Home Cinebattiamo Cinema e Letteratura L’amore ai tempi del colera - Márquez, Buzzati e la Vita

L’amore ai tempi del colera – Márquez, Buzzati e la Vita

L’amore ai tempi del colera (1985) di Gabriel García Márquez è stato fonte massima d’ispirazione di un film omonimo del 2007, che ricalca i temi principali del romanzo, cercando quanto più possibile di non snaturarne la complessità. Risulta, infatti, in alcune parti certamente più stucchevole, mentre in altre meglio riuscito.

Cinquantatre anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese. È questo il tempo che Florentino Ariza ha impiegato ad aspettare l’amore di Fermina Daza, dopo un fugace quanto folgorante sguardo attraverso una finestra sbarrata a mo’ di gabbia, appartenente a una villa nella città di Cartagena, Colombia.

Fermina Daza

È il preludio di una storia d’amore difficile da definire, in quanto la definizione di amore è di per se stessa sfuggente. Sarà, piuttosto, una storia di attesa dell’amore, così come quando nella solitudine della vecchiaia si attende di morire o di vivere, e rinascere ancora.

Arrivano i Tartari?

«Ma poi gli venne in mente: e se fosse tutto un inganno? Se il suo coraggio non fosse che una ubriacatura? Se dipendesse solo dal meraviglioso tramonto, dall’aria profumata, dalla pausa dei dolori fisici, dalle canzoni al piano di sotto? E fra pochi minuti, fra un’ora, egli dovesse tornare il Drogo di prima, debole e sconfitto? (…)

La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero.

Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride».

(Dino Buzzati – “Il deserto dei tartari”)

Giovanni Drogo è il protagonista del romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari (1940) che, entrato da giovane nella Fortezza Bastiani a presidiare l’inaspettato arrivo dei nemici, i Tartari, rimarrà bloccato lì per sempre, nell’attesa di un evento che si verificherà soltanto nel momento in cui sarà vicino alla sua fine.

Il suo aspettare diventa un aspettarsi, ed è quindi assimilabile a quello di Florentino che trova nella sua stessa lunghissima attesa verso Fermina un modo per trovare un significato alla Vita.  Dopo il loro incontro, la morte non lo impaurisce più. Può ancora continuare ad attendere, ma, questa volta, in buona compagnia. 

Nel finale di Buzzati, anche Giovanni trova una ragione alla sua morte: nella speranza che la sua vita sia finita, non c’è più bisogno di aspettare ancora. Nemmeno la guerra, l’amore, lo scombussolamento dei giorni a venire potranno scalfire questa consapevolezza.

Gabriel García Márquez

I giorni sono finiti 

Entrambi i personaggi trovano nel finale un senso di riscatto, poiché risolvono loro stessi con la consapevolezza di aver concluso il ciclo. Non c’è bisogno di doversi lasciare più niente alle spalle. L’esistenza nella sua totalità diventa una sorta di viaggio verso una meta indefinita che mette un punto all’affannarsi, ma che poi, una volta raggiunta, si svela infinita. In Florentino, si viaggia verso l’Amore. In Giovanni, si viaggia verso la Morte.

Mal d’amore 

A fare da sfondo ai due amanti, c’è non solo la caotica e contemporaneamente assonnata Cartagena, ma anche il colera che sembra diffondersi fra i suoi abitanti a perdita d’occhio. La malattia mortale è altamente contagiosa e si diffonde da persona a persona, assumendo dei caratteri universali: è metafora dell’amore. 

Durante lo scorrere della pellicola vediamo infatti la città assediata dalla pandemia. Nemmeno Florentino ne sarà immune. Anzi, manifesterà i sintomi a ogni sguardo di Fermina la quale, non uscendo quasi mai dalle mura del suo palazzo, viene attaccata soltanto da un’infezione intestinale e non dalla patologia vera e propria.

Il legame stretto che lega il colera alla Morte, anche in questo caso, lega indissolubilmente i due opposti nella dicotomia più cara alla letteratura di tutti i tempi. Ma, non si tende a esplorare soltanto questo ancestrale sentimento come pura passione, attaccamento e scelta di una sola persona. 

