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Aragorn e Thorin – Cosa significa essere Re?

Qualunque viaggio sia destinato alla vetta comincia dal basso, dal fondo, da un abisso. Un viaggio che è una prova, un’eterna montagna, la cui cima non si scorge, poiché essere Re non è un punto di arrivo, ma di partenza. Colui che si dimostrerà all’altezza sempre, non solo alla fine, sarà considerato degno. Di fatto, i cammini di Aragorn e Thorin, i due re, principiano nella perdizione, nella sconfitta e nel timore. Un ramingo e un fabbro legittimi eredi ai rispettivi troni, per i quali dovranno combattere; non eserciti di orchi, ma più morbosi demoni interiori.

Thorin: «Lealtà. Onore. Un cuore volenteroso. Non posso chiedere più di questo».

Aragorn e Thorin, i due re, in viaggio verso un ritorno. Un cammino sul significato dell'essere re, dell'essere uomini, dell'avere paura.
Thorin

Thorin – La desolazione di uno Scudo di Quercia

Balin: «Lì c’è qualcuno che potrei seguire. Lì c’è qualcuno che potrei chiamare re».

Il regno di Thorin Scudodiquercia giace nel cuore della montagna solitaria: Erebor, la dimora dei figli di Durin, insidiata dal drago Smaug.

Dopo l’attacco della bestia, i nani furono costretti ad abbandonare la loro casa; in seguito dovettero persino affrontare un esercito di orchi. Alle porte di Moria fu massacrato Thrain II, il re sotto la montagna, e di suo figlio Thror non si ebbe più traccia.
A difendere un esercito allo stremo contro Azog, il profanatore, rimase solo Thorin, figlio di Thror, che imbracciando uno scudo di quercia, riuscì a respingere il leader degli orchi e a proteggere il suo popolo.
In seguito, garantì ai suoi sudditi una vita di pace sulle Montagne Azzurre, lavorando come fabbro; ma era forte il richiamo della montagna, del suo legittimo regno, il retaggio di una stirpe.

Come ben sappiamo, si incamminerà, insieme a undici suoi compagni, a un certo stregone e, curiosamente, a un hobbit, verso quell’unica vetta solitaria. Pur con i suoi dubbi e e le sue cicatrici, Thorin dimostrerà lungo tutto il cammino che non è una corona a fare un re. 

Il sacrificio, riconoscere i propri sbagli, un animo temprato come asce naniche, ma anche una discreta dose di sensibilità, destinare il proprio cuore a una giusta causa: queste e molte altre sono doti da re.

Tuttavia, tra le mura di Erebor, non giaceva solo il senso di una vita, ma oro e ricchezze a perdita d’occhio, tesori sibilanti che attraggono i cuori più coriacei. La poesia di un prosatore come Tolkien è anche in questi chiasmi di anime dilaniate tra il valore e la valuta, tra il coraggio e la bramosia. Thorin, come altri, è un personaggio meravigliosamente fallibile, tanto onorevole, quanto arrogante, tanto leale, quanto testardo. Vulnerabile, infine, abbastanza da cedere l’onore all’oro.

C’è una malattia ad attenderlo nel cuore della montagna, la malattia del drago, la desolazione di Smaug. L’ultima prova, l’ultima chance per dimostrare la propria dignità, per dimostrare di poter essere re.
I demoni delle intime profondità, però, sono creature più spietate dei draghi; i più grandi condottieri soccombono alla paura, all’ira, all’odio, all’avidità. Il nemico più grande è la versione peggiore di sé stessi, quella che vive nel baratro in cui persino il più ineffabile degli individui può cadere.

Thorin: «Molti muoiono in guerra, la vita vale poco. Ma un tesoro come questo non può essere valutato in vite perdute. Lui vale tutto il sangue che possiamo spendere».

Dwalin: «Siedi qui in queste vaste sale, con una corona sulla tua testa e sei meno re ora di quanto tu non lo sia mai stato».

Thorin

Ogni singola moneta, ogni minuscolo pezzo di oro è una scheggia di follia. La quercia che fu Thorin brucia tra le fiamme della propria angoscia, come quei sovrani di Shakespeare consumati dalla pazzia, per cui il tormento è l’idea dell’orrore, i pensieri solo virtuali omicidi. «E nulla è, se non ciò che non è», diceva Macbeth, come nulla fu per Thorin, se non una distesa dorata e le sue allucinazioni, di un animo corrotto che lo inghiottiva, nelle fauci di una bestia sputa fuoco che esisteva solo nel suo cuore di legno carbonizzato. Il dolore era l’unica cosa reale.

Eppure, persino una quercia può rinascere, più robusta e salda di prima, da una piccola ghianda. Quella ghianda che era la forza delle cose piccole, delle persone piccole, il “misero” premio di Bilbo Baggins, da riportare nella contea, così da ricordare. La memoria, infatti, è un bene assai prezioso. Rimembrare il bello, il brutto, e la fortuna che si ha avuto a tornare a casa.
La ghianda, un piccolo seme di quercia, è il simbolo (dal greco sýmbolon, “ciò che è legato, messo insieme”) del vincolo fraterno tra Bilbo e Thorin, un legame solido, ma soprattutto il trionfo dell’umiltà, la possibilità di una redenzione.

Si può risalire dall’abisso, scalare di nuovo una montagna, per quanto in basso si possa essere caduti. Un re può tornare e rivendicare non solo il suo trono, ma se stesso. Ritrovando il cammino dei giusti, che sia lastricato di amore, di amicizia, di onore; che sia per una famiglia, per una stirpe, per un senso di appartenenza, per il calore di una casa. Il buono per cui è giusto combattere, per cui vale la pena morire.

