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Sul Significato di Stalker, A. Tarkovskij – Eppur questo non basta

«Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati».

(Rm 8,35-39 – La Sacra Bibbia)

Potremmo intendere l’intero significato di Stalker (che non è, diciamolo subito, un film sullo stalking) per mezzo di un’unica espressione: «il cinema è una preghiera». Una preghiera letta e riletta, ogni volta che l’opera viene attraversata. In effetti, ogni scena sembra essere stata innanzitutto vista, e soltanto alla fine restituita, come un regalo che proviene dall’alto. Lo svolgimento lento, esasperato dalla scenografia e dai lunghi tempi di attesa, conferisce a tutto il film i tratti di un’invocazione, di una supplica che si solleva dal basso sempre più in alto, in speranza e fede, e che piomba giù, ancora una volta, nell’angoscia da cui era nata. 

Al principio non vi è colore, ma un giallo seppia che dipinge il bar, la strada, la casa umida e povera. Una tremenda solitudine, insostenibile, ha ingoiato persino le cose: quest’ultime appaiono sporche, senza luce, ma ancora dignitose. Soltanto dentro la Zona gli oggetti guadagnano colore, come fossero stati liberati dall’indifferenza dello sguardo oggettivo, e riportati alla coscienza più carichi, più potenti, più distinti. Non troveremo mai in Stalker un solo gesto non necessario, superfluo, un solo oggetto abbassato al rango di mera presenza: tutto, infatti, ha un significato. Dal bicchiere che trema sul tavolo, alla porta socchiusa adagio, per non svegliare la moglie e la figlia; dal lungo primo piano del viaggio sul carrello, fino all’auto-incoronazione dello Scrittore; la moglie, la figlia, il cane.

Di contro alla convinzione che tutto sia economico, materiale, sociale, Tarkovskij ridona senso alla spiritualità, come fondamento inesauribile dell’essere umano.

Il quotidiano, il basso, pare essere stato benedetto e così salvato: non vi è distanza tra il sacro e il profano. Piuttosto il profano necessita, per essere rappresentato, del sacro. Il cinema di Tarkovskij diventa quindi un’esperienza estetica, e a tratti estatica (come nel “sogno mistico” dello Stalker) del sacro.

Stalker non è un film religioso, ma terribilmente spirituale: dico “terribilmente” perché la spiritualità deve coincidere – a volte senza scarto – con l’esperienza più sofferta della solitudine. Certo, può sorgere da uno stato di quiete, dopo un grande dolore; oppure nascere alla fine di una vita di eccessi, come conseguenza di uno slancio nuovo verso l’esistenza. Più spesso, però, è un sacrificio che dura nel tempo, e che si svolge ritirato, nell’eco di una voce intima, personale, di rado comunicabile.

Tutto il cinema di Tarkovskij è davvero, in questo senso, una preghiera costante, uno sforzo sempre rinnovato di raggiungere vette più alte, superiori. La sua ontologia non è simbolica, ma metaforica: non vi sono segni che rinviino a un significato non manifesto, ma immagini che sono già significati vivi. Noi camminiamo, mutiamo e periamo in questi significati, li attraversiamo, ma per lo più vi passiamo soltanto accanto.

Stalker: Il desiderio come schiavitù

La Zona è uno spazio reale, vicinissimo alle cose del mondo – lo scenario fantascientifico che era presente in Solaris (1972) è qui quasi assente – e tutto in esso fa pensare a un ambiente che un tempo fu di qualcuno, e che ancora conserva, tra le sterpaglie, tracce di vita umana. Al contempo è surreale, perché fatto per evocare altro: è uno specchio nel quale ci si può specchiare.

In effetti dalla Zona devono esservi passati in molti. Esiste forse un uomo, in tutta la terra, che non sia mai stato mosso da desiderio? Può esistere, al mondo, un’infelicità che si accontenti di se stessa, e che non cerchi invece di attaccarsi al sogno di una vita felice? Se il desiderio è, con Hobbes, una passione del corpo, può forse esistere un desiderio eticamente finalizzato? Un desiderio sciolto dalle infinite catene alle quali, per sua natura, si lega? Un desiderio, che possa liberarci dal desiderio? 

