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L’Inferno – Come non usare Dante per leggere Il Buco

Il buco (El hoyo- 2020) fa la sua comparsa su Netflix nel mese di marzo. Il film incassa in Spagna 218.000 euro, 75.400 nella prima settimana di programmazione, e guadagna a livello mondiale circa 592.000 dollari.

Apprezzatissimo dal pubblico, che ne elogia l’aculeata critica sociale, strizza l’occhio alla letteratura (coi riferimenti al Don Chisciotte di Cervantes), propina sorsate di antropologia, sociologia ed economia, e riporta alla memoria di molti L’Inferno dantesco; questo, sicuramente, un abbaglio madornale.

Al di là dell’inevitabile deprezzamento del lavoro di Dante, anche il film piomberebbe nel fraintendimento, se la sua lettura venisse effettuata attraverso le lenti rosa della Commedia, che fu “divina” solo in seguito, per attributo di Boccaccio.

Addentrandoci nella struttura dell’Inferno e del Buco, sarà possibile metterne in luce le profonde differenze, e sperare di riemergere vivi con la nostra panna cotta di significati ben stretta fra le mani. Vi invito alla discesa.

Se ci svegliassimo nell’Inferno di Dante, abiteremmo una enorme voragine a forma di imbuto collocata nell’emisfero settentrionale della terra, sotto Gerusalemme. A differenza del Purgatorio, che ha locazione terrestre, e del Paradiso, che è un luogo ultramondano, l’Inferno è un regno ipogeo strutturato in cerchi che divengono più stretti a mano a mano che si scende, perché minore è il numero dei dannati che li abita. Ugualmente, il risveglio nel Buco metterebbe in chiaro una struttura a piani, ma, diversamente, questi non variano nelle dimensioni né nel numero di residenti.

La struttura fisica dell’Inferno, così come in generale quella dell’Universo, è segno della struttura etica che Dante attinge dalla cultura del suo tempo, quella aristotelico-tolemaica, interpretazione dell’Etica Nicomachea per mano cristiana di Tommaso d’Aquino.

Attraverso uno sguardo alla Commedia di Dante, si propone la lettura del Buco, che metta in evidenza l'essenziali discromie con l'Inferno.
Sandro Botticelli-La carta dell’Inferno

La distribuzione delle anime nei vari settori segue la loro tendenza al male e il modo in cui esse ebbero peccato. La triste discesa alla natural burella è retta dal principio di gravità delle colpe, che dai primi piani incalza fino al termine dell’imbuto dove, mentre mastica Bruto e Cassio (traditori dell’Impero) e Giuda (traditore di Cristo), troneggia l’angelo portatore di luce, traditore di Dio. La destinazione a un dato girone è permanente ed eterna, come recita l’iscrizione sulla sommità della porta infernale:

«Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente».

(Inferno, III, 1-4)

Troviamo dunque una prima, fondamentale, differenza fra l’albergo infernale e quello del Buco: il principio che regola la distribuzione dei loro ospiti. Se l’Inferno si abissa seguendo un ordine di gravità, il Buco è governato dal principio di casualità, essenziale all’indagine che esso propone. Così come la vita tormenta gli uomini per la sua imprevedibilità, anche nel Buco non si può indovinare su quale piano ci si desterà il mese successivo, e questo scatena una lotta alla sopravvivenza che la società odierna ha sviluppato in forme e proporzioni proprie, ma che l’uomo da sempre, come ogni altro animale, ha inscritto nel proprio corredo genetico. Da qui, l’istinto di fagocitare più cibo possibile, e la sordità al tintinnio della chiave che conduce alla fine del labirinto: l’accontentarsi, poco ciascuno, della propria razione.

Torniamo all’Inferno, e troviamo che le pene che abbattono le anime seguono la legge del contrappasso, secondo il quale il condannato riceve, tramite conferma o rovesciamento, una punizione rispondente alla vera essenza dello stesso. Così, i lussuriosi sono trascinati da perenne bufera e i golosi giacciono nel fango lacerati da Cerbero, cibandosi mai sazi di maleodorante lordura:

«Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante».

   (Inferno, VI, 34-39)

Dante riconosce Ciacco fra i Golosi

Dunque, i dannati dell’Inferno sono divisi lungo il cono per diversità di colpa, ma aggregati nei cerchi per uguaglianza della stessa; certo non c’è anima all’Inferno che non “lo meriti” (le virgolette sono d’obbligo, se respiriamo fuori dall’aere cristiano e ci immergiamo in un’etica puramente laica).

