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TUC: Olma djon – Un viaggio mistico

Olma Djon narra la storia di Bolot, un uomo sui trent’anni che vive assieme alla moglie e una bambina di circa sei anni di nome Sholpan di fronte a una una vasta piantagione di meli rossi. La casa è situata in una pianura ai piedi di una montagna, in Kazakistan, parola il cui significato è Indipendenza. Sin dalla prima scena si è introdotti al leitmotiv del film: l’impossibilità di comunicare. Infatti, Sholpan non parla né reagisce ad alcuno stimolo da parte del padre, il quale sembra avere problemi di comunicazione anche con la moglie. La difficile situazione familiare è causa di dolore profondo per Bolot.

Premio alla fotografia

Il film Franco-kazako di Victoria Yakubova, è stato presentato in streaming al Torino Underground Cinefest lo scorso marzo attraverso la piattaforma Mymovies.it; il direttore della fotografia, Davis Alfano, ha assegnato il Premio per la Miglior Fotografia a Olma Djon  con la camera di Iskander Narymbetov, per aver trasmesso attraverso la natura le difficoltà che assalgono ogni uomo.

Olma Djon di Victoria Yakubova narra di come sia necessario il ricordo delle proprie radici per progredire e superare i momenti più difficili.
Olma Djon

Olma djon: Trama

Il film franco-kazako, di stampo statico e contemplativo, si sviluppa quando, oltre lo steccato che separa la casa dal frutteto, appare una donna anziana dai tratti mongoli particolarmente accentuati, vestita di una lunga veste adornata di piume di uccelli. La sua  vecchia mano, che sembra dotata di un’incredibile energia giovanile, lancia alla piccola Sholpan tre belle mele rosse, creando un bellissimo contrasto netto con il candore del paesaggio innevato. La bambina accetta i doni inaspettati e li porta a casa custodendoli nella sua gonna. Al momento della cena, la famiglia si riunisce intorno alla tavola per consumare il pasto. Il silenzio domina e Bolot gira il cucchiaio nella zuppa senza riuscire a mangiare. La figlia, forse pensando di stimolare l’appetito del padre, gli offre una delle mele ricevute, ma Bolot gli risponde severo:

 «Non si mangiano le mele nella zuppa!»

Senza aggiungere null’altro, l’uomo esce arrabbiato dalla casa e tenta di rilassarsi sedendosi sulla piccola altalena della figlia la cui corda, non reggendo il peso, si spezza facendolo cadere sulla neve. Bolot piange nervoso, confuso, stremato, fino ad addormentarsi appoggiato allo steccato del cortile. Nel sonno sente la voce dolce della madre che gli canta una ninna nanna e nel dormiveglia accetta una tazza con una bevanda calda offerta dalla stessa mano che durante il giorno aveva regalato i tre frutti alla figlia.

Bolot decide di seguire la sciamana al di là dello steccato, nel frutteto, dove vivrà un’esperienza mistica di ritorno all’infanzia e connubio con i suoi familiari. Parallelamente, la moglie di Bolot si fa guidare anch’essa dalla sciamana verso la riscoperta delle proprie percezioni, le sue labbra toccano la neve, il suo corpo abbraccia un albero, per la prima volta sorride.

Il film di Victoria Yakubova narra di come sia necessario il ricordo delle proprie radici per progredire e superare i momenti più difficili.
Olma Djon

Olma djon: La monotonia del silenzio

Il film di Victoria Yakubova sembra voler immergere lo spettatore nella monotonia e nel silenzio della non-comunicazione lasciando in primo piano i suoni diegetici delle azioni dei personaggi. Si percepisce il silenzio avvolgere la casa e gli effetti che questo ha sulle azioni dei personaggi; sembra quasi che facciano più rumore appositamente per riempire il vuoto, sonoro ed esistenziale, che li circonda.

La pellicola ci offre anche un’esperienza immersiva sulle pratiche sciamaniche orientali: gli stregoni sono sensitivi che, con l’aiuto di agenti esterni quali allucinogeni o alcool, cadono in uno stato di trance, nel quale dicono di poter visitare il passato e il mondo dei defunti per poter guarire un ammalato o risolvere una situazione problematica, battendo ossessivamente colpi sul loro tamburo. L’esperienza è di tipo onirico: il soggetto ipnotizzato scava dentro se stesso per scoprire dove il blocco, l’errore, il male si è originato per poi conoscere, al risveglio, la fonte del malanno.

Olma Djon di Victoria Yakubova narra di come sia necessario il ricordo delle proprie radici per progredire e superare i momenti più difficili.
Olma Djon

Fotograficamente il paesaggio spoglio accentua il senso di vuoto e sospensione. Nella scena finale, a conclusione del risveglio esistenziale dei due genitori, la famiglia è diversa. Sholpan si fa coccolare tra le braccia del padre, a sua volta accarezzate dalla madre, in una composizione che ricorda una natività rovesciata.

Olma djon: Le parole della regista

 

«It tells the story of finding again Our Roots. We are as trees, and if we want our branches to grow upper in the sky and give us fruits, we must go deeper to the earth and take care of our roots».

In definitiva, il film, come scrive la regista, narra la storia di ritrovare le proprie radici. Noi siamo come gli alberi, e se vogliamo che i  rami crescano alti fino al cielo dando i loro frutti, dobbiamo scendere sotto terra per prenderci cura delle nostre radici.

Leggi anche: Philophobia, una sconfinata crudele giovinezza

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