Dopo la caduta di quel fantomatico meteorite, «cominciò a correr voce che ci fosse un posto, nella Zona, dove si esaudivano i desideri». Ma in realtà non si trattava di quei desideri ai quali crediamo con orgoglio di aspirare, bensì di tensioni sublimate (il Porcospino, mentore dello stalker, morì suicida, ricchissimo, all’ombra del più materiale dei desideri), ambizioni egoistiche e mondane: piccoli onori, piccoli poteri, piccole ricchezze. Soltanto questi possono chiamarsi desideri.

Scrittore: «Vorrà denaro, una donna, o la vendetta; desidererà che il suo capo venga schiacciato da una macchina, questo magari sì, ma il dominio del mondo, una società giusta, il regno di Dio sulla terra…questi non sono desideri: sono ideologie, categorie, concetti».

Lo Scrittore è l‘artista disincantato, che ha smesso di creare perché schiacciato, umiliato, strumentalizzato e infine esiliato dalla società e dalle sue fitte schiere di funzionari scelti. In che cosa può essere utile un artista, se la produzione capitalistica è una catena di montaggio che si riproduce nell’istante stesso in cui dovrebbe fermarsi? L’artista, in fondo, è utile quanto il profumo di un fiore. La macchina sociale e culturale si ripete, sempre uguale, divenendo un meccanismo che partorisce in serie cose diverse, ma nulla di nuovo. La morsa del desiderio, estensione dell’istinto animale, uccide lentamente chiunque tenti di minacciarne la logica, di declinarla in qualcosa d’altro.

Il Professore, invece, non ha alcuna ispirazione da far risorgere. Aspira piuttosto a vincere un Nobel, ma scopriremo soltanto alla fine che il suo vero interesse è distruggere la Stanza, per evitare l’uso indiscriminato che l’umanità potrebbe farne: distruggerla con la sua piccola bomba atomica. Senza dubbio vi è un riferimento, non esplicito, alla Scienza come panacea di tutti i mali – colei che conosce e soprattutto disconosce. Il pragmatismo dello scienziato, infastidito dalle paturnie dello Scrittore, è il sintomo di un’esclusività non solo sentita, ma ormai chiaramente sostenuta, come evidenziano le aride (e poche) risposte restituite allo Scrittore.

A “morire” per primo in questo viaggio è proprio lo Scrittore, che in verità muore solo figurativamente, in quanto riesce a superare tutte le “prove” della Zona: lo scopriamo vittima assoluta degli altri («giornalisti, redattori, critici, femmine») i quali divorano non solo il bene, ma anche il male: praticamente tutto ciò che è. Il desiderio appare qui ben più di un bisogno primario, è, con Jacques Lacan, «desiderio dell’Altro», desiderio di essere desiderato, desiderio di essere riconosciuto.

Impariamo quindi che la natura del desiderio è più complessa di quanto crediamo: il desiderio è eminentemente sociale, extra-personale, legato agli altri.

Lo Scrittore, “Stalker”, A. Tarkovskij

Scrittore: «Un tempo pensavo che qualcuno sarebbe diventato migliore grazie ai miei libri….ma se non servo a nessuno! Creperò…e dopo due giorni mi avranno già dimenticato e cominceranno a divorare qualcun’altro. Io pensavo di cambiarli e invece sono stati loro a cambiare me. Mi hanno cambiato a loro immagine e somiglianza».

In questo riferimento, ribaltato, alla Genesi biblica, l’individuo non è più a immagine e somiglianza di Dio, ma a immagine e somiglianza degli altri. Dio non è più presente in quanto Padre dell’uomo, increato, ma si identifica con la sua creatura, con l’Umanità intera: un’umanità parassita che si nutre dei suo fratelli. Dio è un’invenzione, un marchingegno sperimentato dagli uomini per renderli servi, in verità, degli altri. E morire, quindi – o più violentemente crepareè innanzitutto essere dimenticati: giacché non è tanto nella morte – con Pasolini – che si perde la possibilità di essere compresi, ma è nella vita che questa impossibilità è esperita, ed è quindi dolorosa.

Stalker: Il desiderio come vocazione

In Freud, la rimozione è la delusione del desiderio. La Zona sembra riportare a galla il desiderio, promuoverlo, realizzarlo. La mancata soddisfazione di desideri repressi genera la malattia, mentre la felicità appare – ai più – come il soddisfacimento costante di ogni nostro desiderio (o anche solo il potere di soddisfarli, come ha brillantemente intuito Hobbes). Ma se dobbiamo rispondere affermativamente alla domanda iniziale, se quindi dobbiamo dire che sì, può esistere un desiderio eticamente finalizzato, che possa guidarci in una vita attiva, produttiva e soprattutto giusta – per noi e per gli altri -, allora dobbiamo guardare al desiderio non più come a un capriccio del singolo, come alla mera cupiditas umana, ma come a una vocazione, che non intralcia la vita, ma ne dirige il cammino, portandola a compimento.

