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Mommy – Trovare la Morte nella Madre

Sono passati ormai sei anni da quando Xavier Dolan firma il suo più discusso ed elogiato film dal titolo Mommy (2014), che esplora il rapporto tra una madre e un figlio affetto da ADHD.

Mommy straborda di opposti: amore e violenza, salute e malattia, apertura e chiusura, libertà e restrizione, vita e morte, maternità ed egoismo. Perché quando si mette al mondo un figlio, l’idea comune è che poi occorra accudirlo, coccolarlo, insegnargli a vivere, nonostante tutto. Ma non può essere questa una legge universale, non può rappresentare l’irriducibile essenza che caratterizza quei rapporti umani, troppo umani.

Sono passati sei anni da quando Xavier Dolan firma il suo discusso “Mommy” che esplora il rapporto tra una madre e un figlio affetto da ADHD.
Mommy

Diane è la madre di Steve, un quindicenne affetto da disturbo di iperattività e attenzione, che spesso si ritrova a essere violento e morbosamente attaccato alla madre con cui intrattiene una relazione al limite dell’amoroso, un legame edipico di attrazione e repulsione in cui entrambi si incastrano, vivendo in un mondo che sembra essere per loro unico, intoccabile e non comprensibile da nessuno. Soltanto l’arrivo di un’altra chiusura, quella della vicina Kyla, si andrà a inserire perfettamente in questo equilibrio, cercando di mediare nella vita dei due.

Essere madre, essere donna

Diane è di certo una donna che sa come attirare su di sé l’attenzione degli uomini. L’essere madre non sminuisce di certo la sua femminilità, che tende a esprimere anche oltre i limiti del buon gusto, manifestandosi in un atto di ribellione nei confronti del mondo che la accoglie. L’accettazione di essere donna per Diane non è puramente egoistica e non ruota di certo verso un lato solo.

In diversi momenti, infatti, tende a proteggere suo figlio, cercando di amarlo per quello che è, senza leggi o condizioni. A sua volta, però, ha bisogno anche lei di sentirsi amata e desiderata, e non soltanto dall’amore eccessivo del “suo principe” capace di trasformarsi in violenza un minuto dopo l’abbraccio. Diane e Steve si appoggiano su di una relazione idealizzata, di cui lui ne riconosce la bellezza, dalle sfumature edipiche, vedendola come una madre incapace di tradire, non umana bensì divina, presenza costante nella sua vita.

Ma la madre, prima di essere così definita, è anche una donna che vorrebbe un po’ di spazio anche per sé, una pausa dall’essere sempre la “mommy” di Steve e nient’altro che questo.

L’ineliminabile conflitto interno tra madre e donna è dunque continuamente in bilico, così come quello di un’altra donna che diventerà pian piano ugualmente importante nella vita di Steve: Kyla. Sarà lei, invece, a scontrarsi con lui in un modo sfacciato e autoritario, mai vissuto dal ragazzo, e a tratti paterno. Viene così a presentarsi davanti a noi una famiglia composta da solitudini atipiche che si concentrano tutte insieme, compensandosi fra loro. Proprio a questo punto, il formato si apre in una delle scene più iconiche proposte dal cinema contemporaneo.

Ritratto di famiglia

«Può darsi che in futuro stando con me conoscerai dolori, guai, problemi, ma, se vuoi, costruiamo insieme una vita complicata, ma più felice di qualsiasi vita solitaria».

(Banana Yoshimoto, “Kitchen”)

Nel 1988, una studentessa di nome Banana Yoshimoto pubblicò per la sua tesi di laurea un piccolo volume dal titolo Kitchen. Il libro narra della storia di vita di Mikage, una ventenne che perde la propria famiglia in tragici e dolorosi lutti. Prima i genitori, poi la nonna. Sarà il suo interesse per la cucina, che Yoshimoto estende a una passione per la vita in linea generale, a salvarla dalla sua solitudine. Ma non solo. Il ritrovo di una famiglia inventata e mai contaminata da luoghi comuni di nessun tipo, sarà per lei un rifugio. Proprio come Steve, il quale, non riesce però a tenere unito questo nuovo nucleo a causa della sua malattia, troppo difficile per Diane e Kyla da contenere.

Così, anche una madre, umana troppo umana, si può e deve arrendere davanti all’eccedenza di un figlio. In Mommy traspare una realtà difficile da raccontare, ma frutto di una verità: la lotta tra genitori e figli non è un gioco a somma zero. O entrambi vincono o entrambi perdono.

Mommy

On ne change pas

«Non si cambia
Si mettono solo i costumi di altri su di sé
Non si cambia
Un abito nasconde solo un po’ di quello che si vede
Non si cresce
Si spinge un po’ giusto
Il tempo di un sogno, un’illusione».

(Céline Dion, “On ne change pas”)

Sulle note di questa canzone di Céline Dion i tre ballano e si riuniscono saldamente, fino a far diventare il loro rapporto come una seconda famiglia. Tuttavia, il testo di On ne change pas è un preludio, una sorta di premonizione di quello che accadrà dopo. Il fulcro di Mommy sta proprio nell’accostare all’amore la possibilità del fallimento, di non riuscire a salvare coloro che amiamo, nonostante il più grande sentimento da parte nostra, come quello di una madre con il proprio figlio.

«Tu mi amerai sempre meno e io sempre di più» dice Diane a Steve prima di intrappolarlo nel centro psichiatrico sotto gli occhi esterrefatti di Kyla, la quale sembra rivivere la perdita della sua famiglia, tornando così a chiudersi nella sua balbuzie.

Born to die

«Non possiamo salvare quelli che amiamo, l’amore in questo non c’entra niente».

(Xavier Dolan, “Mommy”)

È proprio nella simbiosi paradossale tra madre e figlio che, sulle note di Ludovico Einaudi, si approda a un sentimento nuovo, di cui nessuno era a conoscenza: la speranza.  Ecco, il sogno di Diane di vedere il figlio realizzato fugge via attraverso un carrellata di immagini che lo mostrano all’interno di una vita mai devota alla violenza, in contrasto all’incontrollato essere di Steve. Incontrollato e incontrollabile anche nelle sue manifestazione del dolore. La morte sembra infatti richiamarlo a sé come un canto. È lo scotto da pagare per essere quello che è. Per questo motivo, decide di tagliarsi le vene nel supermercato, luogo per famiglie, che si trasforma in una dramma sfiorato.

Attraverso questo gesto, dimostra alla madre la sua impossibilità di vivere senza di lei, come se ne fosse innamorato, traslando il loro rapporto in un legame più coniugale che materno.  

Dunque, l’immaginazione di Diane cerca di ricondurre il tutto sui binari di una vita normale, tipicamente quotidiana: il figlio che porta a casa una ragazza, che studia, che si sposa, che la fa diventare nonna. La sua scelta diverrà allora ancora più sofferta, dovrà accettare che Steve non le regalerà mai tutto questo, dovrà accettare l’irrealtà di una possibilità. Rimane solo un bel sogno.

Proprio Steve che, alla chiusura della pellicola, diventa l’emblema della tragedia greca di Edipo: sposa la madre e poi, nel nulla, scompare. 

Leggi anche: Madre! L’incertezza del grande concetto

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