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The Sessions – La Sessualità come Diritto

Un campus universitario, una lettiga motorizzata, un uomo paralizzato che la manovra tramite un bastoncino. Inizia così The Sessions, pellicola del 2012, diretta da B. Lewin e ispirata all’articolo autobiografico del 1990 On Seeing a Sex Surrogate dell’attivista Mark O’Brien.

Il messaggio è subito chiaro: non tutto dell’uomo malato, è malato.

Mark (John Hawkes) ha voluto trovare i suoi spazi d’indipendenza ed è riuscito a ottenere una laurea in letteratura. Mark è un poeta, uno scrittore pieno d’ironia, un essere umano dotato di dignità. La dimensione della privazione, però, connota da sempre la sua vita, e Lewin ce la rende in tutta la sua drammaticità.

All’età di sei anni i muscoli di Mark vengono compromessi dalla poliomielite, il che lo costringe a vivere in un polmone d’acciaio per la maggior parte del tempo. Potendo muovere solo la testa, egli fa installare un motore e un sistema di specchi su una lettiga così da recuperare un minimo di autonomia, ma dopo alcuni incidenti gli viene impedito di andare in giro da solo.

The Sessions
Mark O’Brien nel suo polmone d’acciaio.

Mark ha bisogno di assistenza continua per ogni atto quotidiano della vita. Non può radersi, non può lavarsi, non può mangiare senza l’aiuto dei suoi assistenti. Il suo corpo, però, è vivo e sente, ha forti impulsi sessuali, e la sua mente ha grande bisogno di intimità, come tutti gli esseri umani. Mark ha bisogno degli altri, di un’altra, in un senso differente.

La privazione dell’unione erotica tormenta la sua esistenza. Non è solo mancanza di piacere, è mancanza di controllo, esacerbata negli imbarazzanti momenti delle erezioni spontanee, e mancanza di accettazione.

Mark riesce a farsi volere bene con la sua simpatia, la sua intelligenza e la sua dolcezza, ma non riesce a oltrepassare la soglia imposta dalla sua condizione. S’innamora di una sua giovane assistente, Amanda, con la quale ha un’incredibile complicità. Sono due anime che si toccano. Tuttavia, quando lui si dichiara, lei non può far altro che commuoversi di fronte a quello scoglio che non può proprio superare: il corpo malato, la spina dorsale incurvata, le deformità. Lei ci sarebbe anche stata, se solo…

The Sessions espone con delicato realismo la questione, spesso taciuta, della sessualità come diritto dei diversamente abili
Amanda, qui interpretata da Annika Marks.

Spezzato nell’anima, è in quel momento che Mark decide di rivolgersi a una terapista sessuale, la quale gli consiglia di chiamare una partner surrogata (sex surrogate). Esatto: in America l’esperienza sessuale è considerata un diritto dei diversamente abili e vi sono persone appositamente formate allo scopo.

Mark è titubante. Come dirà lui stesso nell’articolo, teme di non meritare l’amore, di essere colpevole per la propria situazione, e che i suoi genitori, al pari di Dio, si risentirebbero molto se cedesse a una simile tentazione. Servirà l’affettuosa comprensione di padre Brendan (William Macy), mentore e confidente al tempo stesso, per convincere Mark a gettare il cuore oltre l’ostacolo.

https://www.artesettima.it/2018/01/04/wonder-la-bellezza-e-una-sventura/
Mark confessa i propri bisogni a padre Brendan.

A questo punto entra in scena Cheryl, qui magistralmente interpretata da Helen Hunt. Il primo incontro avviene nella casa di un’amica di Mark, ma sin dalle prime scene Lewin con marca di nuovo una privazione: quella della spontaneità.

La figura della partner surrogata segue delle precise regole: non è un’amante, perché deve essere pagata, ma non è nemmeno una prostituta; il servizio deve limitarsi a sei sedute per non creare una disposizione abituale nel malato e per evitare l’instaurarsi di un attaccamento sentimentale (transfert e controtransfert).