Il desiderio si libera così di quel marchio artificiale, imposto dal consumo, e diventa matrice d’identità: io sono ciò che desidero. E ciò che desidero è ciò che circoscrive, a priori, il mio muovermi nel mondo, l’intero senso della mia vita. Lo Scrittore e il Professore sono uomini diversamente infelici: non sono anti-eroi, né tanto meno eroi, ma uomini incapaci di trasfigurarsi, di sintetizzare le proprie posizioni antitetiche, di guardare oltre le proprie convinzioni: schiavo è colui che non sa reinventarsi, che cede all’angoscia generata da false tensioni, da inautentici desideri.

Schiavo (di una passione, di una persona, di un punto di vista) è colui che è senza vocazione, senza una stella da seguire – il che è lo stesso di dire: colui che non ha ricevuto alcuna chiamata, e che non può dare alcuna risposta.

Ben al di là della loro sfera personale, lo Scrittore e il Professore indossano le vesti di due stereotipi (il primo dell’intellettuale polemico e il secondo del ricercatore accademico) che si trovano l’uno di fronte all’altro, in un dialogo aperto e infinito, accompagnati da un uomo senza etichetta: uno stalker, ovvero colui che è destinato a “inseguire” (to stalk) un oggetto irraggiungibile, furtivo, come furtivo è il suo modo di stare al mondo. Uno stalker è, in tutto e per tutto, il superamento dell’uomo come macchina desiderante (che desidera, soddisfa e nuovamente desidera), e il recupero dell’uomo come spirito che si esaurisce nella stessa ricerca, e si appaga non di ciò che ottiene, ma di ciò che è in grado di immaginare, e di rappresentare.

Tuttavia si capisce anche per quale ragione Tarkovskij concepisca lo stalker come «un eterno carcerato»: egli può guardare soltanto attraverso le sbarre la pienezza di una vita che non può vivere. Perduta ormai ogni cosa, non ha più desideri per sé, ma soltanto – come un «condannato a morte» – fede e speranza per gli altri.

Con Stalker (1979), Tarkovskij rivolge una "preghiera" a tutti coloro che sapranno riceverla: un inno all'arte, all'umanità e alla vita.
Una delle scene iniziali di “Stalker”, A. Tarkovskij

Il suo insegnamento procede controcorrente rispetto alle leggi umane (rispetto alle scoperte scientifiche, ma anche rispetto all’andamento storico e culturale in cui vive): egli segue, con integrità e compostezza, le cangianti leggi della vita. Il suo è un richiamo alla fragilità come principio dell’esistenza: principio opposto alla resistenza e al contrasto. La vita consiste nel saper lasciare andare. 

Stalker: «Che diventino indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza e la forza è niente. Quando l’uomo nasce, è debole e duttile. Quando muore, è forte e rigido. Così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile. E quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagni della morte. Debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito, non vincerà».

In Così parlò Zarathustra, nell’ultima delle tre metamorfosi dello spirito, Nietzsche richiama alla trasformazione del leone in fanciullo: si tratta del passaggio da una vigorosa e orgogliosa liberazione – il «no sacro» del leone – a una creazione in grado di dire di sì, per la prima volta, attraverso «il primo moto» di un inizio nuovo, finalmente aderente alla vita dopo la fine degli eterni. A questo riguardo, lo Stalker è profondamente nietzschiano: soltanto l’oblio (il saper lasciare andare, appunto), caratteristico della leggerezza infantile, permette di ricostruire e di rinnovare la vita.

Ma è proprio sulla concezione della vita che le due posizioni, da vicine, si allontanano. Nietzsche sostiene fino alle sue estreme conseguenze il principio vitale – interno alle funzioni organiche del corpo – dello sfruttamento di ciò che è più debole, e della sopraffazione di ciò che resiste. La vita è innanzitutto violenza, scontro di forze che bramano di imporsi l’una sull’altra.

«Su questo punto occorre rivolgere radicalmente il pensiero al fondamento e guardarsi da ogni debolezza sentimentale: la vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel più temperato dei casi, uno sfruttare. […]. Lo “sfruttamento” […] concerne lessenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica, è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita».

