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The Irishman e la banalità del Male

Ci sono due momenti, nell’ultimo capolavoro di Scorsese, che mi hanno fatto sorridere e al contempo sentire vuoto, finito, come se anche io, all’improvviso, mi fossi ritrovato ad avere ottant’anni, come il regista, De Niro, Pesci, Pacino e Keitel.
Ora, a dispetto del titolo, questo articolo non vuole ergersi a paragone con il famoso saggio di Hannah Arendt La banalità del male (1963), ma semplicemente cercare di capire cosa sia successo nel lungo arco di tempo fra Quei bravi ragazzi e The Irishman, per far sì che Scorsese & Co. dipingessero il Male in maniera così diversa.

Ma quali sono queste due scene? Vediamole insieme.

La scena del pestaggio: come cambia la violenza

Questa scena ha dato adito a molte critiche, secondo me immotivate. Riassumiamola brevemente: il personaggio di De Niro, Frank Sheeran, iper-protettivo nei confronti della figlia Peggy, aggredisce il proprietario di un negozio fuori dallo stesso, sul marciapiede e davanti a decine di passanti, perché lui si era permesso di spingere sua figlia durante una discussione.

Fin qui nulla di strano, considerando che stiamo parlando di un contesto malavitoso e di criminalità simile a quello che Scorsese e De Niro avevano già affrontato con Mean Streets, Quei Bravi Ragazzi e Casinò. Ma sta proprio qui, invece, la prima grande differenza tra The Irishman e i primi tre film di quella che potremmo tranquillamente definire una tetralogia.

De Niro non picchia duro. Per niente, anzi. Siamo ben lontani dalla violenza esuberante, strafottente, divertita a cui eravamo stati abituati dai suoi personaggi precedenti. Frank Sheeran è goffo, maldestro, annoiato, imbranato addirittura, in quei calci dati controvoglia, a rallentatore, al malcapitato di turno. Molti hanno alzato un polverone, perché “il ringiovanimento digitale non serve a niente se tanto l’attore ha ottant’anni e non riesce più a muoversi!”.

Grazie a due scene, Scorsese in The Irishman rivela l'essenza del suo ultimo film, raccontando ciò che lui e suoi personaggi sono diventati.
Martin Scorsese sul set di “The Irishman”

Il canto del cigno di Scorsese

Davvero questi esperti di Cinema credono che Martin Scorsese non abbia pensato a una cosa del genere? Invece è proprio che lì che sta il genio. È proprio lì che sta il canto del cigno, di un regista, di un gruppo di attori, di un’epoca.

In Quei Bravi Ragazzi, tanto per citarne uno, non erano solo i personaggi a essere giovani. Lo erano gli attori che li interpretavano e il regista stesso, lo era il genere dei Gangster Movie, così come il pubblico di Scorsese. Nessuno di loro, giustamente, rifletteva ancora davvero sul Tempo che passava, sulla Morte che incombeva.

Già, Tempo e Morte. La loro inesorabilità.  Ecco i temi cardine di The Irishman.

Perché quindi questa scena è stata girata così? Perché, come dice Joe Pesci quando siamo quasi arrivati alla fine della pellicola, «It is what it is».

Tutto, in The Irishman, è ineluttabile, come appunto il Tempo che passa e la Morte che si avvicina. A ottant’anni ci pensi, ci fai i conti ogni giorno, e Scorsese e De Niro lo sanno bene.

«Tutto il film, tutta la storia riflette su come siamo quando invecchiamo».

(Robert De Niro)

Loro, il loro Cinema, e di conseguenza le storie e i personaggi che raccontano, sono al tramonto. Non è più il tempo di divertirsi con la violenza fine a se stessa, della scalata al potere “no matter what”. È arrivato il momento di fare i conti con le proprie scelte, di accettare, semplicemente, il meccanismo in cui si è scelto di vivere e di entrare volontariamente, perché ormai non c’è più niente da fare, niente da cambiare, e la violenza è quella che è: semplice violenza.