È sull’atteggiamento iniziale di Cheryl, però, che Lewin in The Sessions gioca tutta la sua potenza espressiva. Negli occhi di quella donna disinibita e disponibile si scorgono nitide le ombre del dubbio, dell’insofferenza, e forse anche del disgusto. Il caso di Mark è molto grave. Il suo corpo delicatissimo deve essere maneggiato con una cura a cui nemmeno Cheryl è abituata. Il modo sbrigativo con cui lei gli sfila i pantaloni rievoca, seppure con una diversa connotazione, i gesti bruschi di un’assistente, Joan, che Mark aveva cacciato qualche tempo prima e di cui diceva:

Mark: «Mi guarda nel modo sbagliato. Sembra dire “Tu hai bisogno di me più di quanto io abbia bisogno di te”».

Nelle fasi iniziali lo sguardo di Cheryl non mostra nulla di quella gentile e impavida emozione con cui Amanda lo aveva platonicamente accolto. La situazione è capovolta. Cheryl non ha problemi a dare subito il suo corpo, ma nega la sua interiorità. La sua empatia sa di formalità, alcuni suoi sorrisi sono di circostanza. D’altronde, i due si conoscono solo da pochi minuti.

The Sessions espone con delicato realismo la questione, spesso taciuta, della sessualità come diritto dei diversamente abili
Cheryl interagisce per la prima volta con Mark. Notare il dettaglio della sua espressione.

Ci vorranno tre sedute prima che Cheryl mostri la sua vulnerabilità. Il marito è una persona colta, ma inconcludente, capace di accettare il suo lavoro di surrogata, ma non di penetrarle l’anima. Mark, al contrario, è l’ascoltatore migliore che lei abbia mai avuto. Lui non vuole solo il corpo, vuole soprattutto la relazione, la reciprocità. Ecco allora che la invita per un caffè al bar, cosa che non andrebbe concessa, e i due cominciano ad avvicinarsi. Alla quarta sessione, Mark si preoccupa affinché anche lei possa raggiungere un orgasmo, riuscendo nell’intento.

Il punto di maggior intimità è lo stesso in cui si consuma la crisi centrale di The Sessions. Cheryl capisce che il suo coinvolgimento ha superato ogni limite e propone a Mark di interrompere anticipatamente le sedute. Continuare potrebbe rovinare la sua vita privata. Mark accetta, e lei scappa in macchina dove non riesce più a trattenere le lacrime. Non si tratta più di lavoro: lei lo ama. L’accettazione è stata reciproca, tanto che si dimentica persino la busta con i soldi. Busta che la insegue per tramite dell’assistente di Mark, Vera, regalando allo spettatore una scena di rara finezza drammaturgica.

Dopo l’interruzione del rapporto, Mark scriverà una poesia per Cheryl, ma i due resteranno solo amici.

Il terzo atto prende forma da un improvviso calo di tensione che causa lo spegnimento del polmone d’acciaio. Salvato in extremis, Mark si risveglia in ospedale. Qui incontra Susan, una volontaria, che riuscirà subito a conquistare con la sua ironia e che diventerà la sua compagna. Cinque anni dopo, Mark viene colto da una bronchite le cui complicanze lo portano alla morte. Il film si chiude con padre Brendan che legge la poesia scritta per Cheryl.

Con The Sessions Lewin ha spalancato una finestra su un problema estremamente delicato. In Italia, il movimento per la sensibilizzazione sul tema della sessualità nella disabilità è portato avanti da Maximiliano Ulivieri, fondatore del comitato Lovegiver che si batte per la regolamentazione dei cosiddetti O.E.A.S. (operatori all’emotività, all’affettività e alla sessualità).

The Sessions espone con delicato realismo la questione, spesso taciuta, della sessualità come diritto dei diversamente abili
Cheryl aiuta Mark ad avere consapevolezza del proprio corpo. L’assistenza sessuale non si limita al contatto fisico.

Diversamente dal contesto americano di The Sessions e da quello di altri paesi europei, Ulivieri e il suo team caratterizzano l’O.E.A.S. non come partner surrogato (non vi sono rapporti sessuali né completi né parziali), ma come individuo altamente formato che guida il cliente alla scoperta del proprio corpo e del piacere orgasmico, curando con particolare attenzione le modalità con cui quest’ultimo si approccia con i possibili partner (maschili o femminili). L’obiettivo di un O.E.A.S., come per Cheryl, è quello di mettere il cliente nelle condizioni di cercare e vivere relazioni sentimentali appaganti.