(Friedrich Nietzsche- “Al di là del bene e del male”)

E se lo Stalker può identificarsi, per primo, con l’Oltreuomo nietzschiano che si innalza al di sopra del gregge, al contempo egli non può trovare pace nell’ammissione di una storia senza scopo, e di un umanità fine a se stessa: la sua non è certo “debolezza sentimentale” che non vuol vedere il male – lo Stalker sente la gravità del mondo – ma fede che vede, nel male, soltanto una negazione del bene.

La speranza è ciò che mette in moto la storia: la violenza, la sofferenza, la solitudine di chi ha subito, la solitudine di chi ha commesso hanno inflitto ferite al mondo, ma soltanto in superficie. Lo Stalker è l’unico a vedere – platonicamente – l’infelicità nel male, e la felicità nel bene: «non può esserci felicità nell’infelicità altrui». In questa massima, ingenuamente donataci a un passo dalla Soglia, è racchiusa tutta l’etica di Stalker. Sbaglieremmo se la definissimo (in quanto identifica bene e felicità) la stessa etica di Cristo?

Stalker: Il cupo e fosco fuoco

Avere fede, di fronte all’incertezza; essere buoni, di fronte all’inimicizia; perdonare, di fronte all’oltraggio. È ancora possibile distogliere lo sguardo da noi stessi e pregare per gli altri? È possibile. Il rapporto dello Stalker con la Zona è idolatrico, quasi feticistico. Ogni passo è ponderato, ogni azione meditata e ragionata; ogni tentativo di disobbedienza è reciso, riportato al proprio posto, rimproverato, ma come si rimprovera l’incoscienza di un bambino. Il rispetto che egli riserba per quel pezzo di terra senza uomini, e per i misteriosi indizi, per il vento che si alza (la natura che parla?), e per l’acqua che scorre, che sommerge ogni conoscenza, frutto di superbie e di vanità, è il rispetto che nasce quando si è smesso di comprendere, e si può solo provare a credere.

Se potessimo conoscere come Dio, sub spaecie eternitatis, tutto sarebbe già dispiegato, e non vi sarebbe alcun dispiegarsi: non vi sarebbe la percezione del tempo, ma l’inizio e la fine, come due punti sovrapposti, sarebbero già stati visti.

Avremmo già visto, prima di aver vissuto, l’inesorabile ripetersi dei nostri sbagli, il consumarsi del corpo, la vanità dei desideri – che visti dall’alto sono fuochi fatui. A noi, piuttosto, è richiesto soltanto di ascoltare, o di dare voce, a quei «rarissimi spazi, e sovrumani silenzi» leopardiani che si percepiscono di tanto in tanto, al di là del filo spinato. Soltanto in questi luoghi – della mente e del corpo -, ci è dato di liberare il mondo dal tempo, e percepirlo eterno, unificato, armonico.

Impareremo a essere Stalker, imprigionati dentro le cose, costretti a una vita di stenti, e di desideri? Impareremo a essere Stalker, e a portare la croce che non può pesare a chi è davvero diverso? La croce della differenza è infatti non-ripetizione, libertà. Infine, deboli e stanchi, saremo pronti a non combattere, ma a ricordare soltanto, «il cupo e fosco fuoco» che non abbiamo saputo trattenere?

Con Stalker (1979), Tarkovskij rivolge una "preghiera" a tutti coloro che sapranno riceverla: un inno all'arte, all'umanità e alla vita.
Martyshka, “Stalker”, A. Tarkovskij

Le parole di Tjutčev si aprono a un’intonazione infantile, e per questo depurata: vengono lette dalla piccola Martyshka, come se Tarkovskij lasciasse a lei il potere di realizzare il destino del padre. Come una preghiera rivolta agli uomini, che ha scritto Dio.

«Amo gli occhi tuoi, amica mia,

il loro gioco, splendido di fiamme,

quando li alzi all’improvviso

e, con un fulmine celeste,

guardi di luce tutt’intorno.

Ma c’è un fascino più forte:

gli occhi tuoi rivolti in basso,

negli attimi di un bacio appassionato

e, fra le ciglia semichiuse,

del desiderio, il cupo e fosco fuoco».

Fëdor Ivanovič Tjutčev )

Leggi anche: Lo Specchio di Tarkovskij – Tra immagini implose e memoria

Sara Provenzano
"La semplice poesia forse discende, distratta come cala al viaggiatore, entro l'arida folla di un convoglio, la mano sulla spalla di un ragazzo" - Sandro Penna

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