Home Cinebattiamo Frank Begbie e la sindrome di Andy Capp

Frank Begbie e la sindrome di Andy Capp

Ha superato da poco i sessanta, ma non sembra volersi fermare o cambiare abitudine. I capelli bianchi, gli acciacchi dell’età non ne hanno scalfito l’animo inquieto; le numerose notti passate in cella non ne hanno smorzato l’indole rissosa. Beve sempre troppo, fuma sempre troppo, e per quanto possa tenersi alla larga dalle droghe, non può dirsi immune da una certa assuefazione alla violenza; persino una innocente partita di calcio con gli amici, diventa una scusa per spezzare tibie e peroni. Ha elevato lo status di disoccupato a un livello esistenziale; per lui lavorare sarebbe motivo per cui vergognarsi, ben più delle sue infedeltà coniugali. Il tempo che non passa al pub lo trascorre sul divano, in mutande, a guardare calcio e cavalli. Non si tratta di Frank Begbie, ma di Andy Capp.

Frank Begbie

Andy Capp – Il filosofo della cuccagna

Andy sin dalla sua prima uscita sulle strisce a fumetti, nel lontano 1957, è sempre stato un esempio parodistico, ma non troppo, della gioventù del lumpenproletariat britannico. La sua innata svogliatezza, da sempre lo ha portato a evitare la fabbrica come la peste; meglio occupare per ore e giorni interi il bancone di un pub con gli amici a tracannare birra e giocare a pool. I soldi non sono un problema, ci pensa il suo caro amico Chalkie o la borsa di sua moglie Flo; non trova dignità nella condizione dell’operaio, non aspira a diventare come suo padre o come tutti i padri del suo borough. Nessuna speranza che il sistema possa salvarlo, che possa permettergli di diventare ricco; non c’è alcuna nobiltà nel fare lo schiavo e spezzarsi la schiena per un tozzo di pane.

Frank Begbie è al pub con gli amici, praticamente la sua seconda casa. Al solito, si tratta di una serata da debosciati, quel gruppo di eroinomani è in down dopo essersi sparato in vena la propria dose quotidiana di eroina. E per Begbie, invece? Per Frank non resta che darsi a una sana dose di ultraviolenza. D’altronde, cosa altro c’è da fare a Leith? Non ci sono cinema e le sale bingo sono per i vecchi. L’unico posto dove svagarsi è il pub, e lì puoi solo sbronzarti e drogarti. C’è chi, come Renton e Sick Boy, preferisce la spada e chi, come lui, preferisce la lama.

Sembra la versione scozzese di Andy Capp, gli mancano solo la coppola e la moglie sovrappeso.

D’altronde è pur vero che le parodie poco si discostano dalla realtà. E Andy non è del tutto lontano da Frank Begbie, figlio prediletto della generazione del rock. Giovani del dopo bomba, figli dell’angoscia per il futuro che, a partire dal fungo atomico, ha irradiato il mondo intero. Andy non è neanche tanto dissimile dai discendenti dei rockettari: i Teddy Boys che hanno infestato le strade negli anni ’60; o gli Autonomi che le strade le hanno sventrate negli anni ’70, prima di rifugiarsi nelle curve degli stadi. Giovani sbandati, violenti per noia o forse per vocazione; nolenti al lavoro e alla famiglia, a quella anonima rispettabilità, rincorsa inutilmente da nonni e genitori, nelle campagne e nelle fabbriche.

Frank Begbie

Valerio Marchi e la sindrome di Andy Capp

Generazioni che mostrano sintomi uguali, come affetti dalla stessa malattia. È la sindrome di Andy Capp, un virus ormai incluso nel patrimonio genetico della gioventù subalterna, nelle periferie delle metropoli del mondo. Giovani insoddisfatti, senza prospettive o futuro, abbandonati dal progresso che li ricaccia sempre più lontano dalla metropoli; assiepati in quartieri senza socialità, grigi, svestiti di ogni umanità. Nessuna sorpresa se qualcuno tra questi abbia rifiutato di accettare una vita da pecorella, preferendogli anche solo un giorno da leone. In totale antitesi con l’ideale del giovane borghese, la teppa di periferia ha scelto di essere aggressiva, eccessiva nel vestire, con una spiccata sessualità; in totale spregio dei propri familiari, preferisce guadagnarsi il denaro per il pub con furti e rapine, piuttosto che avere un lavoro onesto.

Secondo Valerio Marchi, autore de La sindrome di Andy Capp, questo atteggiamento è una reazione innescata da paure ataviche, che il boom economico risveglia nelle fasce subalterne. Un insieme di comportamenti e impostazioni, sintetizzabili con la sigla di SMV (Stile Maschio Violento), derivanti da un’ansia sociale presente nei giovani proletari delle periferie inglesi; la prima generazione a non beneficiare di un posto assicurato dall’espansione economica.

I primi a rendersi conto che il sogno americano è solo una frottola per schiavizzare il proletario; l’ascensore sociale è bloccato ai piani alti e posto non ce n’è.

Quei famosi Teddy e Skins non sanno cosa sarà del loro futuro, ma sanno perfettamente di non voler seguire l’esempio dei loro genitori.