Thorin: «Addio mastro scassinatore. Torna ai tuoi libri e alla tua poltrona. Pianta i tuoi alberi, guardali crescere. Se più persone considerassero la casa prima dell’oro il mondo sarebbe un posto più felice».

Thorin e Bilbo

Aragorn – Il Rifiuto del Re

Boromir: «Io ti avrei seguito fratello mio… mio capitano… mio re».

Il Signore degli Anelli, tra le miliardi di altre cose, è insieme la più grande critica e il più grande elogio alla così tanto e troppo fragile umanità.
Eserciti di orchi e goblin minacciano la Terra di Mezzo, invero, ma le entità più temibili, dopo Sauron naturalmente, sono i nove, i Nazgul. Ed erano quei nove uomini mortali che la triste morte attende.

Una meta finale, una montagna invalicabile, il monte del fato si erge, spaventa e mette alla prova gli esseri umani. Nella paura e nell’ambizione è facile cedere all’oscurità, poiché sempre vi sarà un’ombra nei cuori più luminosi. Una lenta catena di freddo oro, un anello al dito per il matrimonio con la tenebra, per ghermire nel buio.

Persino il re che riuscì a respingere, temporaneamente, il signore Oscuro, non poté resistere a sé stesso, alla sua bramosia. Quell’unico anello corruppe Isildur, e fu una sorta di peccato originale, destinato a ripercuotersi sulla sua stirpe.

Stirpe il cui ultimo discendente è un individuo noto come Grampasso, un ramingo legittimo erede al trono di Gondor.
Un vagabondo conscio che la colpa è più originaria dell’innocenza, consapevole che gli uomini sono frangibili, tutti, e si spezzano come spade abbattute.
Lo spettro eterno dei peccati dei re lo infesta, teme che se accettasse il proprio destino, cadrebbe anche lui sconfitto da se stesso e dalle sue debolezze, cui ognuno è condannato dalla nascita.

Tuttavia, spesso ci si imbatte nel proprio destino sulla strada presa per evitarlo. Da combattente selvaggio, privo di titolo e significato, perso nel deserto del suo animo tra amori intensi, ma effimeri, e timori sanguinolenti, Aragorn compie un suo personale viaggio di ascesa, più formale che intima. Di fatti, il ramingo dimostra fin dall’inizio la sua lealtà e coraggio, non cede mai all’anello, e non cede mai alle sue ambizioni, non si fa prendere dalla vanità del suo ruolo, anche quando decide di assurgervi.

Cos’è dunque che lui, ancor più di Thorin, ci dice sul senso dell’essere re?

Aragorn e Thorin, i due re, in viaggio verso un ritorno. Un cammino sul significato dell'essere re, dell'essere uomini, dell'avere paura.
Aragorn

Il Ritorno dei Re

I re non sono eroi, ed è fantastico. I re di Tolkien non sono invincibili, impassibili, non sono invulnerabili; piangono, amano, odiano, baciano i propri compagni sulla fronte, si disperano, combattono. E, cosa più importante, hanno paura.

In un mondo di insidie e violenza, solo gli sciocchi non temerebbero le avversità. Ma ancor di più, i re hanno paura per il popolo tutto, per i proprio compagni, perché i loro giorni «non appartengono a un uomo solo, ma a tutti» (Aragorn). Aiutano a costruire giorni di pace, a stabilire connessioni e relazioni, ovvero le sole cose che restano, persino quando il mondo brucia. E quando la marea muta, non cercano la guerra, ma sono sempre pronti ad affrontarla; perché l’essere umano è una creatura di affascinanti contraddizioni, sempre invero complementari.

Violenza e poesia sono due lati dello stesso conio (il nome di Odino, ad esempio, “sovrano” della mitologia norrena di cui Tolkien era studioso, racchiude nel suo etimo i significati di “furia”, “veemenza”, ma anche di “ispirazione”, “poesia”, “forza creatrice”); così come sono vincolati coraggio e paura.

Non vi sarà mai luce, senza oscurità.

Di questo ci parla il mito, di questo ci parlano i re. Quando ogni cosa va storta, quando le tenebre avanzano e sembrano inarrestabili, quando si diffondono come un virus, bisogna ricordare cosa significa essere re, e cioè che è giusto avere paura. Persino i più bravi, i più grandi e valorosi sbagliano, cadono, ma solo i migliori se ne assumono la responsabilità. Come per Aragorn e Thorin, si tratta di un viaggio in terre di mezzo del proprio animo desolate, alla ricerca di una versione migliore di se stessi.

Aragorn

Tuttavia, sempre «inquieto giace il capo che porta la corona» (Shakespeare, Enrico IV, parte II, Atto III, Scena 1); ma proprio in quei momenti bisognerà sforzarsi, ogni individuo di ogni popolo dovrà sforzarsi, di restare una persona giusta, di essere un re ancor prima di salire al trono. Perché non sarà mai una corona a fare il re, ma il suo coraggio di avere paura; di affrontarla con furia e veemenza, con poesia, creatività e tenerezza, così che non afferri il cuore; di guardarla in faccia e dirle: non è questo il giorno.

Aragorn«Fratelli miei! Vedo nei vostri occhi la stessa paura che potrebbe afferrare il mio cuore! Ci sarà un giorno, in cui il coraggio degli uomini cederà, in cui abbandoneremo gli amici e spezzeremo ogni legame di fratellanza, ma non è questo il giorno! Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo, ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo! Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella terra, v’invito a resistere!».

 

Leggi anche: Gandalf il Grigio e Gandalf il Bianco – Il significato del suo cambiamento 

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