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La favola oscura di Tim Burton

Con il termine “favola” si intende designare un genere letterario formato da componimenti, usualmente brevi, con protagonisti spesso animali, oggetti inanimati, creature di fantasia, che rechi una morale.

Tim Burton, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore, animatore e disegnatore

Ripercorrendo la filmografia di Tim Burton, è difficile immaginare un regista che più di lui abbia fatto della favola la voce sovrana della propria arte.

Un bambino solitario

Nato il 25 agosto del 1958 a Burbank (California), Timothy è il figlio maggiore di Jean e Bill Burton.

Fin dalla tenera età, il rapporto con i genitori non è idilliaco, tanto che, dodicenne, il ragazzo decide di andare a vivere dalla nonna. In più di una intervista, egli tratta la profonda incompatibilità con le figure genitoriali, incarnazione del sogno americano anni ’60: padre lavoratore e madre casalinga, una villetta con giardino, due figli e un cane. Allo stesso tempo, Burton si ritrae bambino emarginato e diverso, e ricorda la propria infanzia come solitaria e povera di amicizie.

Ciò nonostante, la giovinezza di Burton viene consolata e riempita dal cinema e dalla produzione artistica; disegnatore dalla matita inconfondibile, a diciotto anni vince una borsa di studio messa in palio dalla Disney, ma non è a quel mondo  colorato e zuccherino che il regista sente di appartenere. Come Vincent Malloy, bambino protagonista del suo cortometraggio Vincent (1982), Burton è appassionato dei generi horror e gotico, e fin dalla più giovane età predilige storie dell’orrore e pellicole di “serie B”, come le produzioni della Hammer, nota casa cinematografica britannica.

Narratore: «[…] ha un gatto, un cane e una sorella,

ma vuole soltanto una vita più bella.

In orridi antri per meglio sognare,

con rettili e topi vorrebbe abitare.

[…] Non vuole soltanto incuter paura,

adora egualmente lettura e pittura,

Pinocchi e fatine non legge però,

lui adora soltanto i racconti di Poe!»

Attraverso la favola oscura, Burton anima un mondo di bizzaria e diversità, di personaggi da scavare a fondo, al di là delle loro apparenze
Cortometraggio “Vincent” (1982), dedicato all’attore Vincent Price

Non a caso, idolo della sua infanzia è Vincent Price, attore statunitense che interpreta numerosi adattamenti cinematografici dei racconti partoriti dalla mente poliziesca di Edgar Allan Poe. Burton è tanto a suo agio in questo universo notturno e deforme, inusuale e spiritico, da trascorrere interi pomeriggi fra il cimitero vicino casa e i film di Godzilla e Frankenstein.

Percepito come balia e come unico amico, Burton affida al cinema il proprio processo di maturazione, e scopre nella settima arte una dimensione terapeutica ben più efficace di quella offerta dai lunghi anni di psicoterapia.

La cura dell’arte

È forse al suo film più recente, Dumbo (2019), che Burton affida i tratti più intimi della sua giovinezza, dell’“inferno privato” di esclusione e derisione a opera dei coetanei. E come Dumbo fa della difformità un punto di forza e di resurrezione, parimenti il regista rende il suo linguaggio eteromorfo comprensibile al mondo, attraverso il traduttore universale del cinema. L’arte di Burton è un grande frullatore che il regista riempie dei tratti permeanti della sua persona: la diversità, la stranezza, la fuga dall’omologazione e la repulsione per il canonico, per il formale e l’abituale, la volontà di affermarsi per come si è, e di plasmare un mondo nel quale sentirsi a proprio agio. Ne escono le sue personalissime favole, in bianco e nero o dai colori mai vivaci, che tratteggiano con mano ferma e originale ogni personaggio.

Attraverso la favola oscura, Burton anima un mondo di bizzaria e diversità, di personaggi da scavare a fondo, al di là delle loro apparenze
Dumbo, 2019

Favola oscura

È facile capire perché i protagonisti delle favole di Burton siano per lo più creature mostruose o non del tutto umane, fantasmi, scheletri, barbieri assassini, bambini dai poteri sovrannaturali, vampiri. I mostri di Burton, scritturati da letteratura horror e leggende gotiche, sono i perfetti ambasciatori del messaggio che l’artista intende affidare alle proprie storie. Disertando l’ideale fiabesco del “kalos kai agathos, vestito dalle principesse che popolano le favole, Burton crea il proprio “kakos kai agathos, affermando che non è necessario essere belli per essere buoni.

