Home Cinebattiamo Steve Jobs, The Founder, The Social Network- La trilogia degli innovatori

Steve Jobs, The Founder, The Social Network- La trilogia degli innovatori

«Non è binario, si può essere corretti e geniali contemporaneamente» si lascia scappare Steve Wozniak, ormai sfinito dal dialogo a senso unico col protagonista omonimo alla pellicola Steve Jobs. Ma è davvero convincente pronunciarsi così su una realtà che sembra contraddire invece questa morale? È possibile cioè conciliare la spinta degli innovatori, di oggi e di sempre, alla prevaricazione, con un passo laterale anziché in avanti, per garantire a tutti una gloria dovuta? È naturale spogliarsi di qualche merito senza sfruttare i benefici di un silenzio che evita di riconoscere agli altri la loro parte? I tre biopic che nel XXI secolo si sono impegnati nel rispondere a questo potente dubbio si imprimono sulla cellulosa dei lungometraggi di The Social Network (David Fincher- 2010), Steve Jobs (Danny Boyle- 2015), e The Founder (John Lee Hancock- 2016).

Steve Jobs, The Founder e The Social Network: tre biopic che tratteggiano le personalità di grandi innovatori della nostra epoca.
The Social Network

La triade di figure che i registi di questi film raccontano si contraddistingue più che per aver inventato quello di cui si fanno portavoce e rappresentanti i protagonisti, per la lungimiranza di innovare il sistema entro cui i progetti, di cui facevano parte, erano inseriti.

Mark Zuckemberg (Jesse Eisenberg) ha infatti intuito le potenzialità di un network nato solo per soddisfare le conoscenze e gli approcci tra universitari, come da idea originale dei fratelli Winklevoss, che per questo furto intellettuale lo citeranno in giudizio, per estenderne i confini ben oltre quelli di un campus prestigioso come Harvard.

Steve Jobs (Michael Fassbender) ha invece investito anima e corpo in un software non compatibile con la maggior parte degli hardware in circolazione nel 1984, data che Orwell aveva profetizzato come tempo di avviamento di un mondo distopico, forse innescato proprio da quel “ciao” che il Macintosh pronuncia.

Il suono “mec” che contraddistingue l’abbreviazione con cui è noto il computer di Jobs, è lo stesso prefisso che Ray Kroc (Michael Keaton), fondatore di McDonald’s, l’azienda più famosa e competitiva al mondo nella vendita di hamburger e patatine fritte, capisce essere fondamentale per arrivare agli americani.

Ray Kroc: «Non è solo il sistema [espresso] Dick. È il nome, quel glorioso nome “McDonald’s”. Diventa qualsiasi cosa tu voglia che diventi, è sconfinato, non ha limiti, sa di America. […] Chi si chiama McDonald’s non sarà mai maltrattato da nessuno».

Steve Jobs, The Founder e The Social Network: tre biopic che tratteggiano le personalità di grandi innovatori della nostra epoca.
The Founder

Questi tre grandi innovatori al paradigma della esclusività hanno sostituito quello della democratizzazione di consumo, non perché mossi da particolari idee politiche di integrazione, ma perché, solo assecondando il suono che la deflagrazione di questa espansione avrebbe prodotto, potevano mettere a tacere il rimbombo di un unico pensiero: “conta solo arrivare primi”.

La guerra di ciascuno contro ciascun altro, che Hobbes ritiene essere lo stato naturale dell’uomo, da combattere con l’istituzione dello stato civile, è la dimensione in cui Steve Jobs, Mark Zuckemberg e Ray Kroc combattono per garantirsi una reputazione migliore, e a scapito, degli altri: essendo gli onori scarsi, il conflitto sembra infatti inevitabile.

La proposta di Rousseau, convinto invece che l’uomo delle origini sia quello più disposto a entrare in sintonia col prossimo, che verrebbe corrotto quindi solo dall’ingresso nella struttura della società a lui contemporanea, si concretizza in una invocazione alla pietà, affinché temperi quello che lui definisce l’amore di sé e mitighi la ferocia dell’amor proprio.

L’amore di sé è infatti l’innato bisogno all’autoconservazione che, se regolato dalla considerazione reciproca tra uomini, garantisce un biglietto di sola andata per una vita di condivisione ed equilibrio. L’amor proprio che tiene da conto solo la propria persona è invece il sentimento che questi innovatori mettono a guida delle loro azioni.

The Social Network

Da un lato Hobbes ha fede nella costitutiva natura conflittuale dell’uomo, che sarebbe non con gli altri, ma contro gli altri, come un lupo fra altri lupi (homo hominis lupus affermava il commediografo Plauto nel III sec. a. C., espressione ripresa da Hobbes nel De cive), e dall’altro Rousseau tende a leggere la corruzione dell’animo umano non come originaria, ma come consecutiva all’ingresso in società. Quello che rimane, e di cui si rendono testimoni questi innovatori che noi riteniamo grandi, è che a essere grande e prepotente è la tensione a prevalere, non ad acquisire valore, ma ad arrivarci per primi, senza tenerezza.

In una società in cui l’uomo vive solo negli sguardi altrui, come capita ai personaggi stessi delle pellicole, vivificati negli occhi degli spettatori al cinema, la scissione tra essere e apparire inquina ogni mossa e nasconde la genialità di un’idea sotto lo spettro della sua validità o della sua riuscita.

Mac McDonald’s: «Non inventerai mai niente, perché sei una sanguisuga».

Ray Kroc: «Sai cos’ho inventato, Mac? Un concetto. Il concetto di vittoria. […] Io sono dovunque, voi dove cazzo siete?».

L’impatto che i prodotti di questi innovatori hanno esercitato sul bilancio della nostra quotidianità è innegabile, ma l’onnipotenza che riconosciamo a questi individui è fondata solo sulla loro capacità di produrre profitto o intravediamo in essi delle qualità imprescindibili per qualsiasi iniziativa si abbia intenzione di intraprendere nella vita? La perseveranza e la determinazione sono doti irrinunciabili per non far cadere la tessera del domino di chi, come Mark Zuckemberg, ha messo in rete l’intera esperienza sociale, non solo del college, ma delle relazioni interpersonali attuali. O di chi, come Steve Jobs, ha permesso, coi suoi dispositivi, di intrappolare in quella stessa rete milioni di utenti che grazie al computer possono vivere interconnessi gli uni agli altri. Ad alimentare questa macchina rivoluzionaria è infine l’introduzione di un nuovo simbolo di unione collettiva:

Ray Kroc: «Vi sto dicendo che McDonald’s può diventare la nuova chiesa americana: nutre il corpo, nutre l’anima e non è aperto solo la domenica, è aperto sette giorni alla settimana».

Un sistema di rifornimento del fabbisogno energetico, adatto ai tempi ultra rapidi nei quali siamo immersi: una bomba nutritiva, pronta nelle nostre mani ancora fumante, prima che il desiderio stesso di quel panino si sia materializzato nei nostri pensieri, in grado di ricaricarci in breve tempo per poter essere ributtati a capofitto in un mondo che non si ferma mai.

The Founder

È quindi una distorsione o una amplificazione della realtà quella che questi grandi innovatori innescano?

Steve Jobs: «Hollywood ha fatto dei computer una cosa che spaventa. Vedi invece come ti ricorda un volto amico? Come lo slot del floppy è un sorrisetto? È cordiale, è divertente, e ha voglia di dirti “ciao”, e vuole dirtelo perché sa farlo».

Joanna Hoffman: «Il computer di “2001: Odissea nello spazio” diceva “ciao” continuamente, e mi spaventava lo stesso a morte».

Steve Jobs

«I computer non dovrebbero avere debolezze umane», afferma Steve Wozniak, ma per Steve Jobs «è la natura stessa delle persone che va superata». Con la creazione di Facebook i nostri giudizi hanno limato il loro perimetro d’azione, fino a circoscriverlo a quello della faccia che compare sul libro blu di un account. La curiosità e la chiacchiera si sono impossessate dei temi di conversazione standard, fino a uniformare un certo livello di comunicazione sul piano della parte, lasciando in disparte l’integrità della persona valutata.

Erica Albright: «Su Internet non si scrive a matita, Mark, ma con l’inchiostro. […] Le stronzate maligne le dici da una stanza buia, perché ormai quelli come te sfogano così la rabbia».

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Queste opere non risparmiano nello sfaccettare ogni aspetto delle dinamiche personali e professionali dei loro protagonisti innovatori, confezionando prodotti provocatori, ma bilanciati nell’atto di accusa e di sostegno a progetti umani vincenti, ai quali siamo debitori e vittime.

Gli incredibili sceneggiatori di questi film sono riusciti a toccare corde in grado di far vibrare l’essenza di figure mitizzate dal nostro immaginario collettivo, restituendo l’intera coreografia delle loro performance lavorative. Aaron Sorkin con Steve Jobs e The Social Network è stato infatti in grado di narrare la storia personale di due divinità odierne, senza mai celebrarle a senso unico, ma impiegando il genere biografico in una direzione né sacralizzante né sminuente, la linea lungo la quale l’essere umano dovrebbe essere trattato sempre. E la penna di Robert D. Siegel con The Founder permette al contempo di empatizzare con una figura grintosa, motivata e dedita alla professione, senza tributarle tutti gli onori di scena, delineando anche le ombre che hanno fatto inciampare Ray Kroc nel proprio cammino.

Qual è dunque il segreto del successo che questi innovatori nascondono?

Steve Wozniak: «Che cosa hai fatto tu? […] Non sai scrivere un codice, non sei un tecnico, non sei un progettista. Non sai nemmeno come piantare un chiodo. Il circuito stampato è mio, l’interfaccia grafica è stata rubata. […] Allora come mai dieci volte al giorno leggo che Steve Jobs è un genio? Che cosa fai tu?».

Steve Jobs: «Io suono l’orchestra, e tu sei un musicista. Sei seduto là, il migliore della tua fila».

Steve Jobs, The Founder e The Social Network: tre biopic che tratteggiano le personalità di grandi innovatori della nostra epoca.
Steve Jobs

Avere abilità specifiche non garantisce quella visione d’insieme che è forse l’arma più prossima alla vittoria, di fronte alle multiple metamorfosi del mondo. Rimanere aggiornati aumenta le possibilità di sopravvivenza, sintonizzare il proprio sguardo col presente è necessario, tanto quanto non dimenticare in seconda posizione i criteri di convivenza reciproca, se non si vuole rischiare di vincere senza nessuno che applauda per noi.

Leggi anche: The Founder- La vera storia del sogno americano

Sofia Politi
Ho rimpianto per ogni parola che sfreccia casuale -Chandra Livia Candiani

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