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I Vitelloni – Il dramma degli eterni Peter Pan e il salto fuori dal cerchio

Cento anni fa, il 20 gennaio 1920, nasceva a Rimini Federico Fellini, forse il regista italiano più famoso al mondo. Visionario, lirico e intramontabile Fellini. I suoi film possiedono un fascino immortale, indagatori delle contraddizioni e delle fragilità umane, tra satira e malinconia. I vitelloni (1953) è uno dei tasselli principali del mosaico felliniano, e il suo finale possiede un fascino amaro, come una tazza di caffè senza zucchero, ma dannatamente magnetico e attuale.

Il “vitellone” è un termine usato negli anni Cinquanta a Pescara, città natale dello sceneggiatore Ennio Flaiano, per indicare i giovani che trascorrevano la giornata a bighellonare, senza lavorare.

Fellini visionario descrive la realtà della provincia italiana nel dopoguerra e il dramma dei vitelloni che non riescono a crescere.
Locandina del film

Rimini. Cinque ragazzi benestanti conducono una vita spensierata, immacolata da responsabilità e impegni, tra concorsi di bellezza, partite al biliardo, chiacchiere al bar, amori futili. Alberto (Alberto Sordi), infantile, mammone e geloso della sorella Olga (Claude Farell), Moraldo (Franco Interlenghi), che ama le passeggiate notturne solitarie, Leopoldo (Leopoldo Fabrizi), aspirante commediografo, Riccardo (Riccardo Fellini), la cui unica preoccupazione sembra essere quella di poter ingrassare e infine Fausto (Franco Fabrizi), «capo e amico spirituale».

Quest’ultimo è obbligato a sposare la bella Sandra (Leonora Ruffo), sorella dell’amico Moraldo, vincitrice del concorso di bellezza “Miss Sirena 1953”, perché rimasta incinta. Fausto sembra aver messo la testa a posto: ha moglie, un impiego in una bottega della città; tuttavia, come si dice, il lupo (in questo caso il vitellone) perde il pelo, ma non il vizio. È un inguaribile cacciatore seriale di donne e continua imperterrito a flirtare sotto il naso della devota Sandra, che sfoga il suo dolore in pianti continui.

Il ragazzo non si lascia sfuggire l’occasione di “fare piedino” e inseguire fino a casa una donna conosciuta al cinema, mentre era seduto accanto a Sandra; provarci spudoratamente con la moglie del datore di lavoro, perdendo tra l’altro il posto fisso, e infine passare una notte con una ballerina. Sandra esausta scappa, Fausto la cerca con i compagni e quando finalmente la trova sembra aver imparato la lezione.

Sembra, appunto.

I vitelloni

Commedia e dramma si intrecciano poeticamente e Fellini sembra avere uno sguardo compassionevole verso i protagonisti della pittoresca e delicata narrazione: cinque ragazzi che creano con le loro stesse mani una prigione di primo impatto dorata, da cui dicono di voler scappare, partire, per andare lontano, a Milano come afferma Fausto all’inizio, o forse in Brasile come dice Antonio ubriaco dopo la festa di carnevale.

Ma alla fine, l’unico che trova il coraggio e la maturità di uscire dal paese dei balocchi, dalle giornate piene di niente, è Moraldo, che prende un treno da solo verso l’ignoto, l’età adulta.

Moraldo è l’unico che compie il salto fuori dal cerchio, pagando l’indipendenza con la solitudine.

Fellini è un abile demiurgo ed esplicita le ipocrisie e i capricci dei vitelloni. Un pizzetto non può rendere Leopoldo un uomo, se poi corre a gambe levate davanti al barlume di speranza di un successo teatrale. Una fede al dito non trasforma Fausto in un buon marito.

Simbolico e umoristico è il cosiddetto gesto dell’ombrello fatto da Alberto a un gruppo di lavoratori della terra, che sbeffeggia in quanto tali.

Alberto Sordi

Fellini coglie perfettamente il circolo vizioso da cui i ragazzi con un certo tenore di vita della provincia italiana non riescono, non vogliono staccarsi, come nel dopoguerra, così oggi, in numerose realtà. A meno che non abbiano il coraggio e il carisma represso, e rilasciato alla stazione, metafora del viaggio di scoperta e di crescita, del buon Moraldo.

I vitelloni sono i ragazzotti della ripresa socio-economico del dopoguerra, sguazzano nel benessere della provincia italiana degli anni ’50. I figli di mamma e papà che non vogliono crescere e si ritrovano ad accontentarsi della mediocrità aurea di bar, feste e amori sterili, privi di sostanza.

I vitelloni sono “vorrei, ma non posso”.

Fellini non giudica, non punta il dito contro i suoi personaggi, ma ha un occhio di compassione agrodolce verso questi ragazzi che hanno paura di diventare adulti, cadere e proseguire con le ginocchia sbucciate e le lacrime agli occhi, ma maturando, come una dolcissima albicocca al sole di giugno.

Moraldo è da considerarsi una mosca bianca, perché il suo desiderio di evasione, di dare un senso alla propria esistenza, oltre al caffè al tavolo, lo porta, dopo numerose passeggiate notturne in solitaria, al binario senza ritorno. Nel personaggio pensieroso e malinconico si può intravedere la figura di Federico Fellini, che ha lasciato la vita di provincia per dedicarsi completamente alla nobile arte del cinema, la musa che lo ha consacrato a diventare il grande regista che come un raffinatissimo neo abbellisce il volto d’Italia.

Guido: «Moraldo? Dove vai? Parti?».
Moraldo: «Guido? Sì, parto».
Guido: «E dove vai?»
Moraldo: «Non lo so, parto, non lo so».
Capostazione: «In vettura, in vettura. Vai!».
[Il treno parte]
Guido: «Ma che cosa vai a fare allora?».
Moraldo: «Non lo so. Devo partire, vado via».
Guido: «Ma non stavi bene qua? Ciao Moraldo, ciao! Addio!».
Moraldo: «Addio, Guido».

Parole, soltanto parole, bugie raccontate e frasi fatte, per ritrovarsi in cinque, poi in quattro (Eravamo quattro amici al bar, cantava Gino Paoli…), seduti, incatenati al solito tavolo a dirsi le solite cose, come ogni solita dannata sera. Questo è il dramma dei vitelloni, eterni Peter Pan, che non osano spiccare il volo, per restare incatenati all’Isola che non c’è della provincia.

Leggi anche: Il Finale de La Dolce Vita – Possono due vite agli antipodi comunicare?

Camilla Giordano
Classe 1995, genovese, appassionata di cinema, viaggi e poesia.

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