Senza fascino, senza appeal. Ma goffa perché nella vita la violenza è sempre goffa, il Male è sempre banale; è solo un mezzo per raggiungere un fine, ma quando invece del fine hai vicina la Fine, ti rendi conto che tutte le tue scelte sbagliate non sono servite a niente, se non a ridurti – e per questo adesso arriviamo alla scena madre di The Irishman – solo.

A morire da solo, senza amici, in una casa di riposo, armato di nient’altro se non di un codice d’onore che hai scelto o che ti ha scelto, senza possibilità di fuga. Quell’onore è l’unica cosa che ti resta. E ti ci aggrappi, con tutte le forze, fino all’ultimo, perché hai paura, paura di essere giudicato per quello che sei e che sei stato: un uomo violento e banale.

Realtà e finzione si confondono

Finché, alla fine dei tuoi giorni, non vieni preso dalla paura del giudizio più importante di tutti: quello di Dio, non più quello della legge e della famiglia; e non decidi di rilasciare un’intervista che poi diventa un libro che poi diventa un film… Sì, sto mischiando volontariamente il Frank Sheeran cinematografico, quello realmente esistito insieme a Scorsese e De Niro che hanno deciso di portarlo sullo schermo, perché qui sta il punto, nei conti che tutti noi, veri o fittizi, dobbiamo fare con le nostre scelte e il nostro passato a un certo punto della nostra vita.

La scena in casa di riposo – Ridere prima, riflettere dopo

The Irishman

Agente FBI: «He’s dead».

Frank Sheeran: «Who’s dead?».

Agente FBI: «Your attorney, Mr. Ragano».

Frank Sheeran: «He’s dead?».

Agente FBI: «Yeah».

Frank Sheeran: «Who did it?».

Agente FBI: «Cancer».

Basterebbero queste parole, questo meraviglioso scambio di battute, per porre fine alla mia riflessione. Quando la scrittura è così potente, non serve aggiungere altro.

Sta tutta qui la banalità del Male: quando esso si sente così superiore alle leggi della natura, di Dio, da non voler accettare di essere stato sconfitto dal Male vero, quello del Tempo, della Morte, della Malattia. Frank Sheeran scopre dagli agenti dell’FBI che il suo legale è morto, e le sue scelte, le sue azioni, quel meccanismo di cui parlavamo prima, lo portano a pensare automaticamente che deve per forza essere stato ucciso da qualcuno, non da qualcosa. Questa è stata la sua vita, questo è quello a cui è sempre stato abituato: uccidere o essere uccisi, perché «It is what it is».

E invece non va sempre così. C’è un Male che non è banale, c’è una violenza che non è goffa e vuota, ed è quella della Natura. È probabilmente grazie a questo scambio di battute che Sheeran capisce di aver perso contro il Tempo che passa; insieme all’altra meravigliosa scena in cui la giovane infermiera non riconosce Jimmy Hoffa in foto: dopo tutto quello che hanno fatto, dopo le pagine di Storia che hanno scritto, il loro destino è essere dimenticati.

La Poesia di The Irishman

Quando ho sentito queste battute al Cinema ho riso, come del resto tutta la sala, ma poi ho percepito in me e in tutti i presenti il gelo, quello vero, quello che non ti fa dormire la notte: noi uomini ci sentiamo sempre così potenti, quando invece possiamo solo arrenderci di fronte all’inesorabilità con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti.

Martin Scorsese e i suoi attori ci hanno fatto i conti a modo loro, attraverso l’unico meccanismo che conoscono, dettato dalle loro azioni e scelte di vita, così come funziona per i loro personaggi, così come funziona per tutti noi.

Per fortuna loro lo hanno fatto attraverso l’Arte, attraverso l’ultimo atto di quella poesia che è il loro cinema.

E finché ci sarà questa poesia nelle nostre vite, noi possiamo rimandare il saldo del nostro conto e trovare in essa la nostra pace, la nostra catarsi.

Leggi anche: Perché in The Irishman non ci sono i Rolling Stones

Claudio Pellerito
Nato a Palermo nel ‘93, sono un attore diplomato alla Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano nel 2017.

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