Home Cinebattiamo Il Signore degli Anelli – Innamorarsi di una storia

Il Signore degli Anelli – Innamorarsi di una storia

Certe storie, una volta ascoltate, rimangono lì, e ci accompagnano per sempre. Scorrono attraverso le vene, diventano sangue. Scavano fra i tessuti, sotto la pelle, diventano carne. Si depositano sopra l’anima di chi si è arricchito di quel viaggio, diventano vita. Si raccolgono nella memoria del mondo, diventano immortalità. Questo è certamente il caso del capolavoro di J. R. R. Tolkien: Il Signore degli Anelli (1954-55).

Come un antico Demiurgo, lo scrittore è artefice della creazione, o meglio della modellatura, di un universo e delle leggi che lo abitano. La legge del Bene e la legge del Male non solo regolano l’universo, ma governano sul destino dell’uomo, schiavo di questo dualismo primordiale. La fantasia di Tolkien ha fecondato il regno del possibile, dando vita a una verità necessaria a posteriori, per dirla con le parole del filosofo Saul Kripke.

Se questa è la purezza creata a partire dall’ammasso informe del contingente e Tolkien il principio unitario, la forza ordinatrice, allora Sir Peter Jackson è il cavaliere oscuro che ha aiutato la storia a consegnarsi all’eternità. Il regista ha infatti tradotto sul grande schermo l’incontenibile immaginazione dello scrittore, regalando alla storia del cinema una delle trilogie più belle di sempre.

È nell’opinione di chi scrive che tra i più importanti compiti della settima arte ci sia proprio quello di aiutare le storie a uscire dalla dimensione letteraria, purtroppo sempre meno frequentata. Stimolato dalla visione, sarà poi compito dello spettatore rintracciare la sorgente originaria, dalla quale dissetarsi definitivamente. In tal senso, quello fra letteratura e cinema è un legame che agisce dialetticamente, traducendo l’immaginario da individuale a collettivo. Il dono dal mondo, per pochi, viene trasformato nel dono al mondo, per tutti.

Il Signore degli Anelli è un’esperienza di vita. Chi lo nega non è ancora riuscito a sconfiggere il male che si annida nel proprio cuore.
L’Anello del potere

La Compagnia dell’Anello (2001), Le Due Torri (2002) e Il Ritorno del Re (2003): la trilogia de Il Signore degli Anelli ha aperto il XXI secolo, facendo sbocciare l’amore di intere generazioni per il genere fantasy.

È così facile perdersi nel racconto che nemmeno ci si accorge di viaggiare, improvvisamente, al fianco di Frodo e Sam, schiacciati insieme a loro dal peso dell’anello. Sguainiamo la spada e la puntiamo contro l’orco di fronte a noi, e poi contro un altro, e un altro ancora. A ogni fendente maturiamo la consapevolezza di essere parte della Compagnia dell’Anello, di essere parte di quella storia troppo bella per non essere vera.

Le inquadrature allargano su paesaggi mozzafiato e poi stringono sul cammino delle forze del bene, sempre accompagnate da una colonna sonora più simile a magia che a musica. Il crescendo dei violini e il richiamo prepotente degli ottoni costringono lo spettatore ad alzarsi dal divano e seguire Aragorn, sinolo di carisma e coraggio. E Legolas, manifestazione empirica dei valori di amicizia e onestà. O Gimli, padrone di una ferrea volontà e di un orgoglio inscalfibile. E Boromir, che più di tutti ha mostrato la fragilità umana che veste anche gli eroi. E Gandalf, lo stregone che muove la propria forma tra lo spettro dei colori, ma la cui sostanza rimane immutata, profondamente votata al bene.

Oceani d’erba da solcare, sentieri tortuosi da non sottovalutare, corsi d’acqua ai quali dissetarsi, sguardo vigile sulle onnipresenti spie di Saruman, in tasca un fardello, sul cuore anche. Ghiacciai innevati da affrontare, antiche miniere che celano fitte tenebre, boschi amici nei quali ristorarsi, fortezze da difendere al fianco di amici, ideali da proteggere dalla fame (a)morale del nemico.

E ancora, figli da piangere, padri da rendere fieri, antichi demoni da far ingoiare agli abissi, nuovi demoni privati dell’umanità, alleati da scoprire, nemici pure. Cavalcate maestose nell’ora più buia della notte; la fiducia degli uomini prestata alla spada del futuro Re, per avere coraggio e speranza in cambio, donate loro da quest’ultimo nel momento più difficile.

Il Signore degli Anelli è un’esperienza di vita. Chi lo nega non è ancora riuscito a sconfiggere il male che si annida nel proprio cuore.
Una delle scene più belle de Il Signore degli Anelli. E forse della storia del cinema.

