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Perché dovete assolutamente guardare American History X

American History X è un film del 1998 diretto da Tony Kaye e interpretato da Edward Norton e Edward Furlong. La pellicola tratta il tema dell’istigazione al razzismo negli Stati Uniti. Il film, come già accaduto in passato  a diverse  grandi opere cinematografiche, non ha fatto incetta di riconoscimenti.

Tuttavia, col passare del tempo, è diventato un vero e proprio cult. Partiamo dall’inizio: Derek Vinyard (Edward Norton) è un giovane americano legato alle fazioni più estreme del neonazismo.

A valle di un indottrinamento razzista da parte dei genitori e a causa della morte del padre durante un incendio in un quartiere nero, di cui reputa responsabile un ragazzo afroamericano, Derek aderisce all’estrema destra diventandone un accanito sostenitore.

Come spesso accade nell’America degli anni ’90, le assurde teorie naziste si traducono in atti di assoluta violenza. A seguito di un conflitto con due ragazzi di colore, nato dal tentativo di questi ultimi  di sottrargli la macchina, Derek li uccide, finendo in carcere.

Cinema e società

È a questo punto della trama che cinema e funzione sociale si incontrano fondendosi insieme: di fatto il film non si limita a narrare le vicende, ma a spogliare la realtà presentandola nuda e cruda, senza filtri.

In risalto troviamo tutta la fragilità del sistema politico e culturale americano. La disuguaglianza sociale è solo il primo tassello della rappresentazione cinematografica del fallimento del sogno americano. La pellicola infatti mette in risalto una fotografia della società statunitense di quel periodo storico: intollerante verso le minoranze, in continua ricerca di un capro espiatorio per dare risposte a un sistema statale poco presente.

Tony Kaye mostra dunque uno dei periodi più cupi della storia americana, che vede la creazione di movimenti politici nazisti e discriminatori tollerati da una parte della società civile. Il film è dunque un’opera di denuncia, ma che ci proietta verso un sentimento di giustizia sociale che si concretizza con la presenza di una sovrastruttura giuridica.

Di fatto, la pellicola non disattende le aspettative. Così come viene mostrata l’iniquità dei naziskin americani in tutte le sue forme, viene inoltre posta all’attenzione dello spettatore l’importanza della struttura normativa della società. Gli istituti penitenziari sono rappresentati nelle loro forme più brutali, ma viene data la possibilità di intenderli come centri rieducativi, più che punitivi.

La metamorfosi di Derek si compie proprio in questo contesto. Vedendosi abbandonato dagli adepti neonazisti, e trovandosi come unico amico un ragazzo afroamericano, comprende appieno di aver cercato per tutta la sua vita un capro espiatorio in cui incanalare tutti i suoi problemi e la sua rabbia.

La redenzione

Dissuadere suo fratello Danny dalla volontà di seguire le sue orme sarà per Derek l’unico strumento di redenzione. È l’unica ancora di salvezza per rimediare agli errori di un burrascoso passato. Quella di Tony Kaye è una regia ispirata. Molto estetica e patinata, con passaggi in bianco e nero e scene a effetto, perfettamente funzionale al film.

L’opera ha recentemente compiuto venti anni, e continua a essere un pugno allo stomaco. Un manifesto generazionale simbolo di un’incoerenza civile che si manifesta in quella che comunemente viene definita come terra di opportunità e libertà: gli Stati Uniti.  Il messaggio è chiaro: per risolvere un problema bisogna riconoscerne l’esistenza, e non c’è strumento migliore della cinepresa per documentare la realtà.

Perché guardare American History X?

Cos’è, dunque, che permette alla pellicola di marchiare a fuoco il proprio titolo nell’Olimpo cinematografico? American History X è di un’attualità disarmante. Non si limita a rappresentare la realtà distopica in cui viviamo, ma punta a identificare con chiarezza la genesi  di determinati fenomeni.

L’emulazione di modelli che si possono trovare anche in famiglia, la paura della diversità, lo scarso senso di civiltà, l’affidarsi a un’ideologia limitante che non permette  il passaggio di idee che vadano controcorrente rispetto alla stessa. È da scenari come questi che si generano le più marcate avversioni.

«Suppongo che a questo punto dovrò dirle cos’ho imparato. La conclusione, giusto? Beh, la mia conclusione è che l’odio è una palla al piede: la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati. Non ne vale la pena». È con queste parole che viene congedato lo spettatore.

Parole forti, capaci di scucire le più delicate suture dell’anima, e che oggi più che mai sembrano un monito.

Non solo American History X, leggi anche: Dr. King Schultz – Un nome un Destino

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