Nel 1990 esce Edward Scissorhands, a detta di molti, il capolavoro indiscusso di Burton. Il protagonista, interpretato dal poliedrico Johnny Depp, è un ragazzo artificiale, rimasto isolato e incompleto dopo la morte del suo inventore, scienziato solitario e geniale. Portato ad abitare in una radiosa cittadina, Edward è una macchia scura sui maglioni colorati degli abitanti del luogo; il personaggio a tinte fosche dentro un quadro ad acquerello. Eppure, a dispetto della sua mostruosità, Edward possiede un animo che i suoi sorridenti concittadini non possono vantare. Alzando il coperchio di perbenismo e giardinetti tutti uguali, emergono individui bigotti, meschini, bugiardi e superficiali; evidenza che una bella buccia non esclude che una mela possa essere bacata.

Con i suoi personaggi, Burton abita un mondo sotterraneo, che è profondo e introspettivo, lontano da una società che confonde il brutto con il malvagio, e il diverso col pericoloso. Come i diamanti nelle miniere, la bellezza delle sue creature non può scorgersi dalla superficie, ed è celata a coloro che sono incapace di scavare.

Attraverso la favola oscura, Burton anima un mondo di bizzaria e diversità, di personaggi da scavare a fondo, al di là delle loro apparenze
Johnny Depp, interprete di Edward Scissorhands (1990)

Così, le favole di Burton condannano orrori prettamente umani, quali l’avidità e il rifiuto del prossimo, il pregiudizio, la diffidenza, la sopraffazione e l’abuso di potere; difetti mostruosi ma a primo impatto non visibili, contrariamente alle ossa della Sposa cadavere (2005).

La critica dell’umano gronda anche dai rasoi di Sweeney Todd (2007), adattamento del musical di Stephen Sondheim e Hugh Wheeler. La pellicola condanna la sopraffazione dei potenti a danno dei poveri e degli indifesi, che hanno voce troppo flebile per le orecchie della giustizia:

Sweeney Todd: «[…] Perché nell’intera razza umana, Mrs. Lovett, ci sono solo due tipi di uomini e solo due.

Ci sono quelli che rimangono al loro posto, e quelli che mettono i piedi in faccia al prossimo

[…] Perché la vita dei malvagi deve essere resa breve,

per noi altri invece la morte sarà un sollievo»

E ancora Big eyes, del 2014, che mette in scena una vera storia di sopraffazione, di violenza fisica e psicologica riversata sugli ingenui, sui miti e i troppo buoni per poter credere che esista anche la malvagità.

Sweeney Todd (2007)

Favole non sempre a lieto fine

Le favole di Burton hanno morali semplici, e sono foriere di valori molto spesso sottovalutatati, deprezzati da una società che ha smesso ormai da tempo di cercare il noumeno delle cose, e che acceca i propri occhi ai rami secchi dell’apparenza. È così che il lieto fine non sempre arriva, e comunque non come avviene di convenzione, con la vittoria dei buoni e la sconfitta dei malvagi; la ricompensa per i giusti e la pena per coloro che si puliscono le scarpe sulla morale.

Burton sembra suggerire che una chiusa con lieto fine sarebbe illusoria, perché spesso la malvagità è troppo forte per essere sconfitta totalmente nel breve tempo di una favola. Ciò che resta ai giusti, e che riempie i film di Burton di un messaggio di speranza è che la ricompensa dei buoni è la loro bontà, che li rende, al di là degli errori e delle scelte sbagliate, ancora in grado di tornare sulla giusta strada. Consapevoli di quello che sono, si danno al mondo con la loro bruttura e deformità, con la loro stranezza e bizzarria, col coraggio di non piegarsi a chi li vorrebbe diversi, uguali a tutti gli altri.

Se una favola è troppo breve per sconfiggere i malvagi, essenziale è continuare a provarci, a combattere duramente, strenuamente, per tutto il tempo delle favole che verranno.

La sposa cadavere (2005)

Leggi anche: Johnny Depp, musa indiscussa di Tim Burton

Ambra Librizzi
• Laurea magistrale in Filosofia e Forme del Sapere presso Unipi • Classicista per (de)formazione • Lettrice vorace per natura •

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