Il Signore degli Anelli è a tutti gli effetti un’esperienza di vita, e chi lo nega mente a se stesso, o non è riuscito a sconfiggere il male che si annida nel proprio cuore.

Quella di Tolkien potrebbe essere interpretata come una decostruzione derridiana – in un senso etico piuttosto che semantico – della Morfologia della fiaba di Vladimir Propp. Viene certamente mantenuto lo schema che colloca le peripezie dell’eroe tra il punto di equilibrio iniziale, subito compromesso, e il punto di equilibrio finale. Ma l’analisi tolkeniana della natura umana mostra il dualismo bene-male a un livello più profondo di quanto possa fare una fiaba di matrice proppiana che rende quel dualismo una dicotomia metafisica, retta dalla natura completamente asimmetrica di protagonisti e antagonisti.

Anche nella Terra di Mezzo la luce e le tenebre sono chiaramente definite da questo gioco di contrapposizioni, nel quale non sembrano esserci intersezioni morali. Se questo è certamente vero perché, presi come macrocosmi indipendenti, le forze del bene e quelle del male sono assolutamente distinguibili sotto ogni aspetto, lo stesso non si può dire del microcosmo che è l’uomo.

Vivisezionando la natura umana, emerge primariamente quanto questa non sia unitaria. Tolkien non è certamente il primo a parlarne, se si considera che già Cartesio nel ‘600 si era trovato a tentare di sciogliere il problema, mai così esattamente strutturato prima, dell’eterogeneità tra mente e corpo. Si può passare dalla filosofia alla letteratura – nella fattispecie quella inglese – continuando a scorgere nel sottotesto di racconti come Frankenstein (1818) di Mary Shelley o Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886) di Robert L. Stevenson la natura frammentata dell’animo umano.

Gollum/Sméagol

Il Signore degli Anelli fa tesoro dell’esperienza passata sulla divisività della natura dell’uomo, andando a scandagliare un aspetto ancor più profondo.

Il male non è solo quello visibile, rappresentato da Sauron e dal suo esercito di Uruk-hai, ma anche quello invisibile che si cela all’interno del bene. In Frodo volontà e senso morale si amalgamano perfettamente, facendone il personaggio con la più alta densità di Bene. Eppure, si troverà spesso sul punto di cedere all’Anello del potere, di lasciarsi sopraffare dall’oscurità, di smarrire la strada, seppur continuamente illuminata da Sam.

Se bene e male sono entità separate e se persino il cuore più puro può essere attraversato dalle più fitte tenebre, allora nell’organo della vita si nasconde già un altro tipo di battito, indistinto. Quel frammento nero e indefinito, presente anche nell’anima più bianca, fornisce l’appiglio morale all’anello, al Male.

Eppure il male visibile, nonostante riconosca un suo frammento invisibile, occultato agli occhi del bene, e tenti di aggrapparvisi, non ci riuscirà. Perché il bene ha dalla sua parte qualcosa che il male non può possedere né tantomeno concepire concettualmente: l’amore. Il sentimento più puro a disposizione dell’uomo e che prende le sembianze dell’amicizia, della fratellanza, della fede, della libertà.

Ecco allora che le tenebre che si annidano anche nei cuori più puri non avranno scampo. Perché c’è sempre un momento nella notte, subito dopo quello più buio, in cui la battaglia fra luce e oscurità si fa più indefinita, eterea.

In quel momento esatto, guardando a est, il sole sorgerà ancora una volta, così come le forze del bene. I raggi del sole cavalcheranno verso le tenebre, trafiggendole. L’ombra della sconfitta sarà accecata dal bagliore di una nuova speranza.

La battaglia al Fosso di Helm

Leggi anche: Arwen – Elogio alla Mortalità | Il Signore degli Anelli

Edoardo Waseschahttps://edoardowasescha.wordpress.com/
Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere. Aspirante giornalista. Nerd da prima che diventasse una moda. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Billy Butcher – Amore e Guerra

Billy Butcher, un nome e un destino: butcher, infatti, significa macellaio. Ed è così che si presenta il personaggio interpretato da Karl Urban in...

Perché Joel Miller? | The Last Of Us

Bill: «Ti racconto una storia. C'era una volta qualcuno a cui tenevo davvero, una persona... qualcuno di cui mi prendevo cura. Ma in questo...

Tenet – Nolan e Rancore nella Macchina del tempo

Nolan e Rancore. Il primo dietro una macchina da presa, il secondo dentro la macchina del tempo: entrambi riavvolgono la storia del mondo. Esattamente...

Le notti bianche di Lost in Translation – L’intraducibilità della solitudine

Lost in Translation e Le notti bianche. «La poesia è ciò che si perde nella traduzione. Ed è anche ciò che si perde nell'interpretazione».  (Robert Frost) La...