In Italia la regolamentazione degli O.E.A.S. ha trovato molti ostacoli sia per il nostro retaggio culturale, sia per i non pochi problemi psicologici ed etici che questa scelta comporta. I detrattori sostengono che legalizzare gli assistenti sessuali sarebbe nient’altro che l’anticamera per la legalizzazione della prostituzione tout court. Eppure, la stessa Cheryl, in The Sessions, pone una chiara distinzione di concetto.

Inoltre, se l’esperienza sessuale viene considerata un diritto da riconoscere, perché garantirla solo ai disabili? Perché non potrebbero usufruirne anche le persone che, a causa di tratti fisici o psicologici non in linea con la cultura estetica dominante, faticano ad avere rapporti sessuali?

Un altro aspetto problematico riguarda l’impatto psicologico che l’assistenza sessuale può avere sui clienti. Il caso dei disabili psichici è il più complicato in assoluto, mentre il rischio di transfert nei disabili motori come Mark O’Brien è molto alto. Possono sei sedute sopperire al forte bisogno di riconoscimento, appartenenza e stima impliciti nelle relazioni sessuali amorose? Non si rischia forse di creare maggior frustrazione negli individui una volta cessato il servizio?

Un ultimo punto di rilievo riguarda invece la percezione del corpo. Gli autori di Loveability evidenziano come l’opera pedagogica dei loro operatori potrebbe essere molto ostacolata dai canoni estetici contemporanei. TV e social network presentano corpi perfetti e, nel fare ciò, modellano la percezione comune su ciò che è bello, e ciò che è bello finisce spesso per associarsi ai soldi e al successo.

La disabilità viene nascosta, le deformità sono ostracizzate dall’orizzonte esperienziale, incentivando lo sviluppo dello stigma sociale e della vergogna.

The Sessions espone con delicato realismo la questione, spesso taciuta, della sessualità come diritto dei diversamente abili
Cheryl non si vergogna a uscire pubblicamente con Mark. Trovare un ambiente con persone proattive può cambiare radicalmente in positivo la vita dei diversamente abili.

Una proposta sarebbe allora quella di reintegrare la diversità, coinvolgerla negli spot, sottolineare come sia anch’essa parte del mondo. Dentro un corpo imperfetto vi sono persone complete. Smettere di inseguire l’artefatta bellezza amplierebbe lo spazio d’opportunità anche per coloro che non rispettano i canoni estetici del momento. Darebbe spazio d’espressione alla loro personalità, ai loro diversi funzionamenti.

D’altro canto, tentare di coltivare nella massa una differente percezione estetica dei corpi malati potrebbe non essere così facile. L’esperienza della bellezza è un fenomeno mediato culturalmente che però dipende anche da fattori biologici. Sarebbe stato più facile per Amanda accettare Mark se solo non fosse stata condizionata dagli standard estetici degli anni ’80?

Tantissimi studiosi in tutto il mondo stanno dibattendo in merito alle questioni sopracitate. Data la complessità del problema, merito capitale di The Sessions è stata la sua opera di sensibilizzazione su larga scala, soprattutto in quei paesi dove il binomio sesso-disabili è ancora un tabù difficile da scardinare.

Leggi anche: Wonder – La Bellezza è una Sventura

Giuseppe Turchi
Laureato in Filosofia all'Università di Parma, sono stato cultore della materia e attualmente insegno alle scuole superiori. Appassionato di neuroetica e psicologia, ho pubblicato due racconti morali e scrivo saggi divulgativi. Mi batto con le unghie e con i denti per una riforma scolastica incentrata sull'educazione affettiva, digitale e al pensiero critico. Dragon Ball è stato il mio maestro di vita, anche se poi ho dedicato il mio cuore a Neon Genesis Evangelion e Attack on Titans. L'Inter è la mia croce e la mia delizia.

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