Da qui, il rifiuto categorico del lavoro; meglio campare con piccoli furtarelli che lavorare in fabbrica. La rispettabilità è solo un vicolo cieco. La disoccupazione cronica è solo l’inizio di una spirale che, da qui, si avvolge su se stessa come un serpente, dando vita a un effetto ridondanza sulla violenza nelle periferie. Il rifiuto categorico del lavoro è una spina nel fianco del capitalismo, che vede assottigliarsi le possibilità di sfruttare più lavoro a condizioni peggiori. Al tempo stesso, i giovani sono i nuovi protagonisti del mercato consumistico; senza un reddito sicuro, rischiano di mandare in tilt l’espansione di vendita di beni voluttuari. La musica, lo stadio, ogni tipo di svago o di comportamento deviante viene osteggiato, condannato.

Le tinte con cui i media ritraggono le scorribande di queste bande di scalmanati diventano, col tempo, sempre più fosche. Per il giovane proletario, abbandonato ai confini della metropoli in ghetti urbani dimenticati da Dio, l’attenzione è una sensazione nuova; per la prima volta, la teppa può urlare la sua esistenza al mondo intero. L’unico modo in cui questi giovani Andy Capp possono risalire alle luci della ribalta è attraverso la violenza; quella stessa violenza con cui sono abituati, da sempre, a costruire relazioni: con i coetanei, con i genitori, ma soprattutto, con l’autorità. Lo stato presente come pistola e manganello, mai come mano tesa.

Frank Begbie – Osservare il treno del progresso che passa alla Leith Central Station

Frank Begbie è ammalato, ha la sindrome di Andy Capp e non lo sa nemmeno. Alla Leith Station guarda i treni passare e fermarsi; vuoti arrivano e vuoti ripartono. È il progresso che sfila via un giorno alla volta, un treno per volta, mentre lui è bloccato in quel buco di culo. Quasi tutti provano a fuggire con l’eroina, ma lui no; lui non si distrugge con quello schifo, meglio sbronzarsi e far volare schiaffi. Bisogna essere malati per infilarsi un ago in vena, dei degenerati; al pub invece tutti bevono, è quasi tradizione. Ai tavoli ci sono ragazzini e anziani, padri di famiglia e tiratardi; mica dalla Madre Superiora c’è lo stesso pubblico? C’è Renton con la sua banda di morti viventi.

Frank Begbie

Certo, Frank non è che si renda conto proprio bene di quello che gli succede dentro, mica ha frequentato la scuola lui. La scuola è per sfigati e figli di papà. Però, pur non avendo un’istruzione, lui sente dentro di sé una rabbia cieca e sorda, un senso di inutilità. Come se avesse un tarlo nel cervello, che gli suggerisce di distruggere tutto. Tanto che cazzo cambia?

Frank Begbie si rende conto che è inutile cercarsi un lavoro; tanto, nulla non potrà mai farlo uscire da quell’acquario.

Meglio rubacchiare ai turisti capitati lì per sbaglio, per vivacchiare un po’; prendere qualche televisore o roba varia dagli appartamenti dei pochi che possono permettersi roba simile, e lo stipendio è tutto lì. Il colpaccio? No way! Quella è roba da film. Le rapine in banca alla Dillinger non capitano a Leith, qui al massimo puoi sfilare un portafogli nella calca in discoteca. Sperando non sia pieno solo di preservativi e anfetamine.

Quel posto è un mortorio. Non c’è un cinema o una sala giochi, solo il pub. Nessuno svago e nessuna attività cui dedicarsi, solo il football. Ma quando è al campetto o allo stadio, Frank Begbie dà il meglio di sé. Oppure il peggio, dipende dai punti di vista. Non c’è sfizio a giocare con gli altri, se non dimostri di essere più forte. I dribbling non li eviti allenando i riflessi o evitando le birre prima della partita; li eviti spezzando le gambe agli altri, così la prossima volta ci penseranno una volta di più.

Quel quartiere è una vera e propria giungla. E loro che ci vivono, sono tutte bestie.

Solo i ricchi possono dire di essere umani; tutti quelli incravattati, sono gli unici a fare una vita dignitosa. Solo chi ha i soldi in tasca, fa un lavoro da dio, ha la macchina e la casa in centro, può permettersi il lusso di avere anche una dignità. Quelli col conto in banca bello pieno, possono sognare e fare progetti per il futuro. Per Frank Begbie che futuro c’è? Nella migliore delle ipotesi, il carcere; nella peggiore la morte.

Se proprio deve essere un animale, Frank Begbie preferisce essere una cazzo di tigre. Il predatore supremo, feroce e senza pietà, l’unico modo per prevalere in un mondo dove non c’è salvezza o emancipazione, solo sopravvivenza. Frank non vuole essere un mulo, non vuole spezzarsi la schiena per far felici gli umani, i ricchi; non vuole neanche essere una capretta, in giro a pascolare aspettando che una tigre la sbrani. No, Frank vuole essere il re della giungla. Poco importa se i treni del progresso passano e vanno via da Leith, lasciando tutti loro indietro mentre il mondo va avanti; a Frank basta avere quel piccolo regno su cui far valere la propria legge.

 

Leggi anche: Trainspotting – Annichilirsi per vivere

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