugge a qualsiasi ordine e razionalità, si aggiunge una riflessione sulle proprie difficoltà relazionali e la realtà di una madre che improvvisamente non è più quella figura forte a cui aggrapparsi.

Con Mia Madre, Nanni Moretti racconta il lutto personale attraverso gli occhi di una regista incapace di comprendere la vita intorno a sé.
Mia Madre

Mia Madre è un’opera che stordisce per la maestria autoriale che il regista mette in campo, affrontando il lutto personale con un candore che stritola in due l’anima, e danza in uno scambio perpetuo tra sogno e realtà.

In questo luogo Moretti trova in Margherita (una sempre splendida Margherita Buy, all’ennesima eccelsa collaborazione con l’autore romano) l’alter ego perfetto attraverso cui raccontare il proprio dolore, tra la scatola dorata del cinema, luogo apparentemente sacro e inviolabile, e il lungo addio a una madre vera e propria maestra di vita, che ha volto e voce di un’incantevole Giulia Lazzarini, alla prima vera prova da attrice cinematografica.

C’è il dietro le quinte del set, quasi alla maniera del capolavoro Effetto Notte di Truffaut, in cui Moretti lascia venire alla luce non solo l’amore per un certo linguaggio meta-cinematografico, ma anche tic e ossessioni del suo cinema, e della settima arte tutta.

Ciò emerge con il solito corollario di frasi che sono già cult come «il regista è uno stronzo a cui voi permettete di fare tutto», dietro cui nascondere l’ipocrisia dei ruoli nel settore cinematografico, ma allo stesso tempo l’insofferenza dietro la spasmodica ricerca di significati e significanti dietro qualsiasi opera, espressa perfettamente con la voce interiore della regista durante la conferenza stampa:

«tutti pensano che io sia in grado di capire quello che succede… di interpretare la realtà, ma io non capisco più niente».

Fino all’amara constatazione della differenza tra vita e cinema come sua rappresentazione, chiarissima in quel «Back to reality urlato da John Turturro che, se vogliamo, potremmo benissimo ricollegare in contrasto con il già citato Effetto Notte, in cui il regista Ferrand si rivolgeva al suo attore esclamando «i film sono più armoniosi della vita, non ci sono intoppi […] I film vanno avanti come i treni, capisci? La gente come me e come te, lo sai bene, siamo fatti per essere felici nel nostro lavoro del cinema»; allo stesso tempo, tornano i colloqui con i medici protagonisti nel terzo episodio di Caro Diario, e le voci interiori, e l’attualità del film in lavorazione, che racconta le difficoltà lavorative dei nostri giorni.

A emergere, principalmente, è soprattutto un rapporto salvifico con l’umanità, la preservazione dei rapporti sociali consolidati, l’apertura verso i nuovi e la fiducia verso gli altri. Come nel caso dei sanitari impegnati nella cura verso la madre, che Moretti realizza con una regia asciutta, delicata, evitando trovate narcisistiche, sempre funzionale a una sceneggiatura meravigliosa, accompagnata da una splendida colonna sonora che va dal brio di Bevete più latte di Rota agli splendidi archi di Arvo Part, fino alla bellezza struggente dei capolavori di Jarvis Cocker e Leonard Cohen.

Cosa succederà di tutto quello che siamo stati, una volta che abbandoneremo questa vita? Questa è la domanda Margherita, non trovando risposta in una crudele realtà, prima di un finale da spezzare il cuore.

Mia Madre è un film che si avvicina molto al capolavoro, tenero, diretto, poetico, cattivo, sospeso, pregevole, per nulla retorico e ricattatorio, sincero, sublime. Indimenticabile.

Leggi anche: Bianca – Gli umori di un professore tra ossessioni e sacher torte

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