Si esplorano, infatti, anche tutte le sue sfumature intrinseche, come l’amore del tipo coniugale o quello devoto solo al sesso. Fermina sceglierà di sposare il medico Juvenal, pur non essendo attratta da lui fin dal primo istante, semplicemente per la famigerata comodità, assicurandosi un posto di spicco nella società che la circonda. Sarà lei stessa a dire a Florentino:

Fermina: «È incredibile come si possa essere tanto felici per così tanti anni, in mezzo a tante baruffe, a tante seccature, cazzo, senza sapere in realtà se è amore o se non lo è».

Il matrimonio, dunque, diventa un contratto di stabilità fra i due coniugi e nulla di più, sfuggendo certamente a qualsivoglia errore che possa rompere l’equilibrio della coppia. Il medico, dal canto suo, saprà darle proprio quello che stava cercando, ma non gli sarà puramente fedele. L’infedeltà di Juvenal si contrappone, invece, alla fedeltà così stretta di Florentino. Ogni sua donna è soltanto all’ombra della presenza di Fermina.

Il film tratto da "L’amore ai tempi del colera" ricalca i temi principali del romanzo cercando di non snaturarne la complessità.
L’amore ai tempi del colera

E difatti, non riuscirà mai a sposarsi, distratto continuamente dal pensiero della Dea Incoronata, forse, sì, platonica, ma altrettanto percepita come donna reale, unica nella sua vita. La sua medicina per guarire da lei sono i continui rapporti sessuali che intrattiene con altre donne, senza però mai riuscire veramente a legarsi a nessuna di loro. Vedremo, infatti, un susseguirsi di bellissime donne, ammaliate e poi conquistate dalla romantica parola di Florentino, assaggiandone solo per poco tempo il carattere inaccessibile, quasi proibito, che costituisce la sua nota più dolorosa, nell’attesa di un cambiamento.

Come il Don Giovanni, descritto dalla penna del filosofo Soren Kierkegaard, ammalia e seduce il mondo femminile intorno a lui proprio perché le sue relazioni sono sempre in bilico: potrebbero diventare qualcosa di più, ma, in verità, non lo diventeranno mai.

È la sua completa devozione alla vita estetica che lo rende diverso da Fermina, che intraprende quella etica. Il confronto finale fra i due personaggi, nella vecchiaia, è la sintesi tra le due: nessuno di loro è riuscito durante la propria vita a capire che cosa sia davvero l’amore. Forse è quello maturo, oltre l’età? Oppure è quello della gioventù, avventuroso e proibito?

L’alfa e l’omega

Capo del Battello: «E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?».

Florentino: «Per tutta la vita».

(Gabriel García Márquez- “L’amore ai tempi del colera”)

La definizione, dunque, dell’amore non mette mai un punto a se stessa. Deve essere percepita come «uno stato di grazia, non come uno strumento per raggiungere un fine, ma, come l’alfa e l’omega in se stesso contenuto».

Se ne accettano le contraddizioni e i compromessi. Florentino e Fermina si riuniscono nella vecchiaia, coronando la loro unione in una cabina presidenziale di un battello della Compagnia Fluviale dei Caraibi. Le inquadrature sui primi piani dei due anziani che accennano a un sorriso si spostano poi sul fiume, che sottintende il continuo scorrere delle cose. Il battello, infatti, procederà nel suo andare e poi tornare continuamente.

Sulla cima, la bandiera gialla: a bordo ci sono malati di colera in quarantena. Lasciamoli da soli a consumare l’amore e la vita.

Il film tratto da "L’amore ai tempi del colera" ricalca i temi principali del romanzo cercando di non snaturarne la complessità.
L’amore ai tempi del colera

Leggi anche: Perché dovete assolutamente vedere Cold War

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Perché Joel Miller? | The Last Of Us

Bill: «Ti racconto una storia. C'era una volta qualcuno a cui tenevo davvero, una persona... qualcuno di cui mi prendevo cura. Ma in questo...

Tenet – Nolan e Rancore nella Macchina del tempo

Nolan e Rancore. Il primo dietro una macchina da presa, il secondo dentro la macchina del tempo: entrambi riavvolgono la storia del mondo. Esattamente...

Le notti bianche di Lost in Translation – L’intraducibilità della solitudine

Lost in Translation e Le notti bianche. «La poesia è ciò che si perde nella traduzione. Ed è anche ciò che si perde nell'interpretazione».  (Robert Frost) La...

Kim Ki-duk – Violenza, magia e rassegnazione

Kim Ki-duk è un autore che si è sempre assunto piena responsabilità per i suoi lavori, nel bene o nel male. Attivo nel cinema...