Questo non vale per i residenti del Buco. A poco a poco che si scoprono nuovi ospiti, si comprende che l’edificio verticale può racchiudere sia individui “innocenti” (tale è il protagonista del film, Goreng, volontario della sperimentazione), sia gente che si è sporcata di qualche azione criminosa, dal furto di una mela all’omicidio colposo (come il sig. Trimagasi, un vecchio con un lungo coltellaccio affilato). Questo perché il Buco non è un universo punitivo, ma il corrispettivo, miniaturizzato ed esasperato, del mondo della vita in cui si muove ogni animale grazioso e benigno.

Così, come nessun uomo ha colpa o merito di venire al mondo, non importa essere retti o malevoli per andare nel Buco, e nessuno è sottoposto a un diverso trattamento rispetto agli altri.

Ma se le condizioni del Buco sono per tutti le stesse, un elemento differenzia i visitatori: quello che decidono di portare con sé.

Goreng: «Io ho scelto un libro, ma non so cosa ha scelto lei».

Sig. Trimagasi: «È ovvio…il Samurai Plus!».

 

Attraverso uno sguardo alla Commedia di Dante, si propone la lettura del Buco, che metta in evidenza l'essenziali discromie con l'Inferno.
L’attore Zorion Eguileor, interprete di Trimagasi

Se i dannati non possiedono beni, e di fronte alle pene hanno tutti gli stessi strumenti (invero, hanno tutti nessuno strumento), i personaggi del Buco sono individualizzati, esattamente, dall’oggetto che portano con sé; che è simbolo della loro persona e del loro approccio alla vita. Così Goreng, col suo Don Chisciotte, è l’uomo utopico per eccellenza, il cavaliere che non smette di avere fede neppure di fronte ai colpi più duri; mentre il sig. Trimagasi, col Samurai Plus, lotta con cinismo e raziocinio, rifiutandosi di essere, di fronte alla lotta per la vita, migliore di quanto la vita non gli imponga.

Un fondamentale elemento che merita attenzione è infine il concetto di salvezza.

Le pene infernali sono, per loro essenza, infruttuose. Ciò significa che esse hanno uno scopo punivo e, in alcun modo, riabilitativo. È la giustizia che sospinge i dannati a passare l’Acheronte verso le pene eterne, e la preoccupazione e i timori di Dante sono retti esattamente dall’insistere su questo concetto di eternità delle pene. La speranza di cambiamento nel tempo è esclusa, perché all’Inferno il tempo stesso è abolito («aura sanza tempo tinta»). Sebbene dunque Dante provi affetto per le anime (si pensi a Francesca, nel V Canto) e pietà per l’uomo, egli non discute mai la giustezza della condanna divina, e neppure per l’eterna pena di Francesca giungerà a dolersi.

Dante insegna che c’è un tempo per redimersi, ma che questo tempo scade, senza proroghe, con l’ultimo respiro della nostra vita.

Il Buco è un meccanismo esatto, e con esattezza mette alla prova i suoi concorrenti. Il cibo è sufficiente alla sopravvivenza di tutti, ma deve essere distribuito con equità ed economia, giorno dopo giorno, senza che il meccanismo venga mai interrotto. Soprattutto, è essenziale che coloro che abitano i piani più alti rinuncino al desiderio e alla materiale possibilità di saziarsi e mangiare fino alla nausea, di sputare sul cibo altrui trasformandolo in avanzi da dare ai cani.

Malgrado la disperata difficoltà dell’impresa- fare di un uomo più dell’animale che lo abita-, nel Buco c’è spazio per la speranza, per il simbolismo del riscatto dal mondo delle bestie, per la fuga dalla natural burella a un Paradiso fatto di individui che hanno lottato tutta la vita per essere migliori di se stessi.

Attraverso uno sguardo alla Commedia di Dante, si propone la lettura del Buco, che metta in evidenza l'essenziali discromie con l'Inferno.
L’attore Iván Massagué, interprete di Goreng

Leggi anche: I significati de Il Buco – Realtà e Utopia

Ambra Librizzi
• Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere presso Unipi • Classicista per (de)formazione • Lettrice vorace per natura •

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