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Il finale di Eternal Sunshine of the Spotless Mind – Perché quel dialogo?

Il finale di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello).

Joel: «Aspetta!».

Clementine: «Che c’è?».

Joel: «Non lo so!».

Clementine: «Che cosa vuoi?!».

Joel: «Aspetta! Aspetta! Voglio soltanto che aspetti ..un po’».

[Dialogo finale di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello) prima parte]

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello), il finale
Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello)

Quale più grande paradosso può esserci, se non un film che racconta l’insostenibilità del ricordo, l’imprescindibilità del fallimento inscritto nel nostro agire per poi, alla fine, mostrarci il senso del doverci ricordare chi siamo?

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello) si presuppone nel suo slancio narrativo come un film sul fallimento umano, sull’eterno ripetersi del nostro fallire nel medesimo modo.

La nostra imperfezione, la nostra nevrosi, non si risolve in quello schiocco di dita che apparteneva alla fiaba classica del cinema americano, dove era già inscritto nella narrazione un processo risolutivo: l’essere umano che capisce il suo errore e, nell’immediatezza di un’epifania assoluta, si risolve e da quel momento non sarà più vittima della sua miserabile condizione pregressa.

Perché quest’uomo non esiste, è l’archetipo più inquietante, manicheo, bidimensionale, quell’eroe del sogno che è divenuto incubo, quel Forrest Gump che è diventato Travis Bickle.

Quel cinema americano, costruttore di sistemi di valori già intrinsecamente funzionanti, narratore di un mito esaustivo e ammaliante a un primo sguardo, a cui tutti vorremmo aderire, dove l’eroe è già eroe, o comunque lo diventerà per certo, dove il lieto fine è imprescindibile per l’esistenza stessa dell’uomo e del mondo, vede il suo nemico nel cinema che ammette l’orrore contemporaneo.

L’individuo è in balia della frammentazione, Dio è morto e il cinema non l’ha fatto risorgere.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci di cancello) è erede e osservatore consapevole di questo conflitto, ma Kaufman e Gondry non si limitano a rimanere passivamente in questa tensione irrisolta, bensì provano a svelarci un segreto.

La citazione a Nietzsche non è casuale: quell’autore così emblematico dell’eterno polemos del sé e del mondo viene infatti svelato, forse, in due modi consequenziali.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello), il finale
Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello)

Il primo, nella frase citata da Kirsten Dunst, «beati gli smemorati, perché avranno la meglio sui loro errori», ci racconta proprio quanto detto all’inizio. La scoperta che la stessa assistente fosse stata vittima della rimozione perché innamorata del Dottor Howard Mierzwiak (Tom Wilkinson) sembrerebbe mostrarci un triste destino intrinseco all’uomo: in una sorta di interpretazione psico-esistenziale, non di certo esaustiva, ma pur sempre congrua, dell’Eterno ritorno di Nietzsche, secondo cui l’uomo è destinato a ritrovarsi perpetuamente nella medesima ripetizione del suo esistere, sia nell’avvenire ciclico del mondo, che nel suo rimanere succube di tale avvenire e di se stesso.
Lei si è innamorata la prima volta, e si è innamorata di nuovo, ricadendo nella medesima dimensione miserabile, mediocre, distruttiva.

Ma questo è solo il primo tassello, è ancora quel cinema che svela il fallimento del sogno americano, che mostra la risposta nevrotica alla favolizzazione del reale.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello), il finale
Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello)

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello) va oltre, consapevolmente.

È infatti geniale che il processo di rimozione subconscia dei ricordi di Jim Carrey divenga un processo consapevole di scontro con la sua stessa scelta: egli vaga nella sua psiche, nello scenario onirico e nell’infanzia (quasi che i luoghi non consci freudiani possano qui diventarlo) divenendo cosciente a pieno di se stesso, della sua fallimentarità, del suo aver aderito passivamente a un mondo di cui subiva le fittizie e inquietanti categorie di senso e risoluzione. 

Egli processa il suo essere mentre si distrugge, avendo l’occasione di distruggersi per comprendere a pieno il suo real essere, trovando la felicità non in un luogo altro o ideale, ma proprio nel riconoscimento dell’altro (Kate Winslet) per quello che è, e nel riconoscimento di sé non come altro da come sarebbe giusto essere, ma per quello che si è.

Così, nella fine che è in realtà l’inizio, Jim e Kate si ri-incontrano, ripetendo, come detto, l’eterno ritorno, ma, forse, comprendendo proprio il segreto di Nietzsche.

In quel medesimo, in quel di nuovo, loro comprendono il loro essere, non mutandosi, non applicando quel finto schiocco che tutto risolve, ma guardandosi nella consapevolezza di essere semplicemente ciò.
Ecco che essi, forse, divengono ciò che sono.

Il finale di Eternal Sunshine of a Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello)

Quel «divieni ciò che sei» che Nietzsche prende da Pindaro, eccolo qui mostrarsi: non cambiare, ma essere sé stessi nel sapersi essere, nel comprendersi essendo più di ciò che si era.

L’individuazione di Jung, così come il percorso  dal sintomo al “sinthomo” di Lacan, sono forse, per quanto semplificati, almeno in parte qui mostrati: attraversare il proprio essere traumatico, il proprio essere plurale e nevrotico, ma non ambendo a risolversi nel senso di un nuovo sé che non ha più alcun problema o di una categoria di senso o di logica che faccia quadrare tutto canonicamente. Piuttosto, accettandosi consapevolmente, creando la propria possibilità di essere come si è, senza però sentire di non poter essere proprio perché si è fallimentari. Provarci, con fallimentare possibilità e non imprescindibile necessità, amare, trascendersi costantemente nell’essenziale vivere sé e l’altro.

Ed ecco che, nel finale di Eternal Sunshine of  the Spotless Mind, quell’«okay» è la cosa più potente del mondo.

Clementine: «Va bene».

Joel: «Davvero?».

Clementine: «Io non sono sono un’idea, Joel, ma una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale, non sono perfetta».

Joel: «Non riesco a vedere niente che non mi piaccia in te, ora non ci riesco».

Clementine: «Ma lo vedrai, ma lo vedrai! Certo col tempo lo vedrai, e io invece mi annoierò con te, mi sentirò in trappola perché è cosi che mi succede!».

Joel: «Okay».

Clementine: «Okay? …Okay?».

Joel: «Okay».

[Dialogo finale di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello) seconda parte]

Leggi anche: Wish You (Eternal Sunshine of the Spotless Mind) Were Here

Andrea Vailati
"Un giorno troverò le parole, e saranno semplici." J. Kerouac

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