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Lo Scafandro e la Farfalla – Husserl e la fenomenologia dell’Essere

Era l’8 dicembre del 1995 quando Jean-Dominique Bauby, stimato redattore della rivista Elle, fu colpito da un ictus. Finito in coma e risvegliatosi diverse settimane dopo, Bauby scoprì di essere paralizzato e di poter muovere solo la palpebra sinistra del suo corpo. Lo scafandro e la farfalla di Julian Schnabel, nominato agli Oscar e premiato a Cannes nel 2007, è il film che narra il periodo di degenza del giornalista all’ospedale di Berck e l’incredibile processo che lo condusse – aiutato dai medici – a raccontare la sua esperienza in un libro.

Come Husserl e la fenomenologia dell'essere possono spiegare l'esperienza narrata da Schanbel ne Lo scafandro e la farfalla.
Mathieu Amalric interpreta Jean-Dominique Bauby ne Lo scafandro e la farfalla

Lo scafandro e la farfalla: reimparare l’essere

E, S, A, R, I, N, T; così comincia la sequenza di lettere attraverso la quale Bauby – interpretato magistralmente da Mathieu Amalric – dovette reimparare ad affacciarsi al mondo e comunicare ciò che in lui, nonostante l’immobilità della materia, non aveva smesso di dimenarsi. Più volte recitato nel corso del film dai vari interlocutori dell’uomo – il quale sbatteva la palpebra ogni volta che udiva la lettera necessaria per comporre la frase che voleva esprimere – tale ordine alfabetico gli permise di dar voce alle sue richieste e forma ai suoi pensieri, smarcandosi almeno idealmente dalla prigionia di un corpo divenuto all’improvviso carceriere e tiranno.

Riprendendo fedelmente lo spirito tutt’altro che retorico o consolatorio del libro, Schnabel trasfigura la visione artistica in una faticosa operazione immersiva, gravida di grazia e sofferenza. Prolungate e asfissianti soggettive ci intrappolano negli occhi di Bauby e ci obbligano a condividere il peso di una vita negata, reclusa, annichilita. Ma ciò che in principio appare la condanna di un’esistenza, nasconde forse in profondità la rivelazione di un essere più autentico.

Come Husserl e la fenomenologia dell'essere possono spiegare l'esperienza narrata da Schanbel ne Lo scafandro e la farfalla.
La tavola grazie alla quale il protagonista de Lo scafandro e la farfalla ricomincia a comunicare

Husserl e la fenomenologia

La condizione forzatamente subita da Bauby ha infatti diversi tratti assimilabili con l’atteggiamento descritto dal filosofo tedesco Edmund Husserl (1859-1938), e da lui posto alla base della teoria fenomenologica della conoscenza. Husserl sosteneva che per indagare scientificamente la validità del rapporto fra soggetto e oggetto bisognasse partire dalla coscienza, intesa come struttura umana intenzionale e intuitiva dell’essere invariabile che costituisce i fenomeni vissuti. La coscienza, infatti, è sempre coscienza di qualcosa.

Per raggiungere tale conoscenza, la fenomenologia procede col sospendere ogni teoria sulla realtà implicitamente data, assumendo così l’atteggiamento puramente descrittivo, per cui lo spettatore si rivela interessato soltanto a cogliere l’essenza degli atti mediante i quali la coscienza si rapporta alla realtà, o la significa. Tale messa in parentesi dell’oggettività e la radicale privazione di giudizio rispetto all’esistente – definita da Husserl epochè -, affida esclusivamente alla coscienza il ruolo di produrre e percepire ciò che la trascende. Non esiste perciò realtà che non sia realtà per la coscienza, la quale percepisce, ricorda, desidera, ama e immagina il mondo a partire necessariamente da se stessa e dalla sua natura intenzionale.

Edmund Husserl, filosofo fondatore della fenomenologia moderna

Sono coscienza, dunque il mondo esiste

Con questa frase si potrebbe riduttivamente sintetizzare l’assunto che fonda la fenomenologia di Husserl e che riecheggia – seppur con fini diversi – evidenti cogiti cartesiani. Tale indagine di ricerca dell’essere confligge con l’abituale atteggiamento umano nei confronti dell’esistente. Riconsiderare la realtà così come si manifesta e appare, rifiutando di dare per scontato l’evidenza, pone la nostra coscienza come unico residuo in grado di attribuire senso all’altro da noi.

E chi più di un uomo come Bauby, che ha avuto in sorte il dover affrontare il periodo finale della sua vita ostaggio di un corpo inerme – per il quale il mondo diveniva di colpo irraggiungibile e opaco di senso – può essere portato ad assumere la disposizione proposta da Husserl come risignificante delle sue percezioni, osservando con sguardo inedito e filosoficamente rivelatore ciò che prima aveva sempre dato per ovvio?

Ricostruirsi per non disperare. Orientarsi da capo per non smarrirsi. La voce di sua moglie (Emmanuelle Seigner), le chiacchiere con l’anziano padre (Max von Sydow), il rapporto con le dottoresse che si prendono cura di lui, il ricordo del suo invidiabile passato e le indomabili fantasie rispetto al futuro, alla vita, alla morte; niente per Bauby dopo l’incidente deve essere stato come prima, ma nulla per questo ha potuto smettere di essere.

Lo scafandro e la farfalla
Emmanuelle Seigner in una delle molte soggettive de Lo scafandro e la farfalla

Lo scafandro e la farfalla: essere e libertà

JEAN-DOMINIQUE BAUBY: «L’immaginazione e la memoria sono gli unici strumenti che ho per evadere dal mio scafandro. […] Posso immaginare qualunque cosa. Vivere i miei sogni di bambino, le mie ambizioni di adulto. Voglio ricordarmi di me così com’ero».

I momenti più eloquenti e toccanti del film sono proprio quelli in cui la voce interiore di Bauby ci legge dei passi del suo libro in costruzione. Lungi dal volerci impietosire, l’uomo riafferma con appassionata poesia la sterminata libertà del suo essere. Anche se le membra per lui sono diventate un pesante scafandro che lo inabissa nell’oceano della malattia, non per questo il suo cuore ha cessato di battere leggero come le ali di una farfalla, vitalmente curioso e irrorato di pura volontà.

Oltre l’esistente avviene quindi la scoperta dell’essere, il quale non è – in Husserl come in Bauby – calato dall’alto, ma problematicamente ricercato ogni giorno con sforzo e razionalità dall’uomo nella sua cosciente individualità soggettiva. Realtà primaria rispetto alla quale tutte le altre realtà assumono possibilità e autentico valore, la coscienza si configura quindi come ciò che valica i limiti e afferra la radice dell’inestirpabile.

Lo scafandro e la farfalla
Una delle immagini più visionarie de Lo scafandro e la farfalla

Dal suo unico e ostruito spiraglio, Jean-Dominique Bauby ha osato ribellarsi all’abitudine e accogliere il mondo per come in lui si rifletteva, arrivando probabilmente molto più di altri vicino a scorgerne l’essenza. Lo scafandro e la farfalla ha il merito di rappresentare questa rivelazione in modo struggente e fulminante, sulla scia di Husserl e di quel rigoroso obiettivo fenomenologico che rivendica il reale come veritativo terreno dell’umano.

Leggi anche: Il significato di Blow Up – Husserl, il Fenomeno, l’Assenza

Andrea Tiradritti
La faccia è assonnata ma la testa non